Per Fred Ritchin la fotografia digitale rischia di perdere il valore documentale della realtà

Con il digitale, il lavoro di postproduzione ed editing dell'immagine ha assunto una rilevanza maggiore. Attraverso la rete, inoltre, chiunque può appropriarsi della fotografia di qualcun altro e modificarla secondo i propri scopi. Secondo Fred Ritchin, questo rischia di mettere in discussione il valore che veniva un tempo attribuito alla fotografia, quello di documento e prova decisiva della verità dei fatti...
In “Dopo la fotografia”, il docente dell’Università di New York segnala i pericoli che possono derivare dalle potenzialità di ricreare la realtà della fotografia digitale
 
MILANO – Con il digitale, il lavoro di postproduzione ed editing dell’immagine ha assunto una rilevanza maggiore. Attraverso la rete, inoltre, chiunque può appropriarsi della fotografia di qualcun altro e modificarla secondo i propri scopi. Secondo Fred Ritchin, questo rischia di mettere in discussione il valore che veniva un tempo attribuito alla fotografia, quello di documento e prova decisiva della verità dei fatti. È questa la questione che Ritchin affronta in “Dopo la fotografia” (Einaudi). 
 
IL LIBRO – Che cosa accadrà alla fotografia nel prossimo futuro? Come si evolverà grazie alle nuove possibilità introdotte dall’uso del digitale? Quali sono le insidie e gli aspetti positivi di questo nuovo mezzo? Su queste le domande Fred Ritchin richiama l’attenzione del lettore. L’autore, docente di Fotografia e immagine all’Università di New York, definito dalla rivista «American Photo» uno dei cento personaggi più importanti legati al mondo della fotografia, delinea qui un’approfondita analisi di queste questioni. 
 
LA RIVOLUZIONE DIGITALE IN FOTOGRAFIA – I media digitali hanno rivoluzionato il nostro modo di ricevere informazioni visive. Siamo sommersi da immagini sempre più numerose: basta pensare a tutte le foto degli eventi di attualità scattate con i telefoni cellulari, o all’uso pervasivo delle immagini di sorveglianza. Le fotografie, insomma, fanno sempre più parte della nostra vita. Per questo Ritchin sostiene che è tempo di cominciare a riflettere seriamente sulle possibilità offerte dalle innovazioni digitali e sui loro rischi. Così facendo, possiamo comprendere meglio il linguaggio fotografico, ormai diffuso a livello universale, e la realtà che ci circonda.   
 
CI SI PUÒ FIDARE DELLE IMMAGINI DIGITALI? – Il primo problema da porsi è che se la fotografia viene così facilmente rimaneggiata dalle case editrici e dalle testate giornalistiche, il pubblico potrebbe ragionevolmente perdere fiducia nella capacità di questo mezzo di testimoniare la realtà. Sarebbe dunque necessario, per Ritchin, stabilire per gli organi di informazione delle regole sulla possibilità di modificare le immagini. Per esempio si potrebbe introdurre l’obbligo di indicare se l’immagine è stata modificata e qual è la natura degli interventi.
 
LA CRISI DEL CONCETTO DI COPYRIGHT – Il fatto che le fotografie digitali vengano condivise in rete, poi, cambia il concetto di copyright. Chiunque può appropriarsi della fotografia di qualcun altro, sottrarla al contesto storico in cui è stata scattata e modificarla per un nuovo utilizzo. È quello che è accaduto, racconta Ritchin, quando la pittrice Joy Garnett ha utilizzato una fotografia scattata da Susan Meiselas per realizzare una sua opera. La fotografa aveva immortalato un uomo che lanciava una molotov durante la rivoluzione in Nicaragua, e la pittrice aveva reinterpretato quell’immagine in un quadro di una serie intitolata “Riots” (“rivolte”). Usi di questo tipo mettono a rischio l’identità della fotografia di reportage.
 
LE OPPORTUNITÀ OFFERTE DALLA RETE – D’altra parte la rete, se si sfruttano per il meglio le sue potenzialità, può favorire il lavoro di studio e approfondimento di un reportage.  Creare, grazie al web, un dialogo e un confronto attorno a un lavoro di documentazione fotografica può aiutare a illuminare meglio una realtà, correggendo la visione del singolo fotografo, che può essere parziale. Si può pensare anche, immagina Ritchin, di dare voce ai soggetti immortalati. Cliccando sul soggetto di una foto, per esempio, dall’immagine si potrebbe passare a un video in cui quella persona parla di sé, del suo mondo, della particolare situazione documentata dalla fotografia. In questo modo ci sarebbe una collaborazione attiva tra fotografo e il suo soggetto, che aiuterebbe  a interpretare correttamente l’immagine.
 
IL REPORTAGE SUL WEB: UN LAVORO SEMPRE APERTO – La pubblicazione di un reportage in rete, inoltre, consente di arricchire continuamente le foto con nuovo materiale. Si possono inserire nel tempo nuovi link, nuovi video, nuove immagini, nuovi testi. Questo consente di pensare a un lavoro di documentazione sempre aperto, che segue nel tempo l’evolversi delle situazioni analizzate.  
 
LA VIA DA PERCORRERE – La fotografia, mette in guardia Ritchin, non è mai stata una testimone assolutamente fedele alla verità. Le immagini, in parte, hanno sempre deformato la realtà, a causa della parzialità di visione del fotografo, della pratica del ritocco, della costruzione “ad arte” di fotografie finalizzate a dar prova di una tesi prestabilita. Con il digitale questi aspetti rischiano di esasperarsi. Ma è innegabile che la fotografia ha anche rivestito, spesso, un valore di denuncia di situazioni che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute, un valore di documento. Non dobbiamo rinunciare a questo servizio che la fotografia ci offre. L’invito dell’autore è quello di stare attenti a utilizzarla in maniera consapevole, di promuoverne le pratiche più corrette, cercando di cogliere tutte le opportunità che le nuove tecnologie ci offrono.
 
16 febbraio 2013 

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