ARTE - La mostra fotografica da non perdere

Gabriele Basilico e Luigi Ghirri fra i protagonisti della mostra fotografica al Museo di Roma

Circa ottanta immagini che vanno dagli anni Ottanta al Duemila, rappresentative di alcuni dei più importanti fotografi italiani – nove nomi di indiscussa fama - sono allestite in questa mostra dal 29 ottobre 2014 all’8 marzo 2015 nelle sale espositive...

Una mostra fotografica che racconta un periodo di importanti modificazioni e offre l’opportunità per una riflessione sulle tendenze della fotografia.

MILANO – Circa ottanta immagini che vanno dagli anni Ottanta al Duemila, rappresentative di alcuni dei più importanti fotografi italiani – nove nomi di indiscussa fama – sono allestite in questa mostra dal 29 ottobre 2014 all’8 marzo 2015 nelle sale espositive al piano terreno del Museo di Roma. Un archivio depositario di una raccolta storica di notevole importanza, che nel tempo ha esteso le sue competenze riservando uno spazio all’arte fotografica contemporanea.

L’EVENTO – Queste immagini, provenienti dalla sezione contemporanea dell’Archivio Fotografico di Palazzo Braschi, raccontano la città di Roma mostrando le importanti trasformazioni che ha subito negli ultimi decenni, offrendo nel contempo un’opportunità di riflessione sulla fotografia contemporanea e sulla sua ricerca di nuove iconografie del paesaggio urbano. Un archivio depositario di una raccolta storica di notevole importanza, che nel tempo ha esteso le sue competenze riservando uno spazio all’arte fotografica contemporanea. Alla donazione di dieci opere che Gianni Berengo Gardin volle fare nel 1986, seguì l’acquisizione di fotografie di Gabriele Basilico, Roberto Bossaglia, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Luigi Ghirri, Guido Guidi, Roberto Koch e, ultimo, Andrea Jemolo.

I GRANDI FOTOGRAFI IN MOSTRA – Sono nove i nomi di indiscussa fama in mostra. Tra loro, Gabriele Basilico (Milano 1944 – 2013) che esordì giovanissimo negli anni ’60 a Milano dedicandosi alla fotografia come strumento d’indagine sociale. Dedicandosi con continuità alla documentazione della città e del paesaggio urbano, si interessò alle profonde trasformazioni subite dal paesaggio in epoca postmoderna e alle identità in continuo divenire delle città e delle metropoli. Non mancano le opere di Luigi Ghirri (Scandiano 1943 – Reggio Emilia 1992) che iniziò fotografare nel 1970 confrontandosi prevalentemente con artisti concettuali e attuando nelle fotografie di architettura e di paesaggio un’investigazione intellettuale sui segni naturali e i segni artificiali. I suoi paesaggi, sospesi nel tempo, spesso metafisici possono essere privi di figure umane, ma mai dell’intervento dell’uomo sul paesaggio stesso. Giovanni Chiaramonte (Varese 1948) che nel suo lavoro ha dedicato particolare attenzione all’analisi delle relazioni che si stabiliscono fra luoghi e identità dell’uomo. E ancora Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure 1930), Roberto Bossaglia (Cagliari 1942), Mario Cresci (Chiavari 1942), Guido Guidi (Cesena 1941), Andrea Jemolo (Roma 1957) e Roberto Koch ( Roma 1955).

ROMA ALLO SPECCHIO – I fotografi selezionati per questa mostra sono fra coloro che hanno dedicato molta parte della loro professione alla visualizzazione del paesaggio, dei segni lasciati dall’uomo sul paesaggio stesso, delle realtà urbane e periferiche di città e metropoli, delle architetture. Scorrono sotto l’occhio del visitatore della mostra soggetti familiari e inconfondibili: San Pietro, Castel Sant’Angelo, piazza Navona, il Pantheon, accanto a scene di vita quotidiana in Trastevere, a Campo dei Fiori, alle fermate degli autobus, nel traffico cittadino già caotico. E ancora i cantieri delle grandi opere pubbliche che hanno preceduto e accompagnato l’arrivo del Duemila, fino alle nuove costruzioni opera dei più rinomati architetti. Emblematica di questo percorso urbano e fotografico è proprio l’Ara Pacis della quale compaiono in mostra due fotografie, nell’assetto precedente e durante i lavori per l’attuale sistemazione ideata da Richard Meier. Appare però subito evidente che gli autori non hanno avuto come scopo primario quello di documentare una piazza o un palazzo, ma di interpretare i luoghi con una diversa espressività, aperta a nuovi significati oltre la documentazione, capaci di cogliere l’essenziale di ciò che pongono di fronte all’obbiettivo secondo la loro personale ricerca artistica. Proprio nell’arco di tempo preso in considerazione da questa mostra , grazie al passaggio dall’analogico al digitale e all’abbandono senza ritorno dei processi di ripresa, sviluppo e stampa, avviene il cambiamento epocale, da tutto riconosciuto come tale, dalla fotografia documento alla fotografia come opera d’espressione , nell’annullamento finale della classica distinzione fra artista e fotografo.

3 febbraio 2015

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