Gabriele Basilico, il fotografo che immortalò l’anima delle città

Lo scorso 13 febbraio si è spento Gabriele Basilico, uno dei più grandi fotografi documentaristi europei. Maestro del reportage urbano, ha lasciato un enorme patrimonio di lavoro, di cultura e di umanità. A tre mesi dalla sua scomparsa, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo gli dedica una mostra che, attraverso 110 opere, ripercorre la carriera del fotografo...

  E’ recentemente scomparso il grande fotografo milanese che ha raccontato 

in modo magistrale le realtà urbane. Al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo è allestita una mostra in suo onore

 

MLANO – Lo scorso 13 febbraio si è spento Gabriele Basilico, uno dei più grandi fotografi documentaristi europei. Maestro del reportage urbano, ha lasciato un enorme patrimonio di lavoro, di cultura e di umanità. A tre mesi dalla sua scomparsa, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo gli  dedica una mostra che,  attraverso 110 opere, ripercorre  la carriera del fotografo. L’esposizione sarà visitabile sino al prossimo 6 ottobre. 

 

GABRIELE BASILICO – Gabriele Basilico è stato un grandissimo artista della contemporaneità ed un intellettuale democratico. Come artista, si colloca in posizione centrale nel contesto della grande fotografia documentaria internazionale. E’ uno dei maestri che hanno costruito la fotografia contemporanea e ne hanno consentito l’ingresso nel mondo dell’arte . Nasce a Milano il 12 agosto 1944. Dopo il Liceo artistico, si laurea in Architettura al Politecnico di Milano. Inizia a fotografare mentre è ancora studente, ed è la fotografia sociale il suo primo interesse, nel momento della contestazione studentesca, delle lotte operaie, delle manifestazioni di piazza, del desiderio di cambiare il mondo. Ma, nonostante la gratitudine sempre dimostrata a Gianni Berengo Gardin, suo maestro, o all’amico Cesare Colombo, nonostante la stima per William Klein, il reportage non è il genere di fotografia che realmente gli appartiene. 

 

L’AMORE PER LE CITTA’ – Non solo la sua formazione di architetto ma anche la sua stessa indole riflessiva lo portano molto presto verso ciò che sarebbe diventato l’oggetto assoluto del suoi impegno: la forma e l’identità della città, l’insieme complesso delle architetture, dei manufatti creati dalla storia e dalla cultura degli uomini. E dalla città, poi, tutti i mutamenti in corso nel paesaggio contemporaneo nel passaggio dall’era dell’industria alla fase postindustriale, e poi, ancora, l’urbanizzazione tutta del paesaggio, la metropoli, la megalopoli. In questo studio del legame tra luogo e identità, avrà per compagni di strada i grandi maestri della fotografia italiana di paesaggio, insieme a lui gli innovatori della fotografia italiana , coloro i quali l’hanno resa arte e impresa di impegno civile a un tempo, su tutti Luigi Ghirri e Mimmo Jodice. La prima grande ricerca di Basilico è la notissima serie Milano. Si tratta  di ritratti di fabbriche, dal 1978 al 1980, nella quale il fotografo individua e cataloga la fabbrica come possibile emblema dell’identità della città, proprio nel delicato momento in cui l’era dell’industria si stava spegnendo.

 

PROGETTI E COLLABORAZIONI – Svolta decisiva nella carriera di Basilco è, nel 1984, la partecipazione alla Mission Photographique de la DATAR, grande progetto di committenza pubblica voluto dallo stato francese per una indagine dello stato del paesaggio di fine secolo. Con questa esperienza Basilico entra in diretto contatto con la nozione complessa di paesaggio come fatto culturale, percettivo, esistenziale. Decisivo per l’evoluzione del suo lavoro è il progetto sulla città di Beirut devastata dalla guerra. Mentre continua a lavorare su  progetti di committenza pubblica, affronta un’altra ricerca di grande respiro metodologico con Sezioni del paesaggio italiano, insieme a Stefano Boeri.  Presentato alla Biennale di Venezia del 1996, è il tentativo di individuare un metodo per descrivere le trasformazioni del paesaggio italiano nel suo insieme stratificato, in modo trasversale. Con la seconda metà degli anni Novanta la sua opera procede su più livelli: da un lato continua a lavorare su Milano, dall’altro costruisce anno dopo anno lunghe indagini di singole città, o più vasti scenari nel quali confronta e fa convivere città diverse, sempre studiando l’estrema complessità dello spazio urbano contemporaneo. E’ il caso di Cityscapes, del 1999, o di Scattered City, del 2005. 

 

IL PERCORSO ESPOSITIVO – La mostra propone una selezione di 110 opere, che datano dal 1969 al 1998, divise per ricerche e nuclei tematici. Molto rilevante e utile per capire le origini del suo linguaggio è la presenza di fotografie del primo periodo, tra fotografia sociale, ritratto, prime indagini urbane. In mostra anche la notissima ricerca che rappresenta la svolta definitiva verso l’analisi della città, delle sue strutture, della sua identità: Milano.

 

24 maggio 2013

 

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