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Fabio Bucciarelli, ”Con i miei reportage di guerra racconto all’Occidente cosa succede dall’altra parte del mondo’

La mostra fotografica ''Evidence'', che raccoglie i reportage realizzati da Fabio Bucciarelli nelle zone di conflitto di Iran, Birmania, Libia, Sud Sudan e Siria, mira a dare ai visitatori una testimonianza oggettiva di ciò che accade dall'altra parte del mondo. Tra le fotografie, esposte fino al 27 gennaio presso le Gallerie di Piedicastello (Trento), il primo scatto di Gheddaffi morto, che l'autore ha avuto ''la bravura e la fortuna'', come lui stesso afferma, di immortalare...

In esposizione fino al 27 gennaio la mostra “Evidence” di Fabio Bucciarelli, allestita presso le Gallerie di Piedicastello: cinque reportage di guerra dedicati a cinque diverse aree geografiche di conflitto. Tra gli scatti, la prima foto del cadavere di Gheddafi

MILANO – La mostra fotografica “Evidence”, che raccoglie i reportage realizzati da Fabio Bucciarelli (www.fabiobucciarelli.com) nelle zone di conflitto di Iran, Birmania, Libia, Sud Sudan e Siria, mira a dare ai visitatori una testimonianza oggettiva di ciò che accade dall’altra parte del mondo. Tra le fotografie, esposte fino al 27 gennaio presso le Gallerie di Piedicastello (Trento), il primo scatto di Gheddaffi morto, che l’autore ha avuto “la bravura e la fortuna”, come lui stesso afferma, di immortalare.

Ci può illustrare il percorso espositivo della mostra? Quali sue esperienze raccoglie?
Il titolo è “Evidence”, ovvero “testimonianze”, “prove”: la mostra raccoglie settanta scatti divisi in cinque reportage tematici, dedicati a cinque diversi Paesi. Si comincia con le fotografie che ho realizzato in Iran tra febbraio e marzo 2009, prima delle elezioni presidenziali; si passa poi alla Birmania – o meglio, Karen State [divisione amministrativa contesa tra l’esercito separatista Karen e il governo birmano N.d.R.], perché ho chiesto più volte il permesso di entrare in Birmania per coprire la liberazione di San Suu Kyi e le elezioni presidenziali dopo vent’anni di dittatura militare, ma non mi hanno dato il visto. Ho deciso dunque di andare sul confine con la Thailandia e sono poi entrato clandestinamente nel Karen State con i guerriglieri. Ho scattato le fotografie tra novembre e dicembre 2010, e ho coperto anche l’esodo in Thailandia dei profughi birmani che scappavano dal conflitto. Terzo reportage è quello dedicato al conflitto libico, che ho coperto da febbraio, prima dell’intervento Nato, passando per la caduta di Tripoli verso agosto-settembre, fino alla morte di Gheddafi. Questi primi tre reportage sono in bianco e nero, il quarto e il quinto invece sono a colori e sono dedicati al Sud Sudan e alla Siria. In Sudan sono stato con l’ONG CCM (Contatto Collaborazione Medica), che si occupa di emergenza sanitaria: sono stato tra Sud Sudan e Sudan, dove sono attualmente in atto dei negoziati per la ridefinizione del confine. Non ci sono conflitti in questo momento, ma la situazione tra lo SPLA (Sudan People’s Liberation Army) e i militari di Bashīr, Presidente del Sudan, è molto tesa. Anche qui ho coperto l’esodo dei returnees, profughi di ritorno che si erano trasferiti nel Nord Sudan e che ora, dopo la dichiarazione dell’indipendenza del Sud Sudan, vengono rimandati indietro da  Bashīr. L’ultimo reportage è quello sul conflitto siriano, ventuno immagini scattate tra ottobre e novembre: sono stato ad Aleppo e ho coperto gli scontri tra il regime di Assad e i guerriglieri del Syrian Army. Qui ho lavorato per La Stampa, Il Fatto, Pubblico e l’agenzia AFP (Agence France Press): le fotografie sono state poi pubblicate da varie testate straniere, The Guardian, Newsweek, The New York Times e altre. In Libia come free lance ho coperto la battaglia di Sirte e ho avuto la bravura e la fortuna di scattare la prima fotografia di Gheddafi il giorno della sua morte in una casa dei ribelli a Misurata, che è stata comprata in esclusiva da diversi Paesi. 

Cos’è per lei la fotografia come strumento di comunicazione?
Differenzierei innanzi tutto tra fotografia e reportage: io mi occupo di giornalismo, di fotografia come documento. Considero dunque la fotografia come un mezzo per informare su ciò che succede dall’altra parte del mondo, ovvero in questo caso dare all’Occidente, attraverso le immagini, una prova il più possibile oggettiva di quello che succede altrove. Il titolo della mostra è appunto “Testimonianze”.

Quale messaggio spera che i visitatori traggano dalla mostra?
Spero di far sì che si rendano conto di quello che succede dall’altra parte, che si facciano loro stessi testimoni di questi fatti storici. Una presa di coscienza: questo sarebbe il fine della mostra.

Come definirebbe il suo stile fotografico? Può illustrarci i caratteri tecnici della sua fotografia?
Io lavoro con i grandangolari, non con zoom: questo fa sì che debba avvicinarmi alla scena per immortalarla. Credo che un punto fondamentale della mia fotografia sia quindi l’empatia che devo cercare di avere con i miei soggetti, primo per poter entrare in contatto con loro, in secondo luogo per  non essere di intralcio a quello che sta succedendo sul campo. E penso che l’empatia si veda poi nel risultato: una fotografia può essere fatta bene e tuttavia rischiare di essere fredda. La forza di un’immagine non è tanto la qualità stilistica, l’occhio, bensì il sentimento che c’è dentro e che esprime. Il lavoro poi consiste nel documentare, come dicevo, e credo che le immagini che scatto possano aiutare le popolazioni in conflitto a far conoscere la loro situazione e ciò per cui combattono. Senza fotografi e vidoemaker sarebbe difficile far comprendere certe situazioni: certo, gli articoli lo raccontano, ma le immagini hanno un impatto diverso.

Com’è cambiata la fotografia con l’avvento del digitale? Quali sono le opportunità che il digitale apre e quali invece le limitazioni?
Posso rispondere con riferimento alla fotografia che faccio io, quindi fondamentalmente di conflitto. Il digitale facilita molto l’informazione in zona di conflitto: solo trenta o anche vent’anni fa, con l’analogico, bisognava spedire i rullini alle redazioni con il corriere, e questo faceva sì  che l’informazione arrivasse ai giornali con tre-quattro giorni di ritardo. Ora con la tecnologia incalzante e la rapidità dell’informazione non ci si può permettere di avere questi tempi. La fotografia è on line dopo un quarto d’ora che viene mandata alle redazioni, e magari dopo due ore è già vecchia.
A mio parere poi il digitale è più democratico: costa di meno, è più facile, tutti possono fare fotografie con il digitale. Certo, scattare una buona immagine che sia empatica con il mondo intorno è ancora un’altra cosa. Per esempio con il digitale c’è stato l’avvento dei citizen journalist, ragazzi e persone che si improvvisano giornalisti e documentano i fatti di cui sono testimoni magari scattando con cellulari o mezzi del genere. Non sono assolutamente contrario a questo fenomeno, ma bisogna distinguere tra il giornalista vero e proprio e degli amatori.
I contro del digitale sono un po’ il risvolto dei pro: c’è il rischio che la qualità dei prodotti possa scendere. Ma a questo riguardo sono gli editori e le redazioni dei giornali a dover fare una scelta.

 

14 dicembre 2012

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