ARTE - Giovanni Bellini, tra sacro e profano

Le 5 opere più celebri del genio rinascimentale di Giovanni Bellini

Oggi il mondo dell'arte ricorda la morte di Giovanni Bellini, avvenuta il 26 novembre del 1516 a Venezia, dove era nato. Bellini lavorò ininterrottamente per sessant'anni, continuando a evolvere il suo stile e coniugando il plasticismo...

Giovanni Bellini è stato un pittore italiano, uno dei più celebri artisti del Rinascimento; nelle sue opere ha saputo mescolare vare influenze, dalla tradizione bizantina ad Andrea Mantegna, dalle lezioni di Piero della Francesca, Antonello da Messina e Albrecht Dürer, fino al tonalismo di Giorgione ma senza mai tradire il legame con la propria tradizione, traghettando la pittura veneziana verso nuovi lidi

MILANO – Oggi il mondo dell’arte ricorda la morte di Giovanni Bellini, avvenuta il 26 novembre del 1516 a Venezia, dove era nato. Bellini lavorò ininterrottamente per sessant’anni, continuando a evolvere il suo stile e coniugando il plasticismo di Piero della Francesca e il realismo umano di Antonello da Messina (non quello esasperato dei fiamminghi) con la profondità cromatica tipica dei veneti, aprendo la strada al cosiddetto ‘tonalismo’. Tra i soggetti preferiti di Bellini ci sono le Madonne con Bambino e la serie delle Pietà, fortemente influenzate dallo stile del cognato Andrea Mantegna. Ma quali sono le opere (forse) più famose di Bellini? Qui ve ne proponiamo 5.

PALA DI PESARO – Lo stile maturo di Giovanni raggiunge il suo culmine probabilmente già negli anni settanta, con la Pala di Pesaro, oggi nei Musei civici di Pesaro, di impostazione rinascimentale con la forma rettangolare, coronata originariamente da una cimasa in cui era raffigurata una Pietà, oggi conservata nella Pinacoteca Vaticana. Il riquadro principale mostra l’Incoronazione della Vergine, tra i santi Paolo, Pietro, Girolamo e Francesco. Le influenze stilistiche di questo dipinto provengono da Piero della Francesca (utilizzo della luce) e da Antonello da Messina (con l’uso del colore a olio e l’unione dell’amore fiammingo per il dettaglio legato al senso della forma e della composizione unitaria italiano).

PALA DI SAN GIOBBE – Con la Pala di San Giobbe Bellini maturò ed offrì una risposta completa alle novità introdotte dal siciliano a Venezia, creando subito una delle sue opere più rinomate. La pala, che venne eseguita attorno al 1480-87, si trovava originariamente sul secondo altare a destra della chiesa di San Giobbe a Venezia, dove con la sua spazialità dipinta completava illusoriamente quella reale dell’altare (soprattutto per quanto riguarda la grande volta a cassettoni e la calotta di mosaico dorato tipicamente veneziana). Oggi la Pala è conservata nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Il soggetto della tela è una Sacra Conversazione: attorno all’alto trono marmoreo di Maria col Bambino, ai cui piedi si trovano tre angeli musicanti, sono disposti simmetricamente sei santi, tre per parte: a sinistra san Francesco, Giovanni Battista e Giobbe, a destra san Domenico, Sebastiano e Ludovico di Tolosa.

IL TRITTICO DEI FRARI – Nel 1488 Bellini firmò e datò il Trittico dei Frari, per la basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia. In quest’opera le sperimentazioni illusionistiche della Pala di San Giobbe vengono ulteriormente sviluppate, con la cornice che ‘regge’ il soffitto dipinto nei tre scomparti, tanto illuminati da sembrare reali. L’opera è un trittico, composta cioè da tre scomparti: al centro la Madonna in trono col Bambino e due angeli musicanti, a sinistra i Santi Niccolò e Pietro e a destra Marco e Benedetto. Nonostante la divisione in scomparti piuttosto arcaica, derivata forse da un’esplicita richiesta dei committenti, Bellini risolse il problema creando una straordinaria continuità spaziale tra i dipinti, messa in risalto dalla cornice disegnata, che ricrea gli elementi architettonici della pala stessa.

PALA BARBARIGO – Sempre nello stesso anno (1488) è firmata la Pala Barbarigo, conservata nella chiesa di San Pietro Martire a Murano, uno dei pochi episodi cronologicamente certi nella carriera dell’artista, grazie alla citazione anche nel testamento del doge Agostino Barbarigo. Nel dipinto san Marco, protettore di Venezia e quindi del dogato, presenta il devoto (Agostino Barbarigo) inginocchiato alla Vergine con un gesto affettuoso. Si tratta tra l’altro di uno dei primi esperimenti di pittura tonale.

IL FESTINO DEGLI DEI – Come abbiamo visto numerose sono le opere con tema sacro, sebbene nella produzione belliniana non manchino anche quelle a tema profano come il Festino degli Dei, che Giovanni firmò nel 1514 e che inaugurò la serie di dipinti del camerino d’alabastro di Alfonso I d’Este. L’opera, ritoccata poi da Tiziano e da Dosso Dossi per adeguare il paesaggio agli altri dipinti della serie, tratta un soggetto erotico, che il pittore risolve però con un approccio tutto sommato casto e misurato, tipico della sua poetica. Oggi la tela è conservata alla National Gallery of Art di Washington.

26 novembre 2014

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