Robert Doisneau, il fotografo della strada e degli istanti rubati di felicità

Il suo sguardo di fotografo si è rivolto a realtà mai indagate prima, restituendo agli altri, attraverso i suoi scatti, la sua visione poetica, immaginativa del mondo: Robert Doisneau (1912-1994) ha condotto un lavoro molto personale sulla fotografia, senza preoccuparsi di fare scuola. È quanto emerge dalle parole di sua figlia, Francine Deroudille, che insieme alla sorella Annette Doisneau ha fondato nel 2001 a Montrouge l'Atelier Robert Doisneau, di cui ci presenta l'attività...
La figlia del grande fotografo francese parla del valore documentario e artistico del lavoro del padre e illustra la storia e l’attività dell’Atelier Robert Doisneau, struttura preposta alla conservazione e diffusione dell’opera paterna
 

MILANO – Il suo sguardo di fotografo si è rivolto a realtà mai indagate prima, restituendo agli altri, attraverso i suoi scatti, la sua visione  poetica, immaginativa del mondo: Robert Doisneau (1912-1994) ha condotto un lavoro molto personale sulla fotografia, senza preoccuparsi di fare scuola. È quanto emerge dalle parole di sua figlia, Francine Deroudille, che insieme alla sorella Annette Doisneau ha fondato nel 2001 a Montrouge l’Atelier Robert Doisneau, di cui ci presenta l’attività.

Quando e con quali intenti è nato l’Atelier Robert Doisneau?

Fino al 2001 la collezione fotografica di Robert Doisneau era rappresentata, distribuita e diffusa dall’agenzia Rapho, di cui mio padre fu membro dal 1947 e per cui anche io iniziai a lavorare nel 1980.
Nel dicembre del 2000 l’agenzia Rapho è stata acquisita da Hachette Filipacchi Médias, e io l’ho lasciata poco dopo.
Mia sorella lavorava agli archivi di mio padre da qualche anno, e ci è sembrato naturale a quel punto, visto che conoscevamo il mestiere, organizzare una struttura per assicurare la conservazione e la diffusione dell’opera di nostro padre senza contare troppo sull’agenzia, che stava attraversando un periodo difficile.
Dal 2010, in seguito all’acquisizione da parte di François Lochon della struttura Gamma Rapho, l’agenzia ha ripreso vitalità, sicché le abbiamo affidato di nuovo tutta la parte riguardante la distribuzione. È invece l’Atelier Robert Doisneau che si occupa delle pubblicazioni delle sue opere, delle esposizioni e di tutti i progetti audivisivi.

Cos’ha rappresentato l’opera di Robert Doisneau nella storia della fotografia? Qual è il valore documentario dei suoi reportages, quali sono le realtà che ha indagato, quali aspetti della società ha catturato il suo occhio di fotografo in cinquant’anni di attività?
Non spetta a me dirlo. Gli storici della fotografia, i critici e il pubblico apprezzano il suo sguardo “umanistico”, la benevolenza della sua testimonianza nei confronti dei suoi contemporanei, il suo gusto del gioco e la pertinenza delle sue ricerche grafiche… Dagli anni Trenta ha fotografato luoghi e persone cui nessuno si era interessato prima. La periferia, la gente del popolo, i minuscoli eventi della vita, l’atmosfera dei tempi. Era un innovatore assoluto: ha rifuggito gli studi dei pittorialisti per la luce naturale delle strade, ha voltato le spalle ai grandi viaggi per osservare con irriducibile spirito di indipendenza il mondo nel quale viveva, il suo stesso ambiente.

Qual è il valore artistico della sua fotografia? Quali sono le caratteristiche del suo stile fotografico, quali le innovazioni da lui portate nella fotografia come forma d’arte e quali gli insegnamenti che ha lasciato in eredità alle generazioni successive di fotografi?
Anche qui non sono io a dover rispondere, perché il valore artistico di un’opera è determinato dagli sguardi che su questa si posano.
Senza dubbio si possono trovare nelle fotografie di Robert Doisneau tracce di quello che Pierre Mac Orlan chiamava “fantastico sociale”: una visione poetica del mondo, immaginativa, che annebbia il reale e gli sovrappone un mondo rivisitato dallo sguardo dell’artista.
Doisneau ha praticato anche con molto talento, interpretandola secondo il suo proprio stile, la tecnica del “bricolage fotografico”. Ha sperimentato ogni sorta di montaggio, di “installazione” diremmo oggi, spingendosi fino a far modificare delle apparecchiature per realizzarli.
Non era un uomo portato all’insegnamento, non desiderava lasciare alcun messaggio, non aveva nessun’aspirazione a diventare un modello da imitare e si preoccupava poco di fare scuola.

Attraverso quali iniziative l’Atelier cerca di conservare e diffondere la conoscenza dell’opera di Doisneau?
Ogni anno allestiamo numerose esposizioni che facciamo viaggiare per il mondo intero, dal 2003 abbiamo collaborato alla pubblicazione di 17 libri e continuiamo a esplorare tematiche inedite o dimenticate.

Quali risorse e competenze sono necessarie a una struttura come la vostra per poter svolgere la sua attività di tutela, conservazione e diffusione della conoscenza di un patrimonio fotografico?
Noi non siamo una Fondazione, ma un’impresa totalmente privata che si finanzia autonomamente attraverso i diritti d’autore generati dalla diffusione dell’opera. Dobbiamo dunque trovare continuamente nuovi modi per portare avanti l’attività.
Poiché praticavamo il mestiere già prima della creazione dell’Atelier, non è stato un grosso problema.

Quali trasformazioni ha apportato il digitale in fotografia? Quali nuove possibilità offre il digitale alle attività di una fondazione fotografica?
L’arrivo del digitale nel campo della fotografia è davvero una rivoluzione. Per la pratica fotografica il cambiamento è notevole. Per quanto riguarda le collezioni già costituite è soprattutto a livello della diffusione che le cose cambiano. Si ha la possibilità di far circolare le immagini in tempo reale, di preservare le vecchie stampe facendo girare dei file al loro posto, si possono archiviare le opere con un’efficacia e una precisione molto maggiori. È uno strumento di supporto straordinario.

In Francia esistono strutture adeguate a tutelare, promuovere e far conoscere la fotografia come forma d’arte e patrimonio culturale?
Nel 1980 era stata fondata una Mission du patrimoine photographique [istituto pubblico incaricato della catalogazione, conservazione, amministrazione e promozione delle collezioni fotografiche dello Stato – N.d.R.], ma purtroppo oggi non esiste più.
Nei mesi prossimi avvierà invece la sua attività un Centre de la photographie et du patrimoine a Charenton, vicino a Parigi. Vedremo se sarà all’altezza delle nostre speranze.

IL FOTOGRAFO – Nato nel 1912 a Gentilly, durante la giovinezza Robert Doisneau apprende la tecnica dell’incisione litografica all’école Estienne e inizia a lavorare come disegnatore di etichette farmaceutiche. Nel 1931 diventa assistente dello scultore André Vigneau e scopre il mondo della creazione artistica. A ventidue anni viene assunto come fotografo, nel settore pubblicitario, dalla Renault, ma viene licenziato quattro anni dopo a causa di ripetuti ritardi. A quel punto diventa un fotografo free lance, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale interrompe i suoi progetti. Nel 1946 entra a far parte nell’agenzia Rapho, con cui lavora per quasi cinquant’anni. È nel dopoguerra che inizia ad accumulare le fotografie che ne consacreranno il successo, girando ostinatamente per le strade della periferia, “là dove non c’è niente da vedere”, privilegiando i momenti furtivi, gli attimi di minuscola felicità rischiarati dai raggi del sole sull’asfalto della città. Muore nel 1994 a Montrouge, un sobborgo a sud di Parigi, lasciando circa 450 mila negativi che raccontano la sua epoca con sguardo divertito e benevolo, tratto che non deve però mascherare la profondità della sua riflessione, l’insolenza nei confronti del potere e dell’autorità e il suo spirito indipendente. 

24 gennaio 2013

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