Nino Migliori, l’architetto della visione protagonista di 65 anni di fotografia d’autore

Non solo documentare, ma conoscere umanamente, avere dei rapporti diretti, entrare nella quotidianità delle persone. E’ questo lo scopo principale che ha accompagnato in 65 anni il percorso fotografico di Nino Migliori, uno dei più grandi fotografi italiani del nostro tempo...

Si terrà dal 18 gennaio al 28 aprile prossimi a Bologna, la mostra “Nino Migliori a Palazzo Fava”, mostra antologica dedicata al lavoro di uno dei più grandi fotografi italiani del nostro tempo

MILANO – Non solo documentare, ma conoscere umanamente, avere dei rapporti diretti, entrare nella quotidianità delle persone. E’ questo lo scopo principale che ha accompagnato in 65 anni il percorso fotografico di Nino Migliori, uno dei più grandi fotografi italiani del nostro tempo. Fautore della fotografia neorealista, della foto come mezzo per visualizzare idee e pensieri in libertà “fintanto che la luce interverrà nella formazione di un’immagine”, Nino Migliori parla della mostra a lui dedicata, in programma dal 18 gennaio al 28 aprile prossimi a Bologna, a Palazzo Fava, e trae un primo bilancio del suo percorso fotografico, dagli esordi sino ai giorni nostri.

In cosa consiste la mostra “Nino Migliori a Palazzo Fava. Antologica” che parte oggi a Bologna?

E’ una ampia retrospettiva che presenta i lavori del mio percorso dagli esordi ad oggi, dalle prime sperimentazioni alla ricerca concettuale, dalle immagini realiste ai polaroid, dai muri alle trasfigurazioni, eccetera. E’ costituita da oltre 300 fotografie, 4 installazioni e altrettanti “oggetti fotografici” delle serie “Moebius”. E’ stata voluta da Fabio Roversi-Monaco, presidente della Fondazione Carisbo, l’ideatore di Genus Bononiae Musei nella città. Questa di Bologna segue e si incastra con quella che si è appena conclusa allo Spazio Forma a Milano, ma appunto non è una sua replica, infatti l’80% dei lavori sono diversi: racchiudere, anche selezionando, 65 anni di fotografia richiede grandi spazi. In occasione di ArteFiera verranno inaugurate altre due installazioni in altrettante sedi del circuito Genus Bononiae, in particolare Scattate e abbandonate a Palazzo Pepoli e Glass writing: Idrogramma a Casa Saraceni. Queste, come la mostra, rimarranno aperte fino al 28 aprile.
L’esposizione è accompagnata da un volume edito da Contrasto, con testi di Alessandra Mauro, Denis Curti ed una intervista di Michele Smargiassi, che raccoglie tutti i lavori presenti nelle due mostre. Ci tengo a dirlo perché questo è un bell’esempio di cosa significa sinergia: intelligentemente invece di fare due pubblicazioni Roversi-Monaco e Koch hanno evitato il particolarismo e anziché “giocare ognuno nel proprio cortile” si sono alleati e hanno dato vita ad un unico libro-catalogo molto ricco ed articolato. Credo che questa dovrebbe essere una strategia da seguire, nel senso che unire le forze è determinante in qualsiasi campo per uscire dalle sabbie mobili nelle quali stiamo sprofondando.

 

Ci spiega il suo approccio alla fotografia?
Più che di reportage mi piace parlare di progetto, perché anche negli anni Cinquanta quando fotografavo la gente dell’Emilia, del sud, del nord, del delta padano il mio non era un approccio giornalistico. L’intento non era solo quello di documentare, ma lo scopo principale era quello di conoscere umanamente, avere dei rapporti diretti, entrare nella quotidianità delle persone, non quello di pubblicare su giornali o riviste.
Molto spesso i lavori derivano da un’idea che viene ampliata, strutturata, non sempre però prende forma in modo lineare. Scrivo anche degli appunti, ma è durante la realizzazione che gli spunti nascono, si avvicendano come un gioco di reciproci e continui rimandi, per cui in alcuni casi l’idea di partenza viene radicalmente modificata. Fortunatamente anche quando è una committenza, come recentemente è stato con la ditta Polli, mi viene lasciata carta bianca: per quanto mi riguarda la libertà è l’innesco, il viatico di ogni operazione.

 

Come si è evoluta la sua concezione fotografica nel corso degli anni?
Certamente tanti anni di frequentazione fotografica portano delle modifiche, dei continui aggiustamenti, nulla è perenne, ma fondamentalmente direi che sin dagli esordi la curiosità di analizzare le possibilità del mezzo mi faceva ritenere la fotografia un linguaggio, uno strumento duttile che racconta, che mette in scena ciò che il fotografo decide di mostrare. Tenga presente che le immagini realiste sono coeve a quelle di sperimentazione e a quelle dei muri. In sintesi credo che sin dagli inizi le linee guida erano già tracciate.

 

Nonostante la sua lunga esperienza fotografica, lei è un maestro sempre aperto alle sperimentazioni e alla fotografia digitale. Cosa si sente di dire a chi ritiene che l’uso del digitale rischia di compromettere il romanticismo e la naturalezza di un’opera?
Non mi stancherò mai di ripetere che fintanto che la luce interverrà nella formazione di una immagine, questa  sarà sempre fotografia, indipendentemente che sia fissata su una pellicola o tradotta in codice binario. Come dicevo fare fotografie significa visualizzare idee, pensieri e questo sin dal 1839 cioè dalla sua invenzione. Per cui l’autore è sempre presente perché sceglie porzioni di spazio e di tempo. Come è sempre presente, quando decide di stampare in modo più o meno contrastato, quando decide di mascherare o cancellare e così via. Che lo faccia in camera oscura in modo apparentemente più artigianale o davanti allo schermo di un computer col mouse non cambia nulla. Ha ragione è solo puro romanticismo, linguisticamente non c’è differenza. E posso aggiungere che la fotografia è un’invenzione per cui necessariamente legata alla tecnologia e ai progressi della scienza. Ne è testimonianza il fatto che siamo passati dal dagherrotipo – tra l’altro pezzo unico senza negativo per cui, per certi versi, solo la polaroid avrebbe potuto essere la sua continuazione – a tutte le innovazioni che nei decenni si sono succedute e dalle quali la fotografia ha tratto vantaggio come sicuramente avverrà con le future innovazioni.

Cosa si sente di dire e consigliare ai giovani che si affacciano alla fotografia?
Prima di tutto è importante non autoproclamarsi artisti, casomai saranno altri, sarà la storia ad attribuire la definizione, quindi parliamo di fotografi, ma anche di pittori, scultori, videomakers, performers, eccetera. Questo perché credo sia fondamentale essere umili, il che non vuol dire essere sottomessi o servili, ma significa aver voglia di imparare e studiare, essere informati, tenere sempre accesa la scintilla della curiosità, non ritenersi mai arrivati, rimettersi in gioco, non essere invidiosi del successo degli altri, anzi quando è possibile giocare in squadra. Tutto questo però vale per tutti non solo per i giovani. A loro in particolare dico non lasciarsi demoralizzare dai riscontri negativi, se si è certi di quello che si fa, procedere senza paure. Purtroppo oggi le difficoltà sono moltissime e tutti le conosciamo.

Quali sono i suoi lavori in programma per questo 2013?
Devo portare a termine diversi lavori. Tra gli altri: una interpretazione del cimitero di Bologna, La Certosa, che sfocerà in una mostra tra maggio e giugno. La lettura a lume di candela del Compianto di Niccolò dell’Arca, custodito nella chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna, e iniziare quella di una parte dei bassorilievi di Wiligelmo nel Duomo di Modena. Ho in sospeso due lavori a New York, uno sulla città ed un altro su un  museo e mi piacerebbe finirli. Inoltre dovrebbe uscire il volume Double-shot, interpretazione di Londra realizzata con il doppio scatto.

 

17 gennaio 2013

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