5 cose che abbiamo imparato guardando Stranger Things

9 Gennaio 2026

Dall’amicizia alla paura, dalla memoria agli anni Ottanta: Stranger Things non è solo una serie cult, ma un racconto di crescita che ci ha insegnato molto più di quanto sembri.

5 cose che abbiamo imparato guardando Stranger Things

Quando Stranger Things è arrivata su Netflix, sembrava “solo” una serie nostalgica, piena di biciclette, lucine di Natale e mostri provenienti da un’altra dimensione. Con il passare delle stagioni, però, è diventata qualcosa di più profondo: una storia sull’amicizia, sul trauma, sulla paura di crescere e sulla difficoltà di affrontare ciò che non possiamo controllare.

Ambientata negli anni Ottanta ma profondamente contemporanea, Stranger Things ha saputo parlare a più generazioni, mescolando horror, fantascienza, coming of age e dramma psicologico. Ed è proprio per questo che, episodio dopo episodio, ci ha lasciato addosso alcune lezioni che vanno ben oltre il Sottosopra.

Tutti, prima o poi, siamo entrati a Hawkins: c’è chi l’ha fatto per nostalgia degli anni Ottanta, chi per i mostri, chi per l’amicizia tra ragazzi, chi per Eleven. È una di quelle serie che non si guardano soltanto: si attraversano, diventano un linguaggio comune, un riferimento generazionale, un luogo emotivo condiviso.

Stranger Things è una di quelle storie che riescono a parlare a pubblici diversissimi, mescolando avventura, horror, fantascienza e sentimento. Ma sotto l’estetica pop e i riferimenti cinematografici, c’è qualcosa di più profondo: il racconto della crescita, della perdita dell’innocenza, della paura e del coraggio di affrontarla insieme.

Ambientata nella fittizia cittadina di Hawkins, Indiana, Stranger Things prende avvio nel 1983 con la misteriosa scomparsa del dodicenne Will Byers. Mentre la polizia indaga senza risultati, sono i suoi amici – Mike, Dustin e Lucas – a mettersi sulle tracce della verità. Durante le ricerche incontrano una ragazza enigmatica con poteri telecinetici: Eleven, fuggita da un laboratorio governativo segreto.

La scomparsa di Will è solo il primo segnale di qualcosa di molto più grande: l’esistenza di una dimensione parallela oscura e minacciosa, chiamata Sottosopra (Upside Down), collegata a esperimenti scientifici illegali condotti sul confine tra scienza e abuso di potere. Creature mostruose, portali instabili e forze incontrollabili iniziano a infiltrarsi nel mondo reale.

Nel corso delle stagioni, la serie segue la crescita dei protagonisti: dall’infanzia all’adolescenza, dall’amicizia ingenua ai primi amori, dal gioco all’inevitabile confronto con la perdita e il trauma. Ogni stagione alza la posta in gioco, ampliando il mondo narrativo e trasformando Hawkins da tranquilla cittadina di provincia a epicentro di un conflitto che minaccia l’intera realtà.

Accanto ai ragazzi, anche gli adulti, Joyce, Hopper, Steve, Nancy, vivono archi narrativi complessi, diventando figure di protezione, sacrificio e resistenza. Il male che affrontano non è solo mostruoso, ma spesso umano: segreti di Stato, silenzi, manipolazioni, solitudine.

Stranger Things è quindi una storia di mostri, sì, ma soprattutto di persone che imparano a non voltarsi dall’altra parte, a restare unite, a crescere senza perdere ciò che le rende umane.

5 cose importanti che abbiamo imparato guardando la serie

Stranger Things è molto più di una serie cult: è un racconto generazionale che parla di paura, crescita e legami umani. Ci ha insegnato che l’amicizia può salvare, che crescere fa male, che il male non è sempre visibile e che la diversità è una forza, non una colpa.

Forse è per questo che, stagione dopo stagione, continuiamo a tornarci: perché dietro il Sottosopra c’è qualcosa di profondamente vero. La consapevolezza che, anche quando tutto sembra perduto, non siamo mai davvero soli.

L’amicizia può essere una forma di salvezza

Il cuore pulsante di Stranger Things non sono i mostri, ma il legame tra i suoi protagonisti. Mike, Dustin, Lucas, Will ed Eleven ci mostrano che l’amicizia non è solo condivisione di momenti felici, ma resistenza comune davanti alla paura.

In un mondo che spesso chiede di cavarsela da soli, la serie ci ricorda che chiedere aiuto non è una debolezza. Al contrario, è proprio il gruppo a permettere ai personaggi di sopravvivere, di crescere e di non perdersi del tutto, anche quando il dolore sembra troppo grande.

Crescere significa perdere qualcosa (e imparare a conviverci)

Una delle lezioni più struggenti di Stranger Things è che crescere non è un processo indolore. Ogni stagione segna un passaggio: l’infanzia che si allontana, le certezze che si sgretolano, l’idea che nulla resterà esattamente com’era prima.

La serie racconta il lutto, l’assenza, il cambiamento dei rapporti senza edulcorarli. Crescere significa accettare che alcune cose finiscono, e che la nostalgia non è un rifugio, ma una ferita da attraversare.

La paura più grande non viene sempre dai mostri

Il Sottosopra è spaventoso, ma spesso Stranger Things suggerisce che il vero orrore nasce altrove: nell’abuso di potere, nella manipolazione, nel silenzio degli adulti, nei segreti non detti.

Le figure più inquietanti non sono sempre creature sovrannaturali, ma esseri umani incapaci di empatia. La serie ci insegna che la paura peggiore è quella che non ha un volto chiaro, quella che cresce dentro le relazioni, nelle istituzioni, nella mancanza di ascolto.

Essere “diversi” non è una colpa

Eleven incarna una delle lezioni più forti della serie: essere diversi spesso significa essere soli, ma non sbagliati. Il suo percorso è una lunga lotta per definire se stessa al di là degli esperimenti, delle etichette e delle aspettative altrui.

Stranger Things ci ricorda che la diversità non va corretta, ma compresa. Che l’identità non nasce dall’adattamento forzato, ma dall’accettazione di ciò che siamo, anche quando fa paura agli altri.

Il passato non resta mai davvero sepolto

In Stranger Things il passato ritorna sempre: sotto forma di ricordi, traumi, errori non risolti. Nessun personaggio può davvero andare avanti senza fare i conti con ciò che è stato.

La serie ci insegna che ignorare il dolore non lo cancella. Affrontarlo, invece, può trasformarlo. È una lezione potente, soprattutto in un’epoca che spesso spinge a “superare” in fretta, senza elaborare.

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