”Gaber. E Sogno e rido e vivo”, prima mostra fotografica d’autore dedicata al ”Signor G”

Inaugura domani alle 18 alla Wall of Sound Gallery di Alba la mostra fotografica ''Gaber. E sogno, e rido, e vivo'', che a dieci anni dalla scomparsa di Giorgio Gaber rende omaggio ad una vicenda umana, artistica e intellettuale tra le più vitali del secondo Novecento italiano. Nelle canzoni e nei monologhi di Gaber infatti soffia il vento di una morale di lotta, l'ansia di un'etica nuova, di un nuovo umanesimo ancora tutto da inventare, che ne fanno una delle rare coscienze civili italiane...
Nel 10° anniversario della scomparsa una mostra fotografica allestita alla Wall of Sound Gallery di Alba rende omaggio ad una vicenda umana, artistica e intellettuale tra le più vitali del secondo Novecento italiano. In mostra dal 24 gennaio al 20 marzo 2013
 

MILANO –  Inaugura domani alle 18 alla Wall of Sound Gallery di Alba la mostra fotografica “Gaber. E sogno, e rido, e vivo”, che a dieci anni dalla scomparsa di Giorgio Gaber rende omaggio ad una vicenda umana, artistica e intellettuale tra le più vitali del secondo Novecento italiano. Nelle canzoni e nei monologhi di Gaber infatti soffia il vento di una morale di lotta, l’ansia di un’etica nuova, di un nuovo umanesimo ancora tutto da inventare, che ne fanno una delle rare coscienze civili italiane.

GLI SCATTI – Saranno esposte per la prima volta le immagini più significative e iconiche che riassumono la straordinaria figura di Giorgio Gaber: oltre quaranta immagini d’autore in medio e grande formato, tratte dagli archivi della Fondazione Gaber, delle agenzie Begotti, Farabola e Olycom, dei fotografi Luigi Ciminaghi, Gianni Greguoli, Guido Harari ed Enrica Scalfari. Le immagini vengono anche rese disponibili per la prima volta in edizioni Fine Art al pubblico dei collezionisti. 

GLI ESORDI – L’appassionante viaggio visivo prende le mosse nella Milano del dopoguerra, tra sbornie di rock’n’roll (prima col gruppo dei Giullari, poi insieme all’amico Adriano Celentano, di cui Gaber è chitarrista, o in duo con il “fratello” Enzo Jannacci) e voglie di jazz, in cantine dove si coagula la prima sghemba schiera di neo-cantautori dove spiccano Luigi Tenco e Maria Monti. In quegli anni Gaber è il più acrobata degli urlatori, l’Elvis Presley italiano, presto ammorbidito in una sorta di crooner dei Navigli, che dipinge in chiave ironica e neorealistica un’umanità di periferia, quella stessa di scrittori come Testori e Quintavalle, in canzoni come La ballata del Cerutti, Trani a go go, Barbera e champagne e Porta Romana.  Il successo, soprattutto quello televisivo, è inevitabile e travolgente, con l’irrinunciabile rosario di Sanremi, Canzonissime e serate nei night. Poi, sul finire degli anni Sessanta, arriva un vento nuovo a sparigliare le carte del destino. Sull’onda di una fortunata tournée a due voci con Mina sotto l’egida del Piccolo Teatro, ecco la scoperta folgorante di un trampolino diverso per riflessioni e urgenze che pochi solchi di vinile e una carriera, ormai prevedibile, di entertainer rischiano di frustrare sempre più.

IL TEATRO CANZONE E LA MATURAZIONE ARTISTICA DEL CANTAUTORE– Nell’ottobre 1970, con la siamese complicità di Sandro Luporini, amico e coautore di tutti gli spettacoli di Gaber, e di Paolo Grassi del Piccolo Teatro, decolla dunque il Teatro Canzone. Il Signor G è il primo di una lunga serie di spettacoli che vogliono imbrigliare e decodificare in tempo reale il nuovo che avanza. Da quel momento Gaber è l’uomo immerso nel suo tempo, che tiene il palco per due-tre ore da solo, cantante-attore-mimo e agitatore di coscienze come già Brel, Vian e Brassens. La sua gestualità pare nata apposta per comunicare col pubblico che metabolizza velocemente questi recital sempre meno cantati e sempre più parlati, sempre più incalzanti, dove tutto diventa un grido di battaglia e l’obbiettivo una presa di coscienza collettiva prima, individuale poi, sulla strada della ricerca della libertà. Gaber e la sua arte “totale” diventano un fatto culturale. La sua maturazione avviene in diretta, a contatto col pubblico, sia esso l’amatissimo “movimento” giovanile o una non meglio identificabile platea di “non so”. Che si occupi dei borghesi, degli “impegnati”, della coppia, del sesso, della famiglia, della politica, della Chiesa o della nevrosi infantile dell’umanità, Gaber tocca tutti da vicino proprio dove più duole, senza mollare mai la presa. Canta/parla sempre in prima persona, come se ogni esperienza fosse la sua (ed è la sua!), per afferrarla e comprenderla fin nelle pieghe più riposte. Non crede a un teatro politico come quello di Dario Fo, né a ideologie a presa rapida. Si dichiara piuttosto “filosofo ignorante” perché non ha verità da divulgare, solo la sana certezza del dubbio. Quando si affaccia al Duemila, con la salute già compromessa, scatta in Gaber una specie di avaria esistenziale che si traduce in un ultimo grido disperato di sconfitta e di disgusto verso la propria “razza in estinzione”, una generazione che ha abortito la sua rivoluzione. All’uomo non resta che rinascere da dentro, dal “luogo del pensiero”, e deve/può farlo da solo. Per dirla con Davide Lajolo, siamo tutti sullo stesso treno, ma ognuno col suo bel biglietto, acquistato allo sportello della propria coscienza.

IL RAPPORTO CON LA MACCHINA FOTOGRAFICA – Privo di divismi, Gaber non ha mai ceduto al culto della personalità. Si immolava ai  servizi fotografici più per dovere professionale, che per piacere personale. Era sempre un infantile stupore, non autocompiacimento, quello che, di fronte agli esiti delle photo sessions, gli faceva puntualmente esclamare: “C’è roba!”. Così l’artista ricorda le prime fotografie scattategli alla fine degli anni Cinquanta da Gianni Greguoli per le copertine dei suoi primi dischi a 45 giri: “Secondo i miei discografici, sarei dovuto diventare, ‘costruito da loro’, l’idolo del rock, ma come tipo non c’ero molto. Prima di tutto mi vestivo normale, cravatta e camicia, e avevo anche qualche completo grigio. Allora il primo servizio fotografico me lo fecero fare in blue-jeans, scarpe da tennis (che non avevo mai messo in vita mia, ma ‘facevano America’) e maglione. ‘Fai un po’ di facce’ mi ripeteva Greguoli e io, con una fatica incredibile, gli obbedivo. Ne uscì un servizio mostruoso o quasi, ma io ero eccitato e contento lo stesso”. Eppure Greguoli era un artista visuale a tutto tondo, fotografo e art director, che in quegli anni fissava icone della musica. Colpisce la crescente autoironia con cui Gaber si presta al rituale delle fotografie, assecondando il taglio popolare richiesto dai media. Particolarmente significative le lastre Tullio Farabola che all’epoca, usando sorprendentemente il banco ottico di grande formato, crea una galleria di ironici e coloratissimi ritratti in studio del fior fiore della canzone italiana.

I FOTOGRAFI
– Le fotografie rimangono testimonianze doppiamente preziose di una trasformazione, anche fisica, che non ha eguali: la sua maschera e quella fisicità straripante sono fissate benissimo nelle immagini di Gianfranco Aiolfi, storico collaboratore dell’artista già negli anni Settanta, e di Enrica Scalfari. Nei primi anni Settanta, elaborando con semplicità e immediatezza alcuni spunti tratti dai primi spettacoli di Teatro Canzone, Luigi Ciminaghi, il fotografo ufficiale del Piccolo Teatro, crea le prime autentiche icone di Gaber in sala di posa, su di un semplice fondale bianco (la mostra presenta anche due interessanti e vissuti fogli di provini a contatto), ma la formidabile energia dell’artista appare come cristallizzata in pochi gesti essenziali e simbolici.

23 gennaio 2013

© Riproduzione Riservata
Commenti