Sergio Romano, ”Il patrimonio artistico è il simbolo ideologico e culturale di un popolo”

L'arte ha un valore identitario per un popolo, per questo è spesso utilizzata come strumento di potere, e in guerra diventa il bottino contro cui il vincitore si scaglia quando vuole annientare la potenza sconfitta. A spiegarlo è Sergio Romano nel suo nuovo saggio ''L'arte in guerra''...

Lo storico, scrittore, giornalista e diplomatico italiano ci parla del suo nuovo saggio, “L’arte in guerra”, e dei problemi che gravano sulla gestione del nostro patrimonio artistico italiano

MILANO – L’arte ha un valore identitario per un popolo, per questo è spesso utilizzata come strumento di potere, e in guerra diventa il bottino contro cui il vincitore si scaglia quando vuole annientare la potenza sconfitta. A spiegarlo è Sergio Romano nel suo nuovo saggio “L’arte in guerra”. Il libro ripercorre alcuni momenti e casi storici in cui l’arte ha dovuto “fare la guerra” ed è divenuta terreno di conquista: la Rivoluzione francese, l’era napoleonica, il Risorgimento italiano, i saccheggi coloniali, la politica artistica di Hitler, la Guerra civile spagnola, i vizi e le virtù del grande collezionismo, la Prima e la Seconda guerra mondiale, la politica delle restituzioni dopo la fine di un conflitto.

Perché ha deciso di dedicare un libro alla strumentalizzazione dell’arte da parte del potere?
C’è sempre un’occasione naturalmente, e l’occasione in questo caso è stata una vecchia storia di cui mi stavo occupando per scrivere una prefazione a un libro, il mistero della Camera d’ambra.
La Camera d’ambra era una stanza del palazzo dell’imperatrice Caterina, che si trova nell’attuale cittadina di Puškin. Fu donata da un re prussiano all’imperatrice nel Settecento, ma fu presa dai tedeschi quando arrivarono nelle vicinanze di Leningrado nel 1941 e portata a Königsberg, città della Prussia orientale che oggi si chiama Kaliningrad. Lì fu tenuta fino agli inizi del 1945, poi scomparve. È probabile che andò smarrita nel naufragio di una nave tedesca che partì da Danzica, silurata da un sottomarino sovietico.
Trattando quella storia, ho iniziato a pensare ai molti casi in cui l’arte era stata oggetto di guerra, al suo significato nei conflitti, alle razzie e ai saccheggi di opere d’arte perpetrati nel corso della storia.

Quando è stato storicamente il primo episodio in cui questo rapporto tra arte e potere si è manifestato in maniera forte?
L’episodio che ci è più noto è quello della Menorah, il candelabro a sette braccia che i romani portarono in città dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, raffigurata a rilievo sull’Arco di Tito a Roma.
Stefan Zweig ha scritto un racconto di fantasia sulla storia della Menorah, dal titolo “Il candelabro sepolto”, in cui narrava che per la comunità giudaica della Roma imperiale rappresentava una grande soddisfazione avere quell’oggetto vicino a sé. All’epoca delle invasioni barbariche, la Menorah era stata saccheggiata dai Vandali e portata a Costantinopoli, e un vecchio ebreo era partito per cercarla e riportarla indietro: Zweig ne segue l’impresa. Nella versione del suo racconto, la Menorah alla fine veniva ritrovata e riportata in Palestina.

Qual è il valore dell’arte per la memoria e l’identità di un popolo?
L’opera d’arte e il patrimonio artistico sono simbolo ideologico e culturale di un popolo.
A sottolinearne questo valore identitario sono state le recenti teorie formulate dagli archeologi. Questi nel loro lavoro devono continuamente confrontarsi con il problema del saccheggio degli scavi a opera dei tombaroli, che li depredano e vendono quanto ritrovato agli antiquari. Ciò finisce per inquinare il valore dello scavo stesso, perché è molto difficile ricostruire l’opera, la sua funzionalità e ciò che rappresentava se manca il legame tra i singoli elementi e il loro contesto. Questa scuola di storici e archeologi ha teorizzato così la necessità che tutto rimanga sul luogo del rinvenimento, perché solo così lo scavo acquista la sua importanza storica.
Negli ultimi anni abbiamo dunque visto numerose battaglie per il recupero di oggetti asportati dal luogo d’origine.

Può farci qualche esempio?
La maggiore è stata quella di Melina Mercuri, portata avanti dai greci – una battaglia che hanno perduto –, per il ritorno al Partenone dei marmi asportati e portati in Inghilterra da Lord Elgin.
Ci sono poi state anche parecchie battaglie italiane, tra cui quella per il cratere di Eufronio, artista greco, che ho gestito io stesso – allora mi occupavo di relazioni culturali al ministero degli Esteri. Questo vaso era saltato fuori al Metropolitan Museum di New York: secondo la nostra ricostruzione, proveniva dall’Etruria ed era stato venduto dai tombaroli a un mercante americano, che l’aveva venduto a sua volta al Metropolitan. Naturalmente non è stato facilissimo dimostrare questi passaggi di proprietà, ma la faccenda alla fine è andata in porto. Ora il vaso è al Museo Etrusco di Villa Giulia.
Anche la Camera d’ambra è stata oggetto di svariate ricerche, ma probabilmente ormai è in fondo al mare, perduta per sempre.
Ci sono stati poi numerosi tentativi di recupero del materiale artistico portato in Unione Sovietica dall’Armata Rossa dopo la conquista di Berlino. L’esempio più importante è il Tesoro di Priamo, che venne portato a Mosca e a un certo punto sembrava scomparso – venne poi fuori che invece era nei depositi del Museo Puškin. Attualmente è conservato in parte qui e in parte all’Ermitage di San Pietroburgo.

Che significato ha la distruzione e il saccheggio delle opere d’arte nemiche?
Far la guerra a un popolo comporta un desiderio di annientarlo, di distruggere ogni possibilità di una sua rinascita – per citare un caso celebre, una volta rasa al suolo Cartagine i romani gettarono sale sulle sue rovine per impedire che la città potesse risorgere. Si fa di tutto per evitare che la potenza sconfitta possa tornare a splendere, per questo si distruggono le sue radici. E visto che l’opera d’arte e il patrimonio artistico hanno un valore identitario, è chiaro che la forza distruttiva si rivolga contro questi

Una domanda sulla nostra attualità: a suo avviso, gli italiani hanno interesse e consapevolezza del valore del proprio patrimonio artistico?
L’interesse c’è, la consapevolezza anche. Ma molto dipende dal livello culturale delle persone e negli ultimi tempi in Italia, a differenza di quanto accadeva qualche decennio fa, l’insegnamento della storia dell’arte è diventato progressivamente sempre meno rilevante. Se nelle scuole non si apprende l’importanza delle grandi cattedrali medievali, del Rinascimento, del Neoclassico e del Barocco, dell’opera dei grandi artisti, è molto difficile che nelle future generazioni la consapevolezza dell’importanza del patrimonio artistico sia particolarmente sentita.
Detto questo l’Italia ha un grosso problema. È un Paese con un’altissima densità demografica, che dal dopoguerra a oggi è cresciuto moltissimo, anche economicamente: questo ha avuto per effetto un’esplosione dell’edilizia urbana, spesso non sufficientemente meditata, e ciò ha rappresentato una minaccia per il patrimonio culturale esistente. Se poi si pensa che l’Italia ha un patrimonio artistico esposto al sole maggiore di qualunque altro Paese, risulta evidente che la sua gestione pone grosse difficoltà.

29 gennaio 2014

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