”Homeless”, cinquanta ritratti per raccontare la vita ai margini della società

''Homeless'' è lo straordinario lavoro di Lee Jeffries, presentato in prima mondiale al Museo di Roma in Trastevere sino al 12 gennaio prossimo. Gli scatti ritraggono i volti di senza fissa dimora ed emarginati...

Sarà visitabile sino al 12 gennaio prossimo, presso il Museo di Roma in Trastevere la mostra del fotografo Lee Jeffries, il quale presenta cinquanta scatti che ritraggono il dolore e la sofferenza di chi vive ai margini della società

MILANO – “Homeless” è lo straordinario lavoro di Lee Jeffries, presentato in prima mondiale al Museo di Roma in Trastevere sino al 12 gennaio prossimo. Gli scatti, che ritraggono senza fissa dimora, emarginati, sono stati accessibili al pubblico per un certo periodo solamente in rete, dove hanno già ottenuto una grandissima fama, riconoscimenti e premi. La mostra fotografica è promossa dall’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e da LoolitArT ed è a cura di Giovanni Cozzi, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. La mostra fa parte del Circuito della XII edizione di Fotografia, Festival Internazionale di Roma.


LO SPIRITO DI HOMELESS
– I soggetti di Lee Jeffries, fotografo quarantunenne di Manchester, sono persone senza fissa dimora, emarginati, uomini e donne esclusi dall’attività sociale incontrati camminando per le strade dell’Europa e degli Stati Uniti. Il suo orientamento artistico muta con l’incontro casuale nelle vie di Londra di una ragazza senzatetto di cui ruba con il teleobiettivo una foto. Questo primo approccio gli insegna ad anteporre la conoscenza di ciascuno dei soggetti all’urgenza di fare loro un ritratto fotografico e, da allora, i suoi scatti diventano immagine delle sue convinzioni e della sua compassione per il mondo.

L’ESPOSIZIONE – In esposizione cinquanta scatti in bianco e nero, senza didascalie o date, perché senza tempo è la sofferenza rivelata dai volti fotografati, il disagio diventato stile di vita. Si tratta di immagini che Jeffries ha colto vagando per le vie di Londra, Parigi, Roma, New York, Miami, Los Angeles o Las Vegas, spesso ritraendo persone che hanno come dimora quelle stesse strade. Il suo stile si evidenzia nel trattamento della luce e dell’ombra, nella semplice inquadratura frontale, spesso con sfondi monocromatici scuri. Le persone che attraggono istintivamente lo sguardo di Jeffries sono uomini e donne emarginati, personaggi insoliti, outsider con storie personali drammatiche, prive delle apparenze del decoro sociale. La loro vita quotidiana come sopravvissuti è visibile sui loro volti.

FOTOGRAFIA COME ARTE E FORMA DI DENUNCIA – Primo intento etico di queste immagini è secondo l’autore “urlare l’ingiustizia” con la semplice speranza di “scattare un fotogramma che abbia alla fine il potere di influenzare di rendere l’attenzione dello spettatore abbastanza forte per volere conoscere e fare di più”. E la luce di questi scatti è la stessa che affiorava dai volti dei peccatori, dei santi, degli uomini e delle donne del popolo dipinti o scolpiti nel marmo ai piedi della Divinità, sia essa Cristo o Madonna, da Caravaggio, Leonardo, Michelangelo, Bernini, e nelle opere più grandi dell’arte rinascimentale e barocca europea. Più che di fotografia, è di Arte Sacra che si tratta. Ed è questo, ciò che resta della divina tragedia di Jeffries: il Sacro, il senso vero dell’essere Umano, troppo Umano, nella discesa agli Inferi e nella risalita al Cielo.

13 novembre 2013

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