ARTE - Intervista al critico d'arte e curatore

Marco Scotini e lo stretto legame tra arte e natura

Una sorta di negativo dialettico dell’agricoltura, dove è ancora possibile sviluppare una creatività promettente e una forma critica di resistenza nella salvaguardia dell’ambiente, sia sociale che naturale. E’ questo il senso di “Grow it yourself”, la seconda mostra collettiva...

Approfondendo fenomeni come la “rurbanizzazione”, ovvero la nuova contaminazione produttiva tra le due forme d’esistenza sociale: città e campagna, ed il farming, il crescente fenomeno degli orti urbani, in questa intervista Scotini sottolinea lo stretto legame che lega sempre più oggi l’espressione artistica e la valorizzazione della natura e ci presenta l’attività espositiva in programma all’interno del PAV.

 

MILANO – Una sorta di negativo dialettico dell’agricoltura, dove è ancora possibile sviluppare una creatività promettente e una forma critica di resistenza nella salvaguardia dell’ambiente, sia sociale che naturale. E’ questo il senso di “Grow it yourself”, la seconda mostra collettiva, nell’ambito del programma artistico 2015 del PAV di Torino, curata dal critico d’arte e curatore indipendente Marco Scotini, direttore del dipartimento di Arti Visive, Performative e Multimediali del Naba. L’esposizione raccoglie una serie di esperimenti in cui la produzione agricola, nell’autogestione delle risorse naturali, traccia un rapporto costitutivo tra pratiche artistiche e abilità sociali. Approfondendo fenomeni come la “rurbanizzazione”, ovvero la nuova contaminazione produttiva tra le due forme d’esistenza sociale: città e campagna, ed il farming, il crescente fenomeno degli orti urbani, in questa intervista Scotini sottolinea lo stretto legame che lega sempre più oggi l’espressione artistica e la valorizzazione della natura e ci presenta l’attività espositiva in programma all’interno del PAV.

Dopo il grande successo di Vegetation as a political agent che rileggeva la storia politica e sociale delle piante e il carattere emancipativo della questione ecosofica rispetto a un ambito presunto spontaneo come quello naturale, riapre al PAV di Torino, centro di sperimentazione fondato nel 2002 da Piero Gilardi, un’altra esposizione GROW IT YOURSELF: qual è stato il passaggio rispetto alla tua direzione curatoriale?

Dietro entrambe le mostre c’è uno sfondo comune che è sempre quello della dimensione socialmente attiva del vegetale. Se In Vegetation as a political agent si cercava di rintracciare una genealogia dei rapporti capitalistici tra coltivazioni e commercio, a partire dal colonialismo fino alle nuove forme di globalizzazione, nella mostra attuale sono in scena alcune esperienze attuali di resistenza alle forme di integrazione economica neoliberista e di opposizione al modello di sviluppo espropriativo ed estrattivo che viene imposto in ogni latitudine del globo. Come fare dell’accesso alla terra e della riappropriazione delle risorse un importante spazio di politicizzazione? È possibile un uso delle risorse naturali che non sia sottoposto al controllo dell’economia di mercato? Quali forme di economie alternative sarà possibile attivare in tempi brevi? Quali saranno i nuovi canali di distribuzione? Se nella prima mostra si cercava di restituire un tempo storico all’elemento naturale o biologico, in questa seconda esposizione vengono presentate alcune recenti esperienze internazionali di forme cooperative di riproduzione alimentare e del comune. Dalle pratiche collettive del farming, alle organizzazioni comunitarie, dal sistema agroecologista delle fattorie, al crescente movimento degli orti urbani, l’esposizione raccoglie una serie di esperimenti in cui la produzione agricola, nell’autogestione delle risorse naturali, traccia un rapporto costitutivo tra pratiche artistiche e abilità sociali. Sembra strano ma per anni è stata la città il centro emancipativo della soggettività moderna e il rurale è stato messo da parte e tacciato di essere un elemento reazionario: la città rappresentava il benessere mentre il rurale era segno della povertà. Oggi, al contrario, si parla di “rurbanizzazione” intendendo una nuova contaminazione produttiva tra le due forme d’esistenza sociale. In mostra figurano alcuni casi-studio, alcune esperienze attive nel campo internazionale che vanno dalla Spagna di Inland-Campo Adentro all’Olanda del collettivo femminile Myvillages, dalla California di Futurefarmers all’Italia del PAV che fin dall’origine Piero Gilardi ha concepito come una sua opera partecipatoria, laboratoriale, aperta e in crescita. Si tratta di realtà che hanno impiegato anni per costituirsi e mettere a punto pratiche, indagini, modi di produzione e forme di scambio che mettono sempre in gioco un immaginario artistico e una operatività di tipo attivista. Lo slogan Grow it Yourself! è un invito che parte da loro ma è rivolto a tutti perché chiunque può essere in grado di realizzare per sé qualcosa come un orto per il proprio consumo diretto.

La mostra in corso si focalizza sulle pratiche del farming, il crescente fenomeno degli orti urbani, l’organizzazione comunitaria delle fattorie e il sistema di auto-gestione del rapporto tra arte e agroeconomia attraverso recenti esperienze artistiche internazionali, ma che trova la sua origine nel pensiero di teoriche femministe come Silvia Federici o Mariarosa Dalla Costa che hanno affrontato, rispetto alla lotta delle donne per la terra e gli spazi sociali, i  problemi della sovranità alimentare e della ‘urbanizzazione rurale’, insieme al concetto dei “beni comuni” (commons) come fondamento di un’economia non capitalista ripreso oggi sul terreno dei movimenti: qual è allora la posta in gioco messa in campo con GROW IT YOURSELF?

Certo la politica dei commons è la posta in gioco di tutte queste attività. Ciò che queste modalità portano con sé è però il fatto di nascere in differenti luoghi e contesti diversi senza un piano prestabilito. Penso agli orti urbani abusivi e comunitari che sorgono ovunque spontaneamente e che sarebbe bene cercare di unificare in uno sforzo unico e comune, passando dalla loro versione micropolitica a quella “macro”, a quella di un assetto molare. Mi viene in mente che Lucy Lippard aveva sottolineato la differenza tra le rivendicazioni dal basso di piantare (planting) tipica degli orti comunitari e quella classica di pianificare (planning) delle politiche istituzionali. Un’enorme differenza, cioè, segnata soltanto dalla semplice sostituzione di una lettera. Qualcosa come la distanza che separa la parola Stadtverwaldung (rimboschimento urbano) dall’altra Stadtverwaltung (amministrazione urbana) in Joseph Beuys nell’operazione “7000 querce” per Kassel.
Non siamo, di fatto, nel campo dell’agricoltura (come strategia produttiva ed economica sviluppata per profitto) ma piuttosto nell’orticoltura come pratica, nel campo del giardinaggio militante. Dunque si tratta di una sorta di negativo dialettico dell’agricoltura, dove è ancora possibile sviluppare una creatività promettente e una forma critica di resistenza nella salvaguardia dell’ambiente (tanto sociale che naturale). Il giardino o l’orto non sono solo una sorta di zona autonoma, ma anche un’azione di resistenza nei confronti del lavoro che si trasforma qui in “piacere produttivo”, per dirlo con Hakim Bey.  

La pubblicazione The Soweto Project (Archive Books Berlin, 2014) dell’artista e architetto di origine slovena Marjetica Potrč, prodotta lo scorso novembre dal  PAV, raccoglie l’esperienza della costruzione auto-organizzata e di cooperazione dal basso di orti comunitari, nell’omonima area urbana di Johannesburg, in Sudafrica, rispetto al ruolo che la vegetazione ha assunto nella transizione dalla piantagione coloniale, propria di una società dominata dalla schiavitù, in un modello per le generazioni post-Apartheid. E’ stato l’inizio della tua indagine sulla community garden e gli orti urbani, insieme alla conoscenza dell’attivismo green di Boston, sempre presente nel contesto della prima mostra inaugurale, e come ha connotato la direzione di ricerca del PAV, già attiva sul piano dei laboratori e dell’attività formativa, rispetto all’ipotesi operativa di istituire un archivio e una biblioteca insieme a una scuola di giardinaggio per bambini?

L’attività espositiva ha senso all’interno del PAV solo se entra in cortocircuito con i workshop permanenti, i seminari quotidiani e le altre attività contestuali e ambientali che vi sono radicate come il progetto sull’apicultura UrBEES, il giardino Mandala di Gilles Clément, la coltivazione di piante del progetto New Alliance di Critical Art Ensemble, ecc. La stessa Marjetica Potrč, assieme a Marguerite Kahrl, stanno da un anno lavorando in situ per estendere la realtà del parco nel quartiere. Con Wapke Feenstra di Myvillages, in occasione di quest’ultima mostra, abbiamo pensato di realizzare la Libera Scuola del giardino (un’impresa che richiederà molto tempo), in modo da formare le giovani generazioni all’orticultura e alla possibilità di pensare che altri modi di vita, di produzione, di azione, sono possibili.  

Nel modello di villaggio proposto da Fernando Garcia-Dory, in mostra al PAV e invitato alla prossima Biennale di Istanbul, scopriamo la presenza dell’artista Fluxus Wolf Vostell negli anni ’60 che si immerge nella vita del villaggio di Malpartida, o esperienze simili come The Farm di Bonnie Ora Sherk a San Francisco, all’Agricola Cornelia di Baruchello, fino alla Bolognano di Beuys, ma anche a una figura come Piero Gilardi, ideatore e animatore del PAV: c’è una volontà di ricostruire una genealogia di questa fuoriuscita rispetto alle narrazioni artistiche e sociali in cui le procedure dell’arte si innestano con il mondo agricolo?

Non dobbiamo dimenticare che il PAV nasce a Torino come operazione artistica, sebbene in un’accezione ampliata. Dunque se da un lato c’è la preoccupazione di ricerca nei confronti dell’ambiente e del biologico, dall’altro c’è una volontà di restituire la potenzialità che compete alle pratiche artistiche, di riportare l’arte a ciò che può. Se tutta l’arte concettuale ha cercato di criticare la mercificazione disattivando alcuni ‘credo’ del sistema, è voluta restare però all’interno dei presupposti del capitalismo con le sue assegnazioni funzionali dell’opera, dell’autore, del museo, ecc. Quello che ci interessa ora è, al contrario, come effettuare una vera disattivazione che ci sottragga al controllo dell’economia e produca altre forme di vita. Da qui la necessità di una fuoriuscita extradisciplinare, una sorta di esodo interno al sistema. Per questo è importante e urgente ricostruire una genealogia eretica e discontinua dentro il modernismo artistico.  

Cosa dobbiamo aspettarci dalla prossima mostra autunnale? Quali saranno i prossimi programmi del PAV?

Per il PAV si tratterà di una novità assoluta, in quanto presenteremo un piccolo scavo archeologico della concezione ecologica nell’arte italiana a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Ogni volta si affronta questa tematica spunta fuori l’Arte Povera come chiave di volta, ma proprio da questa concezione dobbiamo prendere le distanze, perché la natura ha qui una matrice idealista, essenzialista, astratta. A noi interessa invece il carattere sociale o la condizione politica dell’elemento vegetale. Per cui ci saranno gli orti abusivi delle periferie milanesi nel lavoro di Ugo La Pietra su I Gradi di libertà, oppure il Baruchello dell’Agricola Cornelia, il progetto di Vegetable Garden del gruppo di architettura radicale 9999, concepito per la mostra al MoMA New Domestic Landscape e, perché no?, gli storici Tappeti Natura di Gilardi. Proseguiamo con la genealogia…
 
28 luglio 2015
 
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