Tra memoria, spaesamento e silenzio, l’architettura ”violenta” del Jüdische Museum di Berlino

In occasione della Giornata della Memoria, non potevamo non “andare” a Berlino alla scoperta di uno dei musei più spiazzanti al mondo per la memoria che contiene e per la sua architettura. Si tratta del Museo ebraico progettato dall’architetto Daniel Libeskind...

Per ‘Artiamo in Viaggio’ e in occasione della Giornata della Memoria, l’architettura simbolo dell’incontro tra la storia tedesca e l’ebraismo

 

ARTIAMO IN VIAGGIO – In occasione della Giornata della Memoria, non potevamo non “andare” a Berlino alla scoperta di uno dei musei più spiazzanti al mondo per la memoria che contiene e per la sua architettura. Si tratta del Museo ebraico progettato dall’architetto Daniel Libeskind.

L’ARCHITETTURA –  Il Jüdische Museum di Berlino è il museo ebraico più grande d’Europa, iniziato da Daniel Libeskind nel luglio 1989, in un lotto triangolare a pochi passi dal Muro che divideva le due Germanie. La spettacolare costruzione di Daniel Libeskind è una delle immagini emblematiche di Berlino. L’architettura stessa corrisponde all’idea di un passato che non è concluso ma aperto, propone interrogativi e invita a riflettere. Liebeskind infatti, battezza il suo progetto «between the lines» (tra le linee) e rappresenta il difficile percorso della storia ebraico-tedesca servendosi di due linee: l’una diritta, ma frammentata in vari segmenti, l’altra tortuosa, spigolosa e sospesa senza un termine. Nei punti in cui le due linee si intersecano si formano zone vuote, o «voids», che attraversano l’intero museo.

LA VIOLENZA DI UN PENSIERO – Il museo all’esterno appare come una sorta di bunker coperto di fogli di metallo, attraversato da tagli, bucature, vuoti diagonali. Una efficace «macchina da guerra bellica ad alta tecnologia» (Libeskind). È un’architettura dura, a tratti persino violenta: possiede la violenza di un pensiero. All’interno niente corrisponde a ciò che si vede fuori: un fuori su cui non ci si può affacciare. In basso, sotto l’edificio, tre corridoi sotterranei conducono in due esterni-interni sorprendenti. Per accedere all’edificio occorre passare per un altro edificio, il Berlin Museum, percorrerne l’atrio e discendere per una scala sotterranea. Questo è l’unico edificio al mondo in cui l’accesso esterno è precluso. Dopo aver oltrepassato questa soglia simbolica, si entra nelle viscere dell’edificio e ci si trova in un luogo privo di finestre, da cui si dipartono tre lunghi corridoi, tre percorsi possibili. Libeskind ha scritto: «Il concetto di base è molto semplice: costruire un museo intorno a un vuoto che permei di sé l’intero edificio e sia fisicamente avvertito dai visitatori».

SPAZIO INACCESSIBILE – Lo spaesamento è totale. Un architetto che ha lavorato con Libeskind, Attilio Terragni, ha indicato nello «spazio inaccessibile» la vera forma di questo edificio. Lì, nell’inaccessibile, avviene l’incontro tra la storia tedesca e i suoi vuoti riassunti dalle vicende dello sterminio ebraico. Il vuoto è l’ebraismo, che la storia tedesca non può percorrere né occupare: resterà irrimediabilmente altro. Allo Jüdische Museum si confrontano il silenzio terribile dello sterminio e il silenzio come possibilità, come sfida, come «ritorno al futuro». Libeskind mostra come sia possibile pensare di «essere alla fine dell’architettura» e insieme aprirne tutte le possibilità: «Considerarsi parte di una fine è già l’inizio di qualcosa».

 

COLLEZIONE PERMANENTE – “Due millenni di storia degli ebrei in Germania” presenta la Germania dal punto di vista della minoranza ebraica. Su più di 3000 m² di spazio espositivo la collezione permanente invita ad un viaggio di scoperta nei duemila anni di storia ebraica in Germania. Tredici epoche storiche trasmettono a vive immagini la cultura ebraico-tedesca dal Medioevo ai giorni nostri. Oggetti d’arte e quotidiani, fotografie, lettere, e inoltre spazi interattivi e multimediali descrivono gli stretti legami tra la vita e la cultura ebraica e la storia tedesca.

MOSTRE IN CORSO – Fino al 9 febbraio 2014 ‘A Time for Everything: Rituals Against Forgetting’, la mostra assume una prospettiva ebraica sulle strategie contro l’oblio, e presenta i rituali ebraici della transizione e del ricordo. Vengono mostrate le origini di questi rituali, come vengono praticati, e il loro significato. Fino al 1° giugno 2014, la mostra ‘Tonalities. Jewish Women Ceramicists from Germany after 1933’ presenta la vita e le opere di ceramisti ebrei all’inizio del XX secolo in Germania. Infine fino al 21 aprile 2014, la mostra ‘In an Instant. Photographs by Fred Stein’ è la prima retrospettiva completa del lavoro di Fred Stein con più di 130 foto in bianco e nero.

27 gennaio 2014

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