Paolo Pellegrin, ”La realtà che mi circonda ispira la mia voce fotografica”

Non appena ha incontrato la fotografia, Paolo Pellegrin ha capito che poteva divenire il suo modo per raccontare il mondo. Fissità, silenzio, fermezza, sono tutti punti di forza di un medium espressivo che Pellegrin carica attraverso l’esperienza...

In quest’intervista il fotoreporter italiano, legato alla prestigiosa agenzia Magnum, ci racconta il suo percorso formativo e il suo personale rapporto con la fotografia, analizzando anche la situazione culturale italiana e dando un consiglio diretto a tutti i nuovi giovani fotografi

MILANO – Non appena ha incontrato la fotografia, Paolo Pellegrin ha capito che poteva divenire il suo modo per raccontare il mondo. Fissità, silenzio, fermezza, sono tutti punti di forza di un medium espressivo che Pellegrin carica attraverso l’esperienza, trasformandolo ogni volta in un modo diverso, per dar vita alla sua personale voce fotografica. In quest’intervista il grande fotoreporter italiano, scelto dall’agenzia Magnum come uno dei suoi fotografi più rappresentativi, si racconta nel suo rapporto intimo con la fotografia, dagli inizi al suo percorso formativo attraverso la scuola francese e quella americana, all’ingresso alla Magnum Photos, che ha caricato il suo lavoro di un fortissimo senso di responsabilità. Non tralascia poi qualche considerazione a proposito della situazione culturale in Italia, dove dice che ci sono “giovani fotografi bravissimi”, ai quali consiglia di perseguire sempre una sola cosa: la qualità.

 

Come nasce la tua passione per la fotografia? Come sei giunto alla decisione di dedicarti a questo lavoro?
Dopo la scuola superiore avevo deciso di ripercorrere la carriera dei miei genitori, entrambi architetti, ma al terzo anno di università capii che non era la mia strada. All’epoca non sapevo cosa avrei fatto: mi sarebbe piaciuto studiare Antropologia, ma non avevo per niente le idee chiare sul mio futuro. La fotografia era sempre esistita in casa mia, grazie a mio padre che aveva coltivato questa passione trasmettendomela. Fu uno spunto per proseguire nei miei studi, attraverso un corso che volevo già intraprendere, una scuola tecnica, non umanistica, che mi permise di formarmi seriamente: non avevo bisogno di imparare a fotografare, quello già l’avevo imparato da dilettante; avevo invece bisogno di imparare le modalità con cui è possibile trasformare l’aspetto visivo in linguaggio. Avevo bisogno di acquisire una capacità comunicativa.

Quale significato ha per te la fotografia quale linguaggio espressivo?
La fotografia ha sicuramente tanti limiti in più rispetto ad altre forme di comunicazione: penso per esempio alla televisione, rispetto alla quale non ha suono, non ha movimento. Ma a ben vedere queste privazioni diventano nella fotografia degli aspetti di forza: la fissità, il silenzio, la fermezza penetrano più profondamente nel fruitore, lo colpiscono in maniera più incisiva. Inoltre la televisione sembra comportare un’esperienza di tipo passivo, che nel caso della fruizione di immagini si trasforma invece in uno sforzo maggiore, in un rapporto più profondo e traformativo: non a caso si dice che una fotografia o un buon libro possono cambiarci la vita, ma non si può dire di certo lo stesso della tv.

Quali sono i suoi maestri e i suoi punti di riferimento in campo fotografico?

Nella mia formazione ho incontrato moltissime persone che col tempo sono divenute per me fondamentali, dei veri padri e maestri. Ma nella vita di un fotografo ogni scatto è l’espressione di quello che è e cambia radicalmente con l’esperienza: il cinema, la natura, ciò che mi circonda, ogni cosa è esperienza, che io assimilo e trasformo in modo da esprimere la mia personale voce fotografica.

Cosa ha significato per te entrare a far parte della Magnum Photos?
L’Agenzia Magnum rappresenta sicuramente un grandissimo punto di riferimento per il fotogiornalismo. Quando venni scelto per entrarne a far parte, avevo 35 anni, il mio percorso fotografico era impostato e avevo già scelto la mia strada espressiva. Per me quindi divenirne membro non ha comportato un cambiamento sostanziale nel mio modo di fare fotografia, cosa che sarebbe stata naturale se fossi stato solo un po’ più giovane. Per me è stato invece uno straordinario riconoscimento, che, più che modificare la mia natura di fotografo, mi ha dato un forte senso di responsabilità nel fare il mio lavoro, per il valore culturale che da sempre contraddistingue quest’agenzia.

Come descriveresti il tuo stile?
Nella mia formazione sono stato esposto essenzialmente a due scuole: quella francese e quella americana. La prima ha la caratteristica di essere impressionista, presenta un rapporto meno diretto col reale, attraverso l’uso del simbolo e della metafora; la seconda rimane più ancorata ai fatti, vuole dare una descrizione il più possibile oggettiva della realtà. Durante il mio percorso di studi e poi lavorativo sono stato prima in un’agenzia francese per 10 anni, poi in USA: è naturale quindi che io mi ponga su un crinale che sta esattamente a metà fra queste due scuole. Per le mie immagini di guerra, per esempio, adotto in prevalenza il punto di vista tipico della scuola americana, perché voglio che i miei scatti siano reali e rappresentativi della realtà. Ma in molte altre fotografie sento allo stesso tempo il bisogno di inserire tracce del mio percorso francese, cercando di dare un’idea diversa, di una metafora, un messaggio al di là dell’immagine: una fotografia che non esprime solo quello che raffigura, ma ha un’eco più generale.

Secondo te la fotografia è abbastanza valorizzata in Italia? Nel campo editoriale si dà sufficiente spazio a progetti fotografici?
Io penso che questo sia, al di là della crisi dell’editoria, un momento straordinario per la fotografia, di grande interesse anche in Italia. E’ fuori dubbio che l’Italia, sotto questo punto di vista, presenti delle debolezze strutturali, ma a mio avviso nell’ultimo periodo il nostro Paese ha dimostrato di avere un punto di forza non indifferente: un gruppo di buonissimi fotografi, che ha già iniziato ad acquisire una fama internazionale. Quando ho iniziato, ormai 27 anni fa, fatta eccezione per gli straordinari casi isolati di Mario Giacomelli e Ferdinando Scianna, ricordo che non c’erano dei veri e propri maestri della fotografia; ora invece mi sembra che l’Italia produca costantemente qualità fotografica e nuovi giovani fotografi bravissimi. Che poi questi non riescano a trovare gli sbocchi e la capacità di esprimersi o le risorse per lavorare su delle storie, questo è un altro discorso, e anche se fosse, ben venga, perché questo gli permette di affacciarsi al mondo. Al momento è impossibile parlare di una vera e propria scuola italiana, ma ho come l’impressione che ci stiamo muovendo in quella direzione. In conclusione direi che lo stato della cultura fotografica italiana è fuori dubbio molto positivo: c’è sicuramente una debolezza strutturale del sistema editoriale, ma la qualità fotografica che l’Italia produce è alta, anche se trova sbocchi altrove.

Quale consiglio ti senti di dare ai giovani fotografi?
L’unica cosa che mi sento veramente di dire, considerando che ognuno ha il suo percorso e tutte le storie sono diverse, è che è necessario perseguire la qualità, un fattore a mio parere assoluto, che non può non emergere. Nell’ambito enorme delle possibilità di espressione offerte dal medium fotografico bisogna perseguire un percorso di qualità, che ripaga sempre.

4 novembre 2012

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