Quante volte di fronte alla sofferenza o alle difficoltà degli altri viene suggerito di non intromettersi e di farsi i fatti propri. Una frase di Terenzio, di oltre due millenni, spinge a reagire a questo modo di pensare e sostiene il principio di humanitas che dovrebbe essere alla base del concetto stesso di civiltà e del vivere in società.
Homo sum, humani nihil a me alienum puto
Sono un uomo, nulla di ciò che è umano lo ritengo a me estraneo
Questa massima latina è contenuta nel primo Atto della commedia Heautontimorùmenos (Il punitore di sé stesso) Publio Terenzio Afro, scritta nel 165 a.C., oltre un secolo prima della nascita di Cristo. Una frase che esprime un indissolubile legame universale tra tutti gli umani, nella convinzione che nessuno può essere abbandonato e lasciato da solo a soffrire.
Il commediografo latino fa un richiamo alla responsabilità. Perché essere umani non significa soltanto esistere, ma riconoscersi negli altri, nelle loro fragilità, nelle loro cadute, nelle loro ferite. Significa capire che l’altrui sofferenza e fragilità non è mai davvero lontana, né davvero estranea.
Terenzio lascia una verità che nasce dalla vita, dalle relazioni, dal dolore di un uomo lasciato solo con la propria colpa. E ricorda che prendersi cura degli altri non è un gesto di bontà, ma un dovere umano.
Farsi i fatti degli altri senza essere invadenti
Per comprendere fino in fondo il senso della frase di Terenzio bisogna entrare davvero dentro la sua opera Heautontimorumenos, perché quella massima latina acquista il suo valore più profondo solo nella storia in cui nasce.
Nel senso comune, “farsi i fatti degli altri” è spesso sinonimo di invadenza, di curiosità fuori luogo, di pettegolezzo, di gossip. È l’atteggiamento di chi osserva per giudicare, di chi entra nella vita altrui per trarne vantaggio o per alimentare la propria sete di curiosità e possibilmente soddisfare la continua voglia di parlare degli altri.
La commedia di Terenzio, invece, mostra un’altra possibilità. Tocca con leggerezza e ironia la sofferenza umana, il senso di colpa, l’autopunizione, il dolore che porta una persona a farsi del male da sola. E lo fa senza moralismi, senza retorica, senza eroismi.
Il protagonista che pronuncia la frase non lo fa per mera invadenza, lo fa perché vede un uomo che si sta distruggendo. Ed è proprio questa la differenza che Terenzio mette in scena. Non ogni interesse nei confronti degli altri è invadenza. Non ogni domanda è indiscrezione. Esiste una forma di attenzione che nasce da un. principio più alto: prendersi cura del prossimo.
Il contesto dell’opera: la storia di un padre che si punisce da solo
La commedia, scritta nel 165 a.C., racconta la storia di Menedemo, un padre severo che ha cacciato di casa il figlio, Clinia, colpevole di aver amato una giovane povera, figlia di una donna straniera. Convinto che quell’amore fosse indegno, Menedemo reagisce con durezza, imponendo al ragazzo una scelta impossibile: rinunciare alla donna o rinunciare alla casa.
Clinia sceglie di andarsene. Parte per l’Asia come soldato mercenario.
Quando Menedemo comprende di aver distrutto la vita del figlio, viene travolto dal rimorso. Decide allora di punirsi. Vende i suoi beni, rinuncia a ogni agiatezza, lavora nei campi come un servo, si nega qualsiasi forma di piacere. Trasforma la propria esistenza in una lunga espiazione.
Diventa, letteralmente, “il punitore di se stesso”. La sua vita è una condanna quotidiana. Lavora dall’alba alla notte, non si concede riposo, non cerca consolazione. Vive come se il dolore fosse l’unica giustizia possibile.
Accanto a lui vive Cremete, il vicino di casa. Un uomo equilibrato, osservatore, capace di empatia. Lo vede consumarsi giorno dopo giorno nella fatica e nel rimorso. Lo osserva ridursi a un’ombra. Ed è davanti a questa sofferenza silenziosa che decide di intervenire.
Quando la cura dell’altro viene scambiata per invadenza
Il primo atto si apre proprio con questa scena. Menedemo che lavora nei campi senza sosta, e Cremete che lo osserva con crescente preoccupazione.
Chremete gli chiede perché, pur essendo ricco e proprietario di una buona terra, si stia infliggendo una vita tanto dura, senza concedersi tregua, imponendosi di vivere come un uomo senza speranza.
Menedemo reagisce con fastidio. Non vuole essere compatito, né aiutato. Rivendica il diritto di soffrire da solo. Ed è allora che pronuncia una frase che suona incredibilmente moderna:
Chreme, tantumne ab re tuast oti tibi
aliena ut cures ea quae nil ad te attinent?Hai davvero così tanto tempo libero
da occuparti di cose che non ti riguardano?
È la voce dell’indifferenza. È il confine che separa il dolore individuale dalla responsabilità collettiva. È l’idea che ognuno debba cavarsela da solo.
La risposta che cambia tutto: andare oltre il “non ti riguarda”
A quel punto, davanti al muro alzato da Menedemo, Cremete non si offende, né si ritira. Non accetta la logica del “fatti i fatti tuoi”. La sua replica è quella che ha attraversato i secoli:
Homo sum, humani nihil a me alienum puto
Con queste parole, Terenzio compie una rivoluzione silenziosa. Affermache il perimetro dell’esistenza non finisce sulla soglia di casa propria o nei confini del mero interesse personale. Se un altro essere umano soffre, quella sofferenza “mi riguarda” per diritto di nascita. Non è curiosità, ma un atto di umanità, di appartenenza alla stessa specie.
Non a caso, Cremete va oltre e offre a Menedemo la giusta risposta che lo spiazza:
vel me monere hoc vel percontari puta:
rectumst ego ŭt faciam; non est tĕ ŭt deterream.Puoi prenderlo come un consiglio o come una domanda:
è giusto che io intervenga, non per intimidirti.
Questa frase è fondamentale perché chiarisce che la posizione di Chremes non è invadenza, ma cura legittima, responsabilità morale, umanità condivisa.
Quando il dolore finalmente trova qualcuno che lo ascolta
Dopo la risposta di Cremete, qualcosa si spezza, il muro che separava i due sembra cadere giù. Menedemo, che fino a quel momento aveva difeso il suo diritto di soffrire in silenzio, si ferma. Depone gli attrezzi. Accetta di parlare. Accetta di non essere più solo.
È a questo punto che racconta la sua storia, Menedemo si apre e finalmente svela il tormento che lo affligge. La partenza del figlio lo ha letteralmente distrutto e il senso di colpa lo assale non offrendogli nessuna tregua. Racconta del figlio Clinia, l’unico figlio. Racconta dell’amore giudicato indegno, della durezza con cui lo ha cacciato di casa, della partenza per l’Asia come soldato. Confessa della colpa che non gli dà tregua.
Menedemo non è un uomo cattivo. È un padre che riconosce di aver sbagliato. È un uomo che si è condannato da solo. È qualcuno che non ha trovato nessuno che gli dicesse: non devi soffrire da solo.
L’intervento di Cremete che si rende presente, ascolta e non si volta dall’altra parte libera finalmente lo sfogo, la piaga interna che avvilisce lo spirito come una ferita aperta che non riesce in nessun modo a saturarsi.
Terenzio insegna che il primo atto di cura è l’ascolto. Non serve avere soluzioni pronte o “risolvere” la vita degli altri con formule magiche. A volte, basta essere quel vicino che non si volta dall’altra parte, che accetta di restare accanto all’altro mentre questi mette a nudo le proprie ferite. Menedemo si sblocca perché sente che, per Cremete, lui non è un estraneo da giudicare, ma un altro uomo che ha commesso un errore terribilmente umano.
Quando il dovere per l’altro rende migliori
È affascinante ricordare che Terenzio scrisse queste parole dopo essere arrivato a Roma come schiavo dall’Africa. Prima di diventare uno degli autori più raffinati del teatro latino, aveva conosciuto la condizione di chi viene comprato, venduto, trattato come una cosa. Forse è proprio da quella esperienza che nasce la sua esigenza di affermare che nessun essere umano può essere considerato un estraneo, un oggetto, una presenza irrilevante.
Quando Terenzio mette in bocca a Cremete la frase “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, sta difendendo la dignità umana. Afferma che nessun uomo è una merce, nessuna vita è periferica, nessuna sofferenza può essere archiviata come un fatto che non ci riguarda.
Prendersi cura degli altri non è un gesto accessorio della buona educazione. Non è un optional morale. È la condizione necessaria per restare umani. È ciò che impedisce alla società di diventare una somma di solitudini che convivono nel disinteresse degli uni per gli altri.
La prossima volta che si sarà tentati di dire “non sono fatti miei o nostri”, vale la pena ricordare il gesto di Cremete, deporre gli attrezzi dell’indifferenza, e spingersi ad ascoltare l’altro per offrire la possibilità di poter tirare fuori il male che vive dentro.
Perché è solo così che il dolore smette di essere una condanna al silenzio e torna a essere una storia che chiede, semplicemente, di non essere lasciata sola.
