Non siamo nati per essere macchine. Eppure viviamo in un mondo che ci chiede, ogni giorno, di funzionare: produrre, resistere, adattarci, essere utili. “Chainsaw Man” parte esattamente da qui. Da un corpo sfruttato, da un’esistenza ridotta a ingranaggio, da un ragazzo che non sogna il successo ma qualcosa di infinitamente più semplice: mangiare, dormire, essere amato.
Dietro la violenza estrema, il sangue e il grottesco, l’opera di Tatsuki Fujimoto, e in modo ancora più evidente l’arco narrativo e il film dedicati a Reze, costruisce una critica filosofica feroce al mondo capitalista e alla politica della paura. “Chainsaw Man” non usa l’animazione per fuggire dalla realtà, ma per guardarla dritta negli occhi, amplificando ciò che spesso preferiamo ignorare: lo sfruttamento, l’alienazione, il desiderio di una vita autentica.
“Chainsaw man”: Perché una storia così brutale parla così bene della nostra umanità
Denji: quando il corpo diventa una merce. La critica al capitalismo dello sfruttamento
Denji è un ragazzo schiacciato dai debiti, cresciuto senza istruzione, affetti o protezione. Il suo corpo è una risorsa da usare: prima per la yakuza, poi per lo Stato, infine per un sistema ancora più vasto che si nutre della paura collettiva. La sua fusione con Pochita, il diavolo motosega, non è solo un espediente narrativo spettacolare, ma una metafora potente.
Per sopravvivere, Denji deve diventare altro, rinunciare a una parte di sé, trasformarsi in strumento. È l’immagine estrema di ciò che accade quando il valore di una persona viene misurato solo in base alla sua utilità. “Chainsaw Man” racconta così la mercificazione dell’essere umano, mostrando un mondo in cui la dignità non è un diritto, ma una concessione temporanea.
La politica della paura. I diavoli come metafora del potere
Nel mondo di “Chainsaw Man“, i diavoli nascono dalle paure umane: più una paura è diffusa, più il diavolo è potente. È una metafora limpida e inquietante. Il potere si alimenta delle nostre ansie, le amplifica, le organizza, le trasforma in strumenti di controllo.
Le istituzioni, come la Pubblica Sicurezza, non eliminano la paura: la gestiscono, la sfruttano, la rendono produttiva. L’intimità stessa diventa un campo di battaglia, come accade nell’arco narrativo di Reze, dove il sentimento, l’amore e la fiducia vengono trasformati in leve geopolitiche.
Quando l’amore diventa una minaccia
In “Chainsaw Man” l’amore non è mai innocuo. È pericoloso perché rende vulnerabili, ma soprattutto perché rompe le logiche del controllo. Per questo viene sorvegliato, manipolato, usato. Eppure, proprio nell’amore e nella connessione umana nasce l’unica possibilità di ribellione autentica.
Sicurezza o libertà? Il dilemma filosofico centrale
Il film dedicato a Reze rende esplicito il cuore filosofico dell’opera: l’eterno dilemma tra una vita sicura ma controllatae una vita libera ma piena di pericoli. Attraverso la favola del topo di città e del topo di campagna, “Chainsaw Man” ci chiede se valga la pena sopravvivere senza vivere.
Denji e Reze sono due facce della stessa prigionia. Entrambi cresciuti come oggetti, entrambi privati dell’infanzia e della possibilità di scegliere. Sognano una vita normale, ma quella normalità è sempre fuori portata. L’opera non offre una risposta morale: mostra solo il costo di ogni scelta, lasciando allo spettatore il compito di interrogarsi.
Trauma bonding e riconoscimento: Amarsi non per salvarsi, ma per vedersi
La relazione tra Denji e Reze non è un romance tradizionale. È l’incontro tra due solitudini che parlano lo stesso linguaggio: quello del trauma. Entrambi conoscono la violenza, l’abbandono, l’essere usati come strumenti. Non si innamorano perché sono completi, ma perché si riconoscono nelle reciproche cicatrici.
Questo legame è fragile, destinato a spezzarsi, ma non per questo privo di valore. Anzi: “Chainsaw Man” suggerisce che il riconoscimento reciproco, anche temporaneo, sia una delle forme più pure di umanità possibili in un mondo disumanizzante.
Come “Chainsaw Man” ci aiuta ad affrontare la realtà: Accettare la bellezza nel caos
Alternando momenti di dolcezza estrema a esplosioni di violenza brutale, l’opera riflette una verità scomoda: la realtà è contemporaneamente meravigliosa e orribile. La felicità non è l’assenza di dolore, ma la capacità di trovare significato anche nel conflitto.
Umanizzare i desideri “bassi”
Denji viene spesso criticato per i suoi sogni semplici: mangiare bene, toccare qualcuno, essere amato. Filosoficamente, “Chainsaw Man” rivaluta questi desideri come forme radicali di affermazione di sé. In un mondo iper-capitalista che ci chiede di essere sempre “di più”, desiderare poco diventa un atto di resistenza.
Il valore dell’esperienza, anche senza lieto fine
Il film su Reze è esplicito: non importa come finisca una storia, l’esperienza vissuta ha valore in sé. Un bagno notturno, un caffè condiviso, un momento di connessione restano significativi anche se tutto crolla dopo. È un invito a vivere il presente in una realtà incerta, senza attendere una salvezza finale.
Ritrovare l’umanità in un mondo che ci vuole ingranaggi
“Chainsaw Man”ci costringe a porci domande difficili su chi siamo, su cosa desideriamo davvero, su quanto siamo disposti a rischiare per sentirci vivi.
Denji, con il suo cuore a motosega, ci ricorda che l’umanità non sta nell’essere al sicuro, ma nel desiderare, nel legarsi, nel scegliere, anche quando fa male.
“Chainsaw Man”: ci ricorda che, anche nel caos, possiamo ancora decidere di non funzionare soltanto, ma di vivere e, sopratutto, che la bellezza e l’essenza della vita risiede nelle piccole cose.
