“Cold Storage” debutterà sullo schermo il 13 febbraio 2026 per gli Stati Uniti e vedrà David Koepp, l’autore, anche come sceneggiatore. Alla regia troviamo Jonny Campbell e nel cast ufficiale Joe Keery, Georgina Campbell e Liam Neeson.
Per chi ha letto il libro c’è poco da dire: l’attesa in sé brulica di promesse e terrore, quel tipo di paura che arriva dal neon, dai badge, dalle porte tagliafuoco e dall’idea che “tutto sotto controllo”, mentre l’apocalisse è vicina.
“Cold Storage” è lo scenario perfetto per un contagio che cresce a macchia d’olio.
Il romanzo di David Koepp
Koepp scrive da sceneggiatore anche quando fa narrativa: pensa in termini di meccanismi, tempi, serrature. In “Cold Storage” l’idea di partenza ha la brutalità delle cose semplici: esistono minacce che l’umanità non “risolve”, le stiva. Le mette in pausa. Le affida a strutture e protocolli. Poi, prima o poi, qualcosa cambia temperatura.
Il risultato è un thriller biologico che usa l’elemento scientifico come miccia e mette al centro una sensazione molto contemporanea: la fine del mondo può partire da un luogo secondario, con persone secondarie, mentre tutto il resto dorme.
Il film, un biohorror
Il film tratta il contagio come un problema pratico prima ancora che spettacolare. Non c’è l’eroe in uniforme che entra con la musica epica. Ci sono persone che provano a fare il loro lavoro mentre qualcosa, letteralmente, si moltiplica.
È qui che il magazzino diventa un dispositivo narrativo potente: un luogo nato per contenere, ordinare, conservare. Un luogo che, quando si rompe, trasforma la sicurezza in gabbia. E a quel punto l’orrore ha un vantaggio crudele: conosce già la strada, perché la strada è stata costruita per lui.
Il tema sotto la superficie
Sotto la trama c’è una paura riconoscibile: rimandare, congelare, delegare.
“Ci penserà qualcuno”.
Il freddo, in “Cold Storage”, non è solo temperatura: è un gesto mentale, l’idea che basti chiudere una porta per chiudere una questione.
Il film sembra avere la possibilità di rendere questa idea molto visiva: corridoi, celle, luci d’emergenza, spazi che promettono controllo e invece amplificano la vulnerabilità. Se mantiene questa linea, “Cold Storage” può diventare una sorpresa da genere, di quelle che entrano in sala come intrattenimento e restano addosso come inquietudine.
Perché può funzionare sullo schermo
La materia è cinematografica: pochi ambienti, pressione crescente, minaccia impersonale, tempo che si accorcia. È il tipo di storia che vive di ritmo e di spazio.
Il rischio, come sempre, sta nell’equilibrio. Se l’ironia esagera, la tensione perde presa. Se l’escalation si riduce a inseguimenti e urla, il lato migliore dell’idea (l’orrore “amministrativo”, l’incubo da struttura che collassa) si assottiglia. Ma la presenza di Koepp in sceneggiatura e il casting, con un Liam Neeson capace di portare gravità senza spiegare troppo, fanno pensare a un progetto che punta sulla compattezza più che sul rumore.
Se “Cold Storage” piacerà al pubblico, sarà perché racconta un contagio, sì, ma soprattutto racconta cosa succede quando la sicurezza è solo un’abitudine. E quando l’abitudine si spezza, il freddo smette di proteggere. Diventa solo l’inizio.
La logistica del disastro
C’è un motivo per cui “Cold Storage” fa più paura (oggi) di un film gotico o di una giungla abitata da bestie sconosciute con artigli e denti affilati. Qui le cose vengono messe a posto: etichettate, spostate, chiuse dietro una porta.
La modernità funziona così. Ciò che non vogliamo vedere lo affidiamo a una procedura, a una temperatura, a un badge. E ci convinciamo che, finché il sistema regge, anche la responsabilità resti altrove.
Il contagio, in questa storia, sembra un incidente biologico. In realtà assomiglia a un incidente organizzativo: una catena di micro-decisioni che, sommate, diventano un destino. Non serve il complotto, non serve il “genio del male”. Basta il rimpallo. Basta il turno di notte, il telefono che squilla a vuoto, la porta che si apre per sfinimento, la frase che in ogni emergenza torna identica: “Non era compito mio”. È lì che l’orrore diventa contemporaneo: non nella mostruosità dell’organismo, ma nella normalità del contesto che lo lascia crescere.
E allora il magazzino si trasforma nel simbolo più onesto possibile. Un luogo progettato per contenere finisce per amplificare; un luogo nato per conservare diventa incubatore; un luogo fatto per proteggere diventa gabbia. La paura non arriva con un ruggito: arriva con il rumore secco di una serratura che scatta e con la consapevolezza che, una volta chiusa la porta, la domanda vera non è “come usciamo?”, ma “perché abbiamo pensato che bastasse chiuderla?”.
Subito sorge il ricordo della Pandemia, la ricerca della nascita del salto della specie, quei momenti passati di fronte al televisore a negare l’evidenza. “Cold Storage” farà centro proprio per questo, perché ricreerà la sensazione che il disastro non può esplode, ma solo organizzarsi
