POESIA - Le risposte al test

Quanto conosci la poesia italiana? Ecco le soluzioni al quiz!

Se non avete ottenuto il massimo al nostro quiz domenicale, significa che avete commesso almeno un errore: scopriamo insieme le soluzioni al test dedicato alla poesia italiana!

Se non avete ottenuto il massimo al nostro quiz domenicale, significa che avete commesso almeno un errore: scopriamo insieme le soluzioni al test dedicato alla poesia italiana!

 

In quale opera di Dante appare la celebre canzone “Donne ch’avete intelletto d’amore”?
Questa famosa canzone fu inserita da Dante nel suo posimetro “Vita nova”, che l’autore fiorentino compose tra il 1293 e il 1295.

 
Sebbene Torquato Tasso sia tutt’oggi celebrato per il suo poema “Gerusalemme liberata”, nelle sue intenzioni quest’opera non avrebbe mai dovuto essere diffusa, in favore di una versione riveduta e corretta che il poeta riteneva di livello superiore. Qual era il titolo di questa versione?

Torquato Tasso non avrebbe mai voluto che la “Gerusalemme liberata” fosse diffusa e, ancor peggio!, avesse un grande successo anche nella posterità. L’autore avrebbe voluto che lo stesso successo fosse consacrato alla “Gerusalemme conquistata”, poema secondo lui più corretto dal punti di vista storico, ma molto meno potente ed evocativo dal punto di vista poetico.

 
Or poserai per sempre, / Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo, / Ch’eterno io mi credei.” Chi compose questi versi?

Questi sono i versi introduttivi di una bellissima poesia di Giacomo Leopardi, “A se stesso”. Composta a Firenze nel 1833, apparve nell’edizione dei “Canti” del 1835. Assieme a “Il pensiero dominante”, “Amore e morte”, “Consalvo” e “Aspasia” fa parte del cosìddetto “Ciclo di Aspasia”.

 

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l’infinita vanità del tutto.

 
Lo scrittore Carlo Emilio Gadda dileggiò un famoso poeta ottocentesco chiamandolo “Basetta”, dandogli dello scimpanzé e definendolo “il più grande strafalcionista del lirismo italiano ottocentesco”. A chi erano rivolte queste parole poco gentili?

“Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo. Conversazione a tre voci” è un pamphlet scritto da Carlo Emilio Gadda nel quale l’autore milanese mette alla berlina il celebre poeta Ugo Foscolo.

 
Quale di questi poeti è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1975?
“Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni.” Con questa motivazione il poeta genovese Eugenio Montale è stato insignito del Premio Nobel nel 1975.

 

Giacomo Leopardi morì a Napoli il 14 giugno del 1837. Quale suo componimento è stato terminato solo poche ore prima della morte?
Vi proponiamo il testo de “Il tramonto della luna”. Questa poesia venne composta a Napoli nel giugno del 1837, e in particolare fu completata a poche ore dalla morte del poeta. Insieme all’altro – più famoso – compinimento “La ginestra”, rappresenta il testamento poetico dello scrittore di Recanati.

 

Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là ‘ve zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l’ombre lontane
Infra l’onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell’infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l’ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L’estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;

 

Tal si dilegua, e tale
Lascia l’età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l’ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l’umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.

 

Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S’anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D’intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.

 

Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all’occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall’altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l’alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
D’altra luce giammai, nè d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l’altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.

 

Nel suo trattato “Prose della volgar lingua” (1525), l’umanista Pietro Bembo codificò le eccellenze poetiche e letterarie della lingua italiana che secondo lui avrebbero dovuto essere prese a modello. Identificò in Boccaccio il modello per la prosa: chi indicò invece come modello poetico?
Pietro Bembo indicò in Francesco Petrarca il modello della perfetta lingua poetica. Di Dante venne riconosciuto il genio assoluto e l’irrepetibilità di un’opera quale la “Commedia”, ragione per cui sarebbe stato inutile proporre un modello non riproducibile. Inoltre, nella sua opera “totale” la lingua poetica di Dante svariava dall’aulico ai registri più bassi e “popolari”, al quale Bembo preferiva il lindore aulico, classico ed elevato di Petrarca.

 

“Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, me vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio, gemendo / il fior de’ tuoi gentili anni caduto.” A chi appartengono questi famosissimi versi?
Questi bellissimi versi rappresentano l’incipit del celebre sonetto “In morte del fratello Giovanni” (1803). Il poeta lo dedicò infatti al fratello minore Giovanni Dionigi, ufficiale dell’esercito della Repubblica Cisalpina, morto suicida a soli vent’anni, forse per il disonore di aver sottratto alla cassa del reggimento la somma necessaria a saldare i propri debiti di gioco.

 
Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentil anni caduto.

 
La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

 
Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quiete.

 
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.

 
30 marzo 2015

 
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