ARTE - Mostra "Rappresentare il mondo" a Torino

I maestri dell’arte italiana contemporanea in mostra a Torino con ”Rappresentare il mondo”

Dalle forme più classiche di Francesco Messina alle innovazioni attuate da Manzù, passando per la vitale e profonda ricerca artistica di Pomodoro, a Torino si possono ammirare gli stili che hanno contraddistinto l’arte contemporanea italiana. La Reggia di Venaria ospita fino al 7 febbraio 2016 nove sculture che raccontano i cambiamenti e i differenti percorsi artistici del XX secolo.

MILANO – Ripercorrere i differenti iter artistici dell’arte contemporanea, dagli anni Trenta del Novecento ad oggi. Ammirare nove sculture dei maggiori esponenti dell’arte italiana del XX secolo nell’incantevole cornice della Reggia di Venaria. Posizionate in diversi ambienti, dai giardini alle terrazze della residenza sabauda, le opere sono traccia eloquente delle svariate e personalissime forme d’arte adottate in diversi anni da autori molto differenti. Francesco Messina, Giuliano Vangi, Arnaldo Pomodoro, Novello Finotti, Giacomo Manzù, Paolo Borghi, Luigi Stoisa: sono i protagonisti della mostra “Rappresentare il Mondo”, a Torino fino al 7 febbraio 2016.

 

FRANCESCO MESSINA – “Il Marciatore”, del 1931, è un manifesto culturale oltre che artistico, poiché pesca direttamente nel bacino della propaganda fascista in cui il mito della giovinezza atletica affascina tutte le frange sociali e serve all’autore per mettere in luce le proprie eccezionali capacità plastiche. Di certo, Messina, di origine siciliane, trasporta nella sua opera la bellezza antica, dotandola però di un senso stretto che non prescinde dalla quotidianità del reale. Le sue donne, per converso, irrompono con corpi pieni, seducenti, ancora debitori della rivoluzione francese post-rodeniana di Aristide Maillol e Antonie Bourdelle, impegnati a ridisegnare la forma della sensualità: “Estate. Summertine” è il paradigma della femminilità che col tempo declina nei corpi magri delle ballerine, ma qui si presenta in tutta la sua forza dal sapore antico, agreste.

 

GIACOMO MANZU’ – Le presenze femminili di Manzù, che preferisce ritirarsi in una figurazione che è linea, sbavatura, protesta anziché adesione al sistema linguistico predominante, sono poco attratte dalla verità dei fatti, quanto da una verità della visione che oltrepassa i registri accademici scivolando in una sorta di poesia liberatoria, dove il vero è velato dalla condizione di rifiuto o dolore, qualcosa di più struggente della nostalgia, il candore di “Double face” testimonia il tentativo finale di arrivare a una forma che è quasi astrazione, se non in
termini figurali lo è di fatto concettualmente. Uno stato d’animo che, pur ancora vincolato agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, preannuncia la fioritura degli anni Cinquanta quando un artista come Lucio Fontana taglia lo spazio dipinto per recuperare un mondo ulteriore.

 

ARNALDO POMODORO – La sua opera nasce in un contesto in cui l’uomo ha bisogno di guardare oltre alla storia di ieri, si prepara a un nuovo futuro e pretende dagli artisti una riflessione rispetto al passato. Dunque i tagli sbalzati, i chiodi, le superfetazioni di Pomodoro (ma potremmo pensare a Emilio Scanavino in pittura) dipanano in matrici geometriche che lasciano intendere le piaghe e le cicatrici della carne, come dello spirito. La sua “Spirale aperta” ricorda un nastro che si allunga verso il cielo e alterna sulla superfici parti che districano in materia scura, poi subito un colpo di bronzo traslucido: l’avvicendamento di segni formati tra lo scorrere dell’ombra e quello della luce. La scultura di Pomodoro è un segno preciso di un’epoca ormai proiettata in avanti, dunque capace di superare le ferite di guerra con una disamina più intima, uno sguardo gettato all’interno, come Jorge Luis Borges che trasformò la cecità in un metodo per osservare oltre le apparenze.

 

GIULIANO VANGI – Nelle sue realizzazioni persiste il sottile velo dell’incomunicabilità concepita come luogo di accadimento, recuperando i teatri di Arturo Martini con una declinazione estrema, tale da rilevare nell’essere umano quella sua costante e persistente bestialità che sviluppa in tragedia. D’altronde Vangi non è rimasto indifferente neppure al clima del Realismo esistenziale milanese che lo obbliga a stabilire con l’opera un destino psicologico, come succede per i protagonisti del “Grande racconto” in cui le distanze sono misura spirituale oltre che fisica. Di Ipousteguy, grande artista francese, a Novello Finotti interessa piuttosto la concezione stessa della scultura, ricercando anche il mistero di quella pelle che fa sentire lo scorrere del sangue fin dentro ai più piccoli capillari. Egli ne sposa le scelte plastiche ma – forse per motivi anagrafici – ne evita il dramma (finanche intellettuale), preferendo l’ironia.

 

NOVELLO FINOTTI – L’arguzia, il piccolo inganno, l’attenzione per l’immagine in sé, spinge Finotti a creare delle opere tangenti all’irreale, nel divertito regno del plausibile più che del certo, in questa linea s’innesta “Cari avi”, scultura che in modo ancestrale, quasi lavarle, testimonia la sacralità delle origini.

 

PAOLO BORGHI – Costruisce mondi nuovi partendo da un dato realistico e così le montagne, la relazione di coppia, il tempo come elemento unificante, sono gli archetipi naturali e magici de “Le Alpi”, scultura policroma che diventa narrazione per icone di un sentimento, una malinconia: assembla diversi momenti di una esistenza e recupera i riferimenti di un’antichità che non smette di interessare e ispirare gli intelletti.

 

LUIGI STOISA – Cresce artisticamente alla fine degli anni Settanta, in un periodo che classifica la pittura da cavalletto affatto commerciale, mentre sono i tedeschi e i giovani italiani a dettare il passo. La sua ricerca è un costante tentativo di capire le influenze della materia e della luce sulla forma, che per altro significa ancora una volta cercare una domanda antica e offrirgli risposte innovative, e lui con “Gea” è interessato a reperire l’aspetto primordiale e misterico di tutta la creazione.

17 giugno 2015

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