“Father Mother Sister Brother” un modo nuovo di vedere la famiglia

14 Dicembre 2025

"Father Mother Sister Brother" di Jim Jarmusch racconta tre ritratti familiari sul tempo, la distanza e ciò che resta quando parlare diventa inevitabile.

Certo. Ecco una metadescrizione entro i 160 caratteri, discorsiva e adatta a Discover: Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch racconta tre ritratti familiari sul tempo, la distanza e ciò che resta quando parlare diventa inevitabile.

“Father Mother Sister Brother” non è un film “a trama” nel senso classico, ma un film che usa tre storie per avvicinare lo stesso nucleo: cosa resta tra genitori e figli quando il tempo ha già fatto il suo lavoro, e i ruoli che credevamo stabili (madre, padre, sorella, fratello) smettono di essere certezze e diventano domande.

“Father Mother Sister Brother”, un trittico di vite che non si incastrano mai del tutto

“Father Mother Sister Brother” è costruito come un trittico, tre racconti interconnessi ambientati nel presente e in luoghi diversi, che esplorano legami familiari e fratture emotive senza cercare una sintesi facile. Questa struttura a tre pannelli non è un capriccio formale: è il modo più onesto di dire che una famiglia non la capisci mai da un solo punto di vista. La stessa persona può essere padre e uomo fragile, madre e campo di battaglia, sorella e specchio crudele. E ogni relazione, appena la guardi da vicino, si riempie di dettagli contraddittori.

Secondo le informazioni diffuse in occasione del debutto, il film mette al centro le relazioni tra figli adulti e genitori distanti, oltre al rapporto tra fratelli, distribuendo le storie tra Stati Uniti, Dublino e Parigi.

È un viaggio geografico che diventa un viaggio di distanza: non quella romantica dei grandi spostamenti, ma quella più prosaica e dolorosa di chi non sa più come parlarsi, o di chi ha smesso di provarci.

Il ritorno di Jarmusch e il premio a Venezia

Il film segna un ritorno importante per Jarmusch, che torna al lungometraggio dopo “The Dead Don’t Die”. E torna, soprattutto, con un’opera che ha sorpreso anche nel contesto festivaliero: “Father Mother Sister Brother” ha vinto il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2025, come “dramma familiare” capace di guardare l’intimità senza trasformarla in spettacolo.

Un premio del genere, per un film che lavora per sottrazione, dice molto anche sul momento che stiamo vivendo: dopo anni di narrazioni urlate, di conflitti iper-performativi, di psicologie spiegate fino all’osso, un film che si concede silenzi e ambiguità può sembrare quasi sovversivo. Non perché sia “difficile”, ma perché chiede allo spettatore una cosa rara: partecipare davvero, colmare i vuoti, riconoscere in quei vuoti qualcosa di proprio.

Un cast corale, una somma di presenze che non si rubano la scena

Il cast è uno di quei mosaici che fanno pensare a un’opera costruita attorno alle sfumature più che ai colpi di teatro: Tom Waits, Adam Driver, Mayim Bialik, Cate Blanchett, Charlotte Rampling, Vicky Krieps, Luka Sabbat.La notizia del primo teaser ha insistito in particolare sulla presenza di Tom Waits, figura perfetta per un cinema che ama i margini, le voci graffiate, i personaggi che sembrano portarsi dietro una storia anche quando non la raccontano.

In un film a episodi il rischio, di solito, è la vetrina: “guardate quante star”. Jarmusch, invece, ha sempre avuto un talento specifico nel far funzionare le presenze come strumenti: non serve che tutti suonino forte, serve che suonino insieme. Ed è probabile che proprio qui stia la forza del progetto: ogni episodio può permettersi un tono diverso, ma resta dentro un’unica sensibilità, quella jarmuschiana, che preferisce le crepe alle certezze.

Tre città, tre climi emotivi

Se la geografia è New Jersey, Dublino e Parigi, non è difficile immaginare tre climi emotivi distinti.

Nel Nord-Est degli Stati Uniti, l’America che spesso in Jarmusch non è glamour ma quotidiana e un po’ laterale, un incontro familiare può avere addosso la ruvidità di ciò che è rimasto irrisolto per anni. Non c’è bisogno di grandi traumi dichiarati: basta il peso delle abitudini, di un lessico familiare consumato, di quell’educazione sentimentale in cui si impara presto a non chiedere troppo.

A Dublino, invece, l’idea stessa di “riunione” porta con sé un sapore particolare: può diventare un rito, un ritorno che non ha nulla di consolatorio, un pomeriggio in cui si crede di recuperare il tempo e invece ci si accorge che il tempo, quando passa, non si recupera mai davvero. È anche una città che, nel cinema, sa essere intima e ferma, adatta a far emergere tensioni sottili: quelle che non esplodono, ma restano lì, come una frase trattenuta.

E poi Parigi, che può essere casa e teatro insieme: luogo dove le persone recitano se stesse con più cura, ma anche luogo dove, in una stanza qualunque, un confronto tra fratello e sorella può diventare una resa dei conti che non assomiglia a una lite, bensì a un riconoscimento tardivo.

Genitori, figli, fratelli e il peso delle domande sbagliate

“Father Mother Sister Brother” parla, in modo dichiarato, di relazioni intergenerazionali.Ma c’è un dettaglio più interessante: non sembra interessato a “spiegare” i conflitti. Non promette catarsi, né guarigioni rapide. Piuttosto, guarda quel momento preciso in cui un figlio adulto scopre che il proprio genitore è diventato un altro essere umano, e non c’è più niente da fare: l’infanzia è finita da un pezzo, e anche l’idea di “riparare” qualcosa spesso è una fantasia. Si può solo capire cosa si è disposti a portare, cosa si vuole lasciare, e quali parole non funzionano più.

Il rapporto tra fratelli, poi, è una materia ancora più delicata, perché contiene un paradosso: hai condiviso tutto, ma non hai scelto nulla. I fratelli sono testimoni, complici, rivali, e talvolta estranei che conoscono la tua versione più vulnerabile senza averti chiesto il permesso. In un film che mette in scena anche la morte (o comunque la sua ombra), questo rapporto può diventare una domanda brutale: che cosa resta di noi quando i genitori non ci sono più a tenere insieme la narrazione?

Lo stile di Jarmusch: minimalismo, ironia e una pietà asciutta

Parlare di Jarmusch significa parlare di un regista che ha sempre trattato la storia come una superficie sottile: sotto, ci sono i dettagli. I silenzi. Le pause. Le conversazioni che sembrano casuali e invece sono rivelatrici. Anche quando lavora con l’ironia, Jarmusch non è mai un autore “cinico”: è uno che crede nei personaggi, ma non li romanticizza. E soprattutto non li assolve per comodità.

Con un progetto a triptych, questa poetica può trovare un terreno ideale: ogni episodio può essere un “pezzo di mondo” che non pretende di riassumere la vita, ma ne afferra una vibrazione. Un padre che resta solo dopo la morte della moglie; due sorelle che si rivedono e capiscono che non hanno più un linguaggio comune; un fratello e una sorella che, tra le mura della casa di famiglia, scoprono che il lutto non è soltanto dolore, ma anche interpretazione.

Distribuzione e uscita

Festival, sale e la dimensione del “ritorno”

Il film è stato presentato a Venezia e, a livello internazionale, la comunicazione sul teaser e sull’uscita ha messo in evidenza un’uscita negli Stati Uniti fissata per dicembre 2025.Al di là del calendario, il punto culturale è un altro: “Father Mother Sister Brother” arriva come un film che, pur avendo un cast importante e un premio enorme, sembra voler restare in una dimensione umana, quasi domestica. Come se dicesse: non serve inventarsi un nuovo mondo per raccontare qualcosa di vertiginoso; basta entrare nella stanza giusta, nel momento giusto, e ascoltare.

Ed è anche un film che si inserisce in una fase della carriera di Jarmusch in cui la domanda non è più “cosa può fare per sorprendere”, ma “cosa può fare per approfondire”. Un premio a Venezia, in questo senso, sembra certificare che la sua lingua cinematografica, così riconoscibile e così poco incline a inseguire le mode, non è un reperto: è ancora un modo attuale di guardare il presente.

La famiglia raccontata in due modi opposti

La famiglia viene spesso vista come una moneta: o come un santuario (con retoriche protettive, nostalgiche), o come trauma (con la mitologia della “famiglia tossica” usata come etichetta definitiva). Un film come “Father Mother Sister Brother” sembra scegliere una terza strada che porta lontano dalle due facce della moneta, e disegna la famiglia come zona d’ombra ben più complessa, dove il bene e il male non sono categorie nette e dove i ruoli non bastano a spiegare le persone.

“Father Mother Sister Brother” come film “di attori”, ma anche “di ascolto”

Quando un cast mette insieme nomi così diversi, la tentazione è immaginare una gara di bravura. Ma Jarmusch, storicamente, non è un regista che “spreme” gli attori: li colloca, li lascia respirare, li usa come parte di una composizione più ampia (dove conta anche un corridoio, una luce, il ritmo di una stanza).

Ecco perché l’idea di tre episodi è intrigante: permette a ciascun attore, e a ciascuna coppia o triangolo di personaggi, di avere un tempo proprio. Non “un arco” nel senso industriale, ma un tempo emotivo. Il cinema di Jarmusch ha spesso questa qualità: non ti dà la sensazione che stai assistendo a una trama che si compie, ma a una verità che si avvicina lentamente.

Un film che si porta dietro un’idea semplice e spietata

Alla fine, “Father Mother Sister Brother” sembra basarsi su un’intuizione semplice: crescere non significa soltanto diventare adulti, significa anche rinegoziare continuamente chi sono gli altri per noi. Un padre può diventare un estraneo. Una madre può diventare un giudice o una bambina. Una sorella può essere il ricordo di ciò che non sei più. E un fratello può essere l’unico che ti somiglia abbastanza da ferirti davvero.

Che il film abbia vinto il Leone d’Oro con una storia di questo tipo,e che sia stato presentato come un trittico sulle relazioni familiari,suggerisce che Jarmusch ha scelto di fare la cosa più rischiosa: non cercare l’evento, ma l’essenziale. Ed è spesso lì, nell’essenziale, che il cinema diventa qualcosa che resta.

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