Le ferite dell’anima hanno la capacità di restringere il mondo. Quando si subisce una delusione profonda, un tradimento o un torto, lo spazio vitale sembra ridursi alle pareti di una stanza e l’unico orizzonte visibile diventa il proprio dolore. Una frase di Luigi Pirandello, tratta dal romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore, analizza questa claustrofobia emotiva e propone una “terapia” insolita quanto potente: la prospettiva dell’infinito.
Attraverso lo sguardo distaccato del protagonista, l’autore suggerisce che la guarigione non passi per l’analisi del trauma, ma per un radicale cambio di prospettiva. Lo scrittore siciliano sottolinea, nel Quinto Quaderno del libro, una verità che purtroppo nei momenti di difficoltà non appare così limpida. La frase chiave che ogni persona ferita dovrebbe fare propria è un invito a rompere l’isolamento della sofferenza:
A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è, sopra il soffitto, il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle.
La frase di Luigi Pirandello che spinge a guardare oltre
Capita che ci siano occasioni della vita in cui chi si pensava di conoscere finisce per tradire la fiducia, o mostra mancanza di riconoscenza, o peggio crea un danno deliberato. Così come la vita nel suo complesso può offrire la sua parte peggiore, costringendo l’individuo a subirne le amare conseguenze.
Proprio per questo, ascoltando il messaggio della citazione di Pirandello, diventa vitale compiere uno sforzo di volontà: spostare lo sguardo. Bisogna guardare ben oltre le mura e il soffitto della stanza del dolore e puntare l’attenzione all’immensità delle stelle. Esse rappresentano l’andare oltre, il confine dove il tormento personale smette di essere il centro dell’universo per diventare un dettaglio infinitesimale.
Contemplando il cielo, la propria “inferma piccolezza” finisce per inabissarsi nella vastità degli spazi. Pirandello insegna che il segreto per superare le ferite del cuore non risiede nel trovare risposte o giustificazioni al tradimento, ma nel ridimensionare l’importanza dell’io. Davanti alla luce millenaria delle stelle, ogni ragione di tormento non può che apparire “misera e vana”, permettendo finalmente all’anima di tornare a respirare.
Serafino Gubbio e il dramma di Aldo Nuti: l’uomo nel “gorgo”
Per comprendere la portata di questa riflessione, bisogna inquadrare la figura di Serafino Gubbio. Serafino non è un semplice narratore, ma un operatore cinematografico della Kosmograph, una casa di produzione della Roma dei primi del Novecento. Il suo mestiere consiste nel girare una manovella, restando impassibile mentre la cinepresa “ingoia” la realtà per trasformarla in finzione.
Questa professione lo ha condannato a una “impassibilità di specchio”. Serafino osserva la vita degli altri senza potervi partecipare, come se tra lui e il mondo ci fosse sempre una lente. È proprio questo distacco, spesso sofferto, a permettergli di sviluppare la sua peculiare filosofia: guardare le vicende umane, anche le più dolorose, come se fossero viste da una distanza siderale.
La citazione sulle stelle si trova nel Quaderno Quinto del romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore, inizialmente pubblicato nel 1916 col titolo Si gira… da Treves e successivamente riveduto col nuovo titolo nel 1925 da Mondadori. La frase nasce dall’incontro con Aldo Nuti, un personaggio che rappresenta l’esatto opposto di Serafino. Nuti è un uomo “vivo”, ma la sua vita è un incendio. È giunto a Roma divorato dal rimorso e dall’ossessione per una donna enigmatica e distruttrice, l’attrice Varia Nestoroff.
Nuti è il prototipo dell’uomo schiacciato dal tradimento e dal senso di colpa. Anni prima aveva tradito la fiducia del suo migliore amico, causandone indirettamente la morte, e ora si ritrova vittima di una passione che lo umilia. Mentre Serafino lo osserva nella sua stanza, febbricitante e disperato, percepisce tutta la claustrofobia del dolore. Nuti è prigioniero di un cerchio di odio e amore che non gli permette di vedere nient’altro se non il proprio tormento.
La claustrofobia del “gorgo” e il soffitto dell’Io
L’analisi pirandelliana parte da una constatazione spietata. Il dolore è una forza centripeta che annulla la visione del mondo. L’autore descrive l’individuo ferito come qualcuno “preso nel gorgo d’una passione, oppure oppresso, schiacciato dalla tristezza”. Quando si soffre, la mente smette di spaziare libera. Resta incastrata in un movimento vorticoso che trascina verso il basso, dove l’unica realtà percepibile è l’offesa ricevuta.
Il “soffitto” citato nel testo diventa la metafora perfetta di questa condizione. In quella stanza chiusa, Aldo Nuti si strazia le mani perché il suo intero universo è diventato il suo fallimento. Pirandello sottolinea come il trauma agisca come una prigione: ci si dimentica che esiste un “fuori”.
La sua sofferenza non è solo un atto subito, ma è quella forza oscura che costringe a fissare il pavimento, facendo scordare che “c’è, sopra il soffitto, il cielo”.
Lasciarsi trasportare dall’infinito
Serafino Gubbio, uscendo dalla stanza soffocante, compie il gesto che svela la cura: apre la finestra e sposta lo sguardo. Il passaggio dal soffitto al cielo rappresenta il transito necessario dall’Io al Cosmo.
L’inabissarsi della “piccolezza”. Pirandello insegna che la sofferenza si nutre dell’importanza che viene data a se stessi. Ma nel momento in cui lo sguardo si alza, avviene un miracolo psicologico: “contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza”. Non è un pensiero che sminuisce l’uomo, ma che lo libera, togliendogli l’obbligo di dover sostenere da solo il peso di un dramma universale.
La sparizione del tormento: La cura consiste nel lasciar scivolare il dolore nella “vacuità degli spazii”. Davanti alla luce millenaria delle stelle, il tempo della sofferenza individuale si accorcia e la sua gravità si dissolve. La soluzione non è capire il “perché” si stia vivendo il dolore, ma comprendere che, di fronte all’immensità, ogni ragione di tormento “non può non sembrarci misera e vana”.
Il limite del sostegno, ovvero l’impotenza del “guardiano”
In questo scenario di sofferenza claustrofobica, emerge una delle domande più amare e profonde di Serafino Gubbio:
Ma posso io ora…costituirmi suo guardiano?
Questa frase svela l’impossibilità di sostenere gli altri se questi non trovano in se stessi la forza di alzare lo sguardo. Serafino è stato incaricato di sorvegliare Aldo Nuti, di fargli da “balia” per evitare che la sua disperazione sfoci in tragedia. Tuttavia, l’operatore cinematografico comprende subito il paradosso del soccorritore: si può sorvegliare un corpo, ma non si può essere guardiani di un’anima che ha scelto di restare nel “gorgo”.
Pirandello insegna che il dolore crea una barriera spesso invalicabile. Nonostante Serafino veda la luce delle stelle appena fuori dalla finestra, riconosce di non poter costringere Nuti a guardarle. C’è un limite netto nel sostegno che si può offrire a chi soffre. Se l’individuo decide di restare prigioniero del proprio “soffitto”, ogni tentativo esterno di aiuto risulterà vano.
L’autore dipinge con realismo il momento in cui la cura viene rifiutata; sa bene che se Serafino offrisse quel balsamo a chi è nel pieno della rabbia, verrebbe cacciato via “a modo di un cane”.
La lezione di Pirandello non è solo una guida per chi soffre, ma un monito sulla libertà individuale. Nessuno può essere il guardiano della serenità altrui se non c’è la volontà di uscire dalla propria “stanza” mentale.
Superare la delusione e il dolore non significa ignorare il danno ricevuto, ma privarlo del suo potere assoluto attraverso la “filosofia del lontano”. La finestra di Serafino Gubbio resta aperta. Il passo verso la luce, quello sforzo di volontà necessario per riscoprire che “ci sono le stelle”, spetta unicamente a chi, fino a quel momento, ha scelto di restare nel buio.
Il brano di Luigi Pirandello che merita di essere letto
Il protagonista del brano tratto dal Quaderno Quinto del libro Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Luigi Pirandello è appunto l’operatore cinematografico della Kosmograph Serafino.
Sono uscito dalla sua stanza, senza neanche il piacere di avergli offerto uno sfogo che potesse alleggerirgli un po’ il cuore. Ed ecco che io ora posso aprire la finestra e mettermi a contemplare il cielo, mentr’egli di là si strazia le mani e piange, divorato dalla rabbia e dal cordoglio. Se rientrassi di là, nella sua stanza, e gli dicessi con gioja: “Signor Nuti, sa? ci sono le stelle! Lei certo se n’è dimenticato; ma ci sono le stelle!”, che avverrebbe?
A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è, sopra il soffitto, il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l’esserci delle stelle non ispirasse loro un conforto religioso. Contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento.
Ma bisognerebbe avere in sé, nel momento della passione, la possibilità di pensare alle stelle. Può averla uno come me, che da un pezzo guarda tutto e anche se stesso come da lontano. Se entrassi di là a dire al signor Nuti che nel cielo ci sono le stelle, mi griderebbe forse di salutargliele cacciandomi via, a modo di un cane.
Ma posso io ora, come vorrebbe Polacco, costituirmi suo guardiano? M’immagino come tra poco mi guarderà Carlo Ferro, vedendomi alla Kosmograph con lui accanto. E Dio sa, che non ho alcuna ragione d’esser più amico dell’uno che dell’altro.
Io vorrei seguitare a fare, con la consueta impassibilità, l’operatore. Non m’affaccerò alla finestra. Ahimè, da che è venuto alla Kosmograph quel maledetto Zeme, vedo anche nel cielo una meraviglia da cinematografo.
