“Hamnet” è una di queste. Prima romanzo pluripremiato, poi film acclamato dalla critica internazionale, la vicenda del figlio di William Shakespeare diventa un ponte potente tra letteratura e cinema, tra parola scritta e immagine, tra dolore privato e memoria collettiva.
Con “Hamnet”, Maggie O’Farrell ha scelto di raccontare ciò che la Storia ha quasi cancellato: la breve vita di un bambino e il vuoto lasciato dalla sua morte. Un vuoto che, secondo molti studiosi, avrebbe inciso profondamente sull’opera teatrale di Shakespeare. Il cinema, con la sensibilità di Chloé Zhao, ha raccolto questa eredità trasformandola in immagini, silenzi e materia emotiva.
“Hamnet”: dal romanzo al film di cosa parla Hamnet: il romanzo
“Hamnet” è un esempio virtuoso di adattamento: un romanzo che non viene “trasportato” al cinema, ma reinterpretato con rispetto e consapevolezza. La forza del libro di Maggie O’Farrell sta nella sua scrittura intima e sensoriale; quella del film di Chloé Zhao nella capacità di trasformare il silenzio in linguaggio visivo.
Insieme, libro e film costruiscono un dialogo profondo tra arti diverse, dimostrando che alcune storie non appartengono a un solo mezzo, ma continuano a rinascere ogni volta che qualcuno sceglie di ascoltarle. E che, a volte, dietro i grandi miti della letteratura, si nasconde un nome piccolo, fragile, eppure eterno: “Hamnet”.
Pubblicato in Italia con il titolo Nel nome del figlio. “Hamnet”, il romanzo di Maggie O’Farrell non è una biografia di Shakespeare, né una rilettura teatrale di Amleto. È piuttosto un romanzo sull’assenza, sull’amore coniugale, sulla maternità e sul modo in cui il dolore si deposita nelle vite quotidiane.
La storia si apre nell’estate del 1596, a Stratford-upon-Avon. Una bambina giace a letto con la febbre, mentre il fratello gemello corre per la casa in cerca di aiuto. Il padre è lontano, a Londra, assorbito dal teatro. La madre, Agnes, è nei campi a raccogliere erbe medicinali. Da questo momento sospeso prende forma un racconto che alterna presente e passato, seguendo Agnes, figura centrale e potentissima, e il suo legame con William Shakespeare.
O’Farrell ribalta la prospettiva canonica: Shakespeare non è il genio isolato, ma un uomo attraversato da un lutto indicibile. Hamnet diventa così un romanzo sulla perdita di un figlio, ma anche sulla trasformazione del dolore in memoria, e della memoria in arte. Il nome del bambino, quasi dimenticato dalla Storia, diventa il cuore pulsante di una delle opere teatrali più celebri di tutti i tempi.
Il film “Hamnet”: la visione di Chloé Zhao
L’adattamento cinematografico di Hamnet porta la firma di Chloé Zhao, regista premio Oscar, già nota per uno sguardo capace di fondere intimità e paesaggio, corpo e spiritualità. Il film Hamnet Nel nome del figlio sceglie una messa in scena essenziale, lontana dal biopic tradizionale, privilegiando atmosfere, silenzi e relazioni e debutterà il Italia il 5 Febbraio
Il cast, guidato da Jessie Buckley e Paul Mescal, restituisce con intensità la fragilità e la forza dei personaggi, soprattutto quella di Agnes, figura materna fuori dagli schemi, profondamente connessa alla natura e al sapere femminile.
Il film non racconta la nascita di Amleto in modo didascalico, ma suggerisce, accompagna, lascia spazio allo spettatore. Il dolore non esplode mai, ma si stratifica. Zhao traduce in immagini ciò che nel romanzo è fatto di ritmo, ripetizioni, pause. Il risultato è un cinema contemplativo, emotivo, capace di restituire la stessa grazia silenziosa del testo letterario.
Dal dolore alla creazione: cosa ci racconta Hamnet
Sia il romanzo che il film pongono una domanda fondamentale: cosa resta di chi perdiamo? Hamnet suggerisce che l’arte non nasce solo dall’ispirazione, ma anche dalla ferita. La tragedia di Amleto diventa allora non solo un capolavoro teatrale, ma un atto di sopravvivenza emotiva.
Il passaggio da libro a schermo funziona perché entrambi i linguaggi rispettano la stessa etica narrativa: non spiegare troppo, non spettacolarizzare il dolore, ma lasciarlo emergere attraverso dettagli minimi. È una lezione rara, oggi, tanto in letteratura quanto nel cinema.
