Chino Otsuka la fotografa che si ritrae accanto al suo io bambino

30 Agosto 2025

Chino Otsuka è una fotografa che esplora il suo passato, ritrattando il suo io bambino in opere emozionanti e significative.

Chino Otsuka la fotografa che si ritrae accanto al suo io bambino

Nata a Tokyo nel 1972, Chino Otsuka ha da sempre coltivato un legame profondo con il tema dell’identità, della memoria e dell’appartenenza.

A soli dieci anni si trasferisce nel Regno Unito, frequentando la famosa Summerhill School, scuola alternativa che favorisce l’autonomia dell’individuo.

Qui scopre la passione per la fotografia, che approfondirà in età adulta con un BA al University of Westminster e un MA in Fine Art Photography al Royal College of Art di Londra.

Vive attualmente a Londra e insegna fotografia con esperienza pluridecennale. Ha collaborato con istituzioni come il British Library e il Nikkei National Museum, mentre le sue opere sono conservate in musei prestigiosi quali il Tokyo Photographic Art Museum, LACMA e il Smithsonian.

Curiosità: fatti che sorprendono

“Imagine Finding Me” è stato esposto in più di 14 Paesi, tra cui musei prestigiosi come il Wilson Centre for Photography e il Tokyo Photographic Art Museum.

Grazie a una fellowship al British Library , Otsuka ha integrato foto d’archivio e suoni storici in installazioni che ampliano il concetto visivo dell’identità.

Aveva già pubblicato il suo primo libro autobiografico a soli 15 anni, ed è ancora oggi letto nelle scuole giapponesi (titolo: Chino’s Diary ).

Chino Otsuka: una fotografa in dialogo con il tempo

In “Imagine Finding Me”, Chino Otsuka non crea semplici fotografie: archivia frammenti del sé, gioca con il tempo e crea una memoria visiva che è anche riscrittura poetica.

Rivedere questi scatti significa riflettere su chi eravamo e chi siamo diventati. È un invito a incontrare un io passato, paziente e curioso.

Un’opera delicata, potente, che ci ricorda il potere dell’immagine di attraversare tempi, culture e identità, e di farci ritrovare, infine, con noi stessi.

“Imagine Finding Me”: incontrare se stessi nel passato

Presentato tra il 2005 e il 2009, “Imagine Finding Me” è la serie più esposta di Chino Otsuka, visibile in oltre quattordici paesi. In questi doppi autoritratti digitali, prende una foto d’infanzia (scattata tra il 1975 e il 1985) e vi inserisce, in modo iperrealistico, un ritratto di sé adulta, riunendo i due sé nello stesso spazio temporale.

Chino Otsuka descrive il procedimento come una sorta di “macchina del tempo”, che le permette di diventare una turista nella sua stessa storia, riattivando ricordi e sentimenti sospesi.

Luoghi del tempo e dello sguardo

Le immagini si svolgono in scene quotidiane e spazi di transito, come treni, hotel, piazze o parchi. Si tratta di luoghi dove passato e presente sembrano incontrarsi, riflettono da un lato la sua infanzia itinerante e dall’altro la sua condizione di esule, “né totalmente giapponese né inglese” .

Nei video “Memoriography I e II” (2009–2010), questa fusione temporale diventa quasi cinematografica: l’immagine della sé bambina svanisce, lentamente sostituita da quella della fotografa adulta. Un testamento visivo alla fluidità del tempo e della memoria.

Una ricerca visiva carica di emozione

Dietro l’estetica c’è una poetica precisa: la fotografia non documenta solo scene, ma riporta allo sguardo e alle emozioni. Otsuka narra la fragilità della memoria, come le immagini cambiano nel tempo, e come sia possibile riappropriarsi di un sé smarrito tramite l’arte.

Il dialogo tra due epoche (1970–1980 e 2005–2009) diventa esplicitazione visiva di un sé che cresce, che osserva, che ricorda.

Il valore universale del progetto

Il successo di “Imagine Finding Me” non sta solo nell’effetto visivo di vedere la stessa persona sdoppiata in epoche diverse, ma nella capacità di far risuonare un sentimento universale: il desiderio di rivedere e riconciliare la propria infanzia.

In questo senso, il progetto di Chino Otsuka si lega a una lunga tradizione artistica che interroga la memoria: dai romanzi autobiografici di Proust, in cui il ricordo sensoriale ricostruisce il tempo perduto, fino al cinema di registi come Truffaut o Linklater, che hanno messo in scena la crescita e la memoria con continuità.

Chino Otsuka porta questa riflessione nel linguaggio della fotografia digitale, aprendo una strada che oggi, nell’era dei social e degli archivi familiari digitalizzati, appare ancora più potente e attuale.

Guardando le sue opere, lo spettatore non osserva soltanto la vita di un’artista, ma inevitabilmente si chiede: che cosa direi al bambino che sono stato?

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