Quante parole usiamo ogni giorno per dire che qualcosa è strano, bello, difficile o sorprendente? Probabilmente molte meno di quelle che l’italiano mette a nostra disposizione.
Nel nostro vocabolario esistono parole quasi dimenticate capaci di esprimere con sorprendente precisione idee per cui oggi utilizziamo intere frasi. Alcune hanno origini antichissime, altre nascondono storie curiose e altre ancora sembrano inventate per quanto suonano insolite.
Sagittabondo, per esempio, può descrivere uno sguardo che colpisce come una freccia d’amore. Lapalissiano nasce dalla singolare storia di un comandante francese ed è diventato sinonimo di un’ovvietà quasi comica. E dietro mellifluo si nasconde addirittura l’immagine del miele che scorre.
Non sono soltanto belle parole da collezionare. Conoscerle significa scoprire sfumature, immagini e significati che il linguaggio quotidiano spesso appiattisce.
Ne abbiamo scelte venti: parole rare, curiose o semplicemente troppo belle per essere lasciate nel dizionario.
Venti parole italiane rare e bellissime che dovremmo tornare a usare
Dalle parole che descrivono un carattere a quelle nate da personaggi storici, dal linguaggio amoroso agli insulti d’altri tempi: ognuna racconta qualcosa della straordinaria ricchezza dell’italiano.
Parole italiane rare: significato, origine e quando usarle
1. Apostrofare
Apostrofare qualcuno non significa semplicemente rivolgergli la parola: suggerisce un intervento diretto, improvviso e spesso brusco o polemico.
La parola deriva dal greco apostrophḗ, «il volgersi», termine della retorica classica che indicava il momento in cui l’oratore interrompeva il discorso per rivolgersi direttamente a qualcuno: un avversario, una persona assente, una divinità o persino un’entità astratta.
Quell’idea del volgersi direttamente verso qualcuno è rimasta nel verbo moderno. Per questo apostrofare possiede una forza che il semplice parlare non ha: suggerisce già il tono e l’immediatezza dell’incontro.
Dire che un manifestante «ha apostrofato un politico», per esempio, ci fa immaginare subito un richiamo, una contestazione o una frase pronunciata con particolare energia.
È una parola particolarmente efficace nella cronaca giornalistica, nei resoconti politici e nella narrativa, soprattutto per raccontare proteste, discussioni e confronti improvvisi.
Può tornare utile anche nella conversazione quotidiana, quando qualcuno ci richiama bruscamente o ci rivolge la parola con particolare decisione.
Una parola da recuperare perché riesce a trasformare un semplice atto di parola in un gesto che possiamo quasi vedere e sentire.
2. Astruso / Astrusa
Astruso non significa semplicemente difficile. Descrive qualcosa di oscuro, intricato, difficile da comprendere quasi perché il suo significato sembra nascondersi a chi cerca di afferrarlo.
La parola deriva dal latino abstrusus, participio di abstrudere, «nascondere, celare». Ed è proprio questa origine a conservarne la sfumatura più interessante: un concetto astruso non richiede soltanto attenzione, ma sembra opporsi alla comprensione per la sua stessa complessità.
Un problema matematico può essere difficile e allo stesso tempo chiarissimo nella formulazione; una spiegazione dello stesso problema, invece, può essere astrusa se è contorta, oscura o inutilmente complicata. È questa differenza a rendere il termine più preciso del generico difficile.
Astruso trova il suo contesto ideale nella saggistica, nella divulgazione scientifica, nella critica accademica e nel dibattito filosofico, dove può descrivere teorie e ragionamenti particolarmente intricati. Ma è perfetto anche per la burocrazia, quando regolamenti, procedure e documenti sembrano scritti più per confondere che per chiarire.
Una parola preziosa per distinguere ciò che è difficile perché complesso da ciò che diventa difficile perché spiegato in modo oscuro.
3. Bislacco / Bislacca
Bislacco descrive qualcosa o qualcuno di stravagante, bizzarro, fuori dagli schemi. Ma rispetto al semplice strano possiede spesso una sfumatura più leggera e ironica: ciò che è bislacco può sorprendere senza necessariamente risultare sgradevole.
La sua etimologia non è del tutto certa. Il termine viene generalmente ricondotto al veneto bislaco, anticamente riferito a popolazioni slave dell’area friulana e istriana e probabilmente collegato allo sloveno bezjak. Nel tempo ha assunto il significato attuale di eccentrico, singolare, strambo nei modi o nelle idee.
La particolarità della parola sta proprio nel giudizio che porta con sé. Un’idea folle sembra da scartare. Un’idea bislacca può essere improbabile e stravagante, ma anche abbastanza originale da incuriosire. Una cosa bislacca non è necessariamente una cosa sbagliata.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nella critica cinematografica e teatrale e nel giornalismo culturale, dove può descrivere personaggi eccentrici, trovate imprevedibili e opere fuori dagli schemi. Funziona altrettanto bene nella conversazione quotidiana per raccontare abitudini, progetti e idee insolite con una punta di bonaria ironia.
È una parola che osserva la stranezza senza condannarla del tutto.
4. Cospicuo / Cospicua
Cospicuo indica qualcosa di notevole per quantità, entità o importanza: una somma, un patrimonio, un investimento o una quantità possono essere cospicui quando raggiungono dimensioni particolarmente rilevanti.
La parola deriva dal latino conspicuus, legato a conspicere, «scorgere, vedere distintamente». In origine indicava quindi qualcosa di ben visibile, evidente, capace di attirare lo sguardo. Nel tempo questa idea di evidenza si è estesa a ciò che spicca non più soltanto alla vista, ma per consistenza o valore.
È proprio questa sfumatura a distinguerlo dal generico grande. Una somma cospicua non è semplicemente grande: è abbastanza consistente da assumere particolare rilievo.
Il termine trova il suo contesto ideale nel linguaggio economico e finanziario, nel giornalismo, nei testi giuridici e nella comunicazione aziendale, soprattutto quando si parla di patrimoni, investimenti, profitti, risorse o quantità significative. Può essere usato naturalmente anche nel linguaggio quotidiano, per esempio quando una spesa raggiunge proporzioni decisamente poco trascurabili.
Una parola elegante e precisa per tutto ciò che, per quantità o valore, difficilmente passa inosservato.
5. Forbito / Forbita
Forbito descrive un linguaggio o uno stile elegante, raffinato e particolarmente curato. Ma non significa, come si potrebbe pensare, riempire un discorso di parole difficili o ricercate.
Il termine è il participio passato di forbire, verbo di origine germanica che significa pulire, lucidare, rendere brillante. Un tempo si forbivano metalli, armi e oggetti. La stessa immagine è poi passata al linguaggio, come se anche le parole potessero essere ripulite dalle imperfezioni e rese più luminose.
Ed è proprio questa origine a spiegare la sfumatura più interessante: un linguaggio forbito non è necessariamente complicato o pomposo. È soprattutto preciso, corretto e levigato nella forma, frutto di una scelta attenta delle parole.
Il termine trova il suo contesto ideale nella critica letteraria, nell’analisi stilistica, nel giornalismo culturale e nella recensione di discorsi e interventi pubblici, quando si vuole sottolineare l’eleganza espressiva di uno scrittore o di un oratore. Può essere usato anche nella conversazione quotidiana per descrivere qualcuno che parla con particolare proprietà e raffinatezza.
Una parola che racchiude una bella immagine: un linguaggio forbito è un linguaggio lucidato finché le parole tornano a brillare.
6. Gaglioffo / Gaglioffa
Gaglioffo è un insulto d’altri tempi che indica un poco di buono, un furfante o una persona moralmente spregevole, spesso caratterizzata da comportamenti meschini e disonesti.
La parola ha origini antiche e un’etimologia incerta e dibattuta. In passato il termine è stato associato a mendicanti, vagabondi e individui che vivevano di espedienti, fino ad assumere il significato spregiativo con cui è arrivato fino a noi.
Rispetto a disonesto, mascalzone o cialtrone, però, gaglioffo possiede un sapore particolare. Il giudizio può essere anche molto duro, ma il suono antiquato gli conferisce una sfumatura pittoresca e teatrale: sembra quasi evocare il furfante di una commedia, convinto di essere più scaltro di tutti.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nel teatro, nella satira politica e nei racconti popolari, dove può caratterizzare con una sola parola imbroglioni, opportunisti e personaggi poco raccomandabili. Nel linguaggio quotidiano può essere usato anche ironicamente, purché il contesto renda evidente il tono scherzoso.
Una parola da recuperare quando mascalzone non basta e vogliamo aggiungere alla condanna un pizzico di teatralità d’altri tempi.
7. Granciporro
Granciporro è una parola dal suono irresistibile che, nel linguaggio figurato, indica un errore grossolano, un abbaglio clamoroso o uno sproposito. La ritroviamo soprattutto nell’espressione prendere un granciporro.
Prima di diventare sinonimo di errore, però, il granciporro era un granchio. Il nome, di origine veneta, indica un grosso crostaceo ed è stato riferito in particolare al Cancer pagurus, conosciuto anche come granchio favollo.
Da qui nasce l’uso figurato, strettamente legato al più familiare «prendere un granchio», cioè sbagliarsi completamente. Granciporro, però, amplifica l’immagine: non suggerisce una semplice svista, ma un errore di proporzioni decisamente più vistose.
La parola trova il suo contesto ideale nella satira politica, nel giornalismo d’opinione, nella critica e nell’editoria di costume, soprattutto quando si vogliono sottolineare con ironia previsioni sbagliate, interpretazioni infondate o conclusioni precipitose. È perfetta anche nella conversazione quotidiana per ammettere un proprio errore senza rinunciare all’autoironia.
Una parola capace di trasformare uno sbaglio in un’immagine così vivida da renderlo quasi più divertente da raccontare.
8. Lapalissiano / Lapalissiana
Lapalissiano indica qualcosa di talmente ovvio ed evidente che affermarlo risulta quasi superfluo, se non addirittura comico.
La parola deriva dal nome di Jacques de Chabannes, signore de La Palice, comandante francese morto nella battaglia di Pavia nel 1525. Dopo la sua morte, alcuni versi dedicati alla sua memoria furono reinterpretati e trasformati fino a dare origine alla celebre affermazione secondo cui, poco prima di morire, La Palice «era ancora in vita».
Da questa involontaria ovvietà nacquero in francese le lapalissades e successivamente il nostro lapalissiano: una verità tanto evidente da risultare quasi ridicola quando viene presentata come una grande scoperta.
Ed è proprio questa sfumatura a distinguerlo dal semplice ovvio: lapalissiano contiene spesso una sottile ironia verso chi sente il bisogno di sottolineare ciò che è già evidente.
Il termine trova il suo contesto ideale nel giornalismo d’opinione, nel dibattito politico, nella saggistica e nella comunicazione aziendale, soprattutto quando formule solenni nascondono conclusioni scontate. È altrettanto efficace nella conversazione quotidiana per commentare con eleganza un’ovvietà.
Una parola perfetta per quelle verità alle quali è impossibile dare torto, proprio perché non ci dicono quasi nulla che non sapessimo già.
9. Luculliano / Luculliana
Luculliano descrive un pranzo o un banchetto straordinariamente ricco, abbondante e raffinato. Non basta quindi che ci sia molto da mangiare: deve esserci anche un’idea di sontuosità.
La parola deriva da Lucio Licinio Lucullo, generale e politico romano del I secolo a.C., passato alla storia anche per il lusso delle sue dimore e per la magnificenza dei banchetti che vi organizzava. La sua fama fu tale che il suo nome finì per diventare sinonimo di una tavola opulenta e ricercata.
Ed è proprio questa origine a distinguere luculliano dal semplice abbondante. Una grande mangiata può puntare soprattutto sulla quantità; un pranzo luculliano suggerisce invece ricchezza delle portate, qualità dei cibi e una certa spettacolarità della tavola.
Il termine trova il suo contesto ideale nella critica enogastronomica, nei racconti di viaggio, nella narrativa e nella cronaca di costume, soprattutto per descrivere ricevimenti, feste e tavolate memorabili. Ma funziona benissimo anche nella conversazione quotidiana, magari dopo uno di quei pranzi delle feste che sembrano non finire mai.
Una parola che porta con sé più di duemila anni di storia e trasforma una semplice abbuffata in un banchetto degno dell’antica Roma.
10. Meditabondo / Meditabonda
Meditabondo descrive una persona profondamente assorta nei propri pensieri, immersa in una riflessione che sembra allontanarla per qualche istante da ciò che la circonda.
La parola deriva dal latino meditabundus, legato al verbo meditari, «meditare, riflettere». Il suffisso esprime una disposizione o un atteggiamento: meditabondo è quindi, letteralmente, chi appare intento a meditare.
Ed è proprio questa sfumatura a distinguerlo dal semplice pensieroso. Una persona pensierosa può essere preoccupata o avere qualcosa per la testa; chi è meditabondo appare invece raccolto, assorto, concentrato in una riflessione interiore. Non è neppure sinonimo di distratto: il meditabondo non ha necessariamente perso il filo, perché la sua attenzione è semplicemente rivolta altrove.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nei ritratti psicologici, nel giornalismo culturale e nella critica d’arte, dove permette di descrivere con particolare efficacia l’atteggiamento assorto di un personaggio, di un artista o di un pensatore. Può essere usato anche nella conversazione quotidiana, spesso con una leggera sfumatura ironica.
Una parola capace di trasformare il semplice «essere sovrappensiero» in un’immagine di silenzio e riflessione.
11. Mellifluo / Melliflua
Mellifluo descrive un tono, una voce o un modo di parlare eccessivamente dolce e suadente, spesso tanto affabile da risultare affettato, insincero o interessato.
La sua origine racconta perfettamente il significato: deriva dal latino mel, «miele», e fluere, «scorrere». Letteralmente significa quindi «che scorre come il miele». In origine indicava una dolcezza piacevole e armoniosa, ma nel tempo ha sviluppato anche la sfumatura critica oggi molto comune.
Ed è proprio qui che la parola diventa interessante. Mellifluo non è semplicemente sinonimo di dolce o gentile: suggerisce una dolcezza così insistita da far sospettare che dietro si nasconda qualcosa. Un complimento può essere sincero; un complimento mellifluo può farci chiedere che cosa voglia ottenere chi ce lo sta facendo.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nel giornalismo d’opinione, nella critica politica e nella saggistica sociale, soprattutto per descrivere lusinghe, discorsi manipolatori e personaggi dalla gentilezza poco spontanea. È efficace anche nella conversazione quotidiana quando qualcuno diventa improvvisamente fin troppo accomodante.
Una parola di grande precisione psicologica: comincia dal miele e può finire nell’ipocrisia.
12. Pleonastico / Pleonastica
Pleonastico indica qualcosa di ridondante o superfluo: una parola, un’espressione o un’informazione che aggiunge ciò che è già stato detto o che risulta evidente dal contesto.
Il termine deriva dal greco pleonastikós, collegato a pleonázein, «essere sovrabbondante, eccedere». La stessa origine ha dato vita al pleonasmo, figura linguistica basata proprio sull’aggiunta di elementi non strettamente necessari.
Ma pleonastico non significa semplicemente inutile. La sua sfumatura riguarda soprattutto la ridondanza: qualcosa diventa pleonastico quando ripete, rafforza o esplicita un’informazione che potrebbe essere omessa senza compromettere il significato.
E non sempre è un difetto. In letteratura e nella lingua parlata un pleonasmo può essere utilizzato intenzionalmente per dare enfasi, ritmo o maggiore espressività a una frase. Diventa invece fastidioso quando appesantisce inutilmente ciò che potrebbe essere detto con maggiore chiarezza.
Il termine trova il suo contesto ideale nella revisione editoriale, nella critica letteraria, nella saggistica e nel dibattito accademico, ma è molto utile anche nella comunicazione professionale quando testi, presentazioni e documenti accumulano precisazioni che non aggiungono reale valore.
Una parola particolarmente utile per ricordarci che, a volte, dire di più non significa dire meglio.
13. Procrastinare
Procrastinare significa rimandare un’azione, una decisione o un impegno, spesso pur sapendo che sarebbe meglio affrontarlo subito.
La sua origine è quasi una definizione perfetta: deriva dal latino procrastinare, legato a crastinus, «di domani», a sua volta formato da cras, «domani». Procrastinare significa quindi, letteralmente, rinviare al domani.
Ma non è un semplice sinonimo di rimandare. Possiamo rimandare un appuntamento per un imprevisto; quando procrastiniamo, invece, entra spesso in gioco la tendenza a posticipare volontariamente qualcosa che dovremmo o vorremmo fare, scegliendo un sollievo immediato a costo di complicarci il futuro.
Il termine trova il suo contesto ideale nella psicologia, nella gestione del tempo, nella saggistica sul lavoro e nel giornalismo di costume, dove descrive un comportamento diffusissimo legato a studio, scadenze, decisioni e produttività. È ormai perfettamente naturale anche nella conversazione quotidiana.
Una parola antichissima per un’abitudine modernissima: continuare a dire “domani” a ciò che potremmo fare oggi.
14. Ramanzina
Ramanzina indica un rimprovero lungo e severo, spesso accompagnato da consigli, ammonimenti e lezioni di comportamento. Non è quindi una semplice sgridata: tende a essere più articolata, insistente e soprattutto difficile da interrompere.
La parola ha una storia curiosa. Deriva da una forma precedente, romanzina, collegata a romanzo e probabilmente all’espressione fare un romanzo, cioè dilungarsi molto nel raccontare o nel rimproverare qualcuno. Nel tempo romanzina si è trasformata nell’attuale ramanzina.
Ed è proprio la durata a distinguerla da termini simili. Una sgridata può esaurirsi in poche parole; una ramanzina tende invece a diventare un piccolo discorso morale, nel quale chi rimprovera spiega l’errore, le sue conseguenze e magari anche come ci si sarebbe dovuti comportare.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nei racconti familiari, nella cronaca di costume e nei testi dedicati ai rapporti tra generazioni, ma appartiene pienamente anche alla conversazione quotidiana, soprattutto quando si raccontano rimproveri ricevuti da genitori, insegnanti o superiori.
Una parola familiare e vivace per quel genere di rimprovero che comincia come una sgridata e finisce quasi per diventare un romanzo.
15. Sagittabondo / Sagittabonda
Sagittabondo è una delle parole più rare e suggestive della lista: descrive chi lancia sguardi capaci di colpire e sedurre come frecce d’amore.
Il termine è legato al latino sagitta, «freccia», mentre la sua formazione complessiva non ha un’etimologia del tutto sicura. L’immagine, però, è chiarissima: lo sguardo diventa una freccia e chi lo lancia una sorta di arciere della seduzione.
È proprio questa forza figurativa a renderlo speciale. Un’occhiata seducente descrive l’effetto; un’occhiata sagittabonda sembra invece raccontarne anche il movimento: parte dagli occhi, attraversa lo spazio e idealmente colpisce chi la riceve.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nella poesia, nella scrittura creativa e nella critica letteraria, soprattutto quando si raccontano corteggiamenti, attrazione e giochi di sguardi. Può funzionare anche nel giornalismo culturale e di costume, dove la sua rarità aggiunge una nota elegante e ironica.
Difficilmente diventerà una parola da usare ogni giorno. Ma quando uno sguardo sembra una freccia scoccata senza arco, sagittabondo è difficile da battere.
16. Sciamannato / Sciamannata
Sciamannato descrive una persona trasandata, disordinata nel vestire e poco curata nell’aspetto o nei modi. Ma rispetto al semplice sciatto possiede una sfumatura più pittoresca e vivace, quasi capace di farci vedere il personaggio.
La sua etimologia è incerta e nel tempo sono state avanzate diverse ipotesi, senza che una si sia imposta definitivamente. Meglio quindi non attribuirgli origini fantasiose: è proprio uno di quei casi in cui la storia di una parola conserva ancora qualche zona d’ombra.
La sua forza sta soprattutto nell’immagine che evoca. Una persona sciamannata non appare soltanto poco elegante: suggerisce abiti in disordine, capelli scompigliati, gesti poco composti e una generale noncuranza per il proprio aspetto.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nel teatro, nella ritrattistica e nel giornalismo di costume, dove permette di caratterizzare rapidamente personaggi eccentrici, bohémien o semplicemente trasandati. Funziona bene anche nella conversazione quotidiana, spesso con una sfumatura ironica più che apertamente offensiva.
Una parola capace di trasformare il semplice trasandato in un piccolo ritratto fatto con un solo aggettivo.
17. Smargiasso / Smargiassa
Smargiasso è chi ostenta coraggio, capacità o sicurezza che in realtà non possiede: uno spaccone, un fanfarone, sempre pronto a vantarsi e a fare la voce grossa.
L’etimologia della parola è incerta e le diverse ipotesi proposte nel tempo non permettono di indicarne con sicurezza una sola origine. Il suo significato, invece, è rimasto molto riconoscibile: lo smargiasso costruisce un’immagine esagerata di sé e cerca continuamente di mostrarla agli altri.
Ed è proprio questo a distinguerlo dal semplice vanitoso. Il vanitoso ama essere ammirato; lo smargiasso ostenta qualità, imprese o coraggio, spesso ingigantendoli o attribuendoseli senza averne davvero motivo.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nella satira politica, nel giornalismo d’opinione e nella saggistica di costume, soprattutto per descrivere personaggi che fanno grandi proclami, minacciano, si vantano o promettono risultati straordinari. È efficace anche nella conversazione quotidiana per ridimensionare, con una punta d’ironia, chi ama mettersi troppo in mostra.
Una parola ancora attualissima per chi fa la voce grossa soprattutto quando deve convincere gli altri di essere più grande di quanto sia davvero.
18. Soqquadro
Soqquadro indica uno stato di completo disordine e scompiglio e compare soprattutto nell’espressione «mettere a soqquadro», cioè mettere sottosopra un luogo o sconvolgere completamente una situazione.
È una parola famosa anche per una particolarità ortografica: è uno dei rarissimi vocaboli italiani in cui compare la sequenza –qqu-, motivo per cui generazioni di studenti l’hanno ricordata come una curiosa eccezione della nostra lingua.
Anche la sua origine è interessante. Soqquadro è collegato all’antica espressione sotto quadro, riferita a qualcosa fuori squadra, non disposto correttamente. Da questa idea di alterazione dell’ordine si è sviluppato il significato moderno di confusione e disordine totale.
Ed è proprio l’intensità a distinguerlo dal semplice disordine. Una stanza disordinata può avere qualche oggetto fuori posto; una stanza messa a soqquadro suggerisce qualcosa di molto più radicale: tutto è stato spostato, rovistato o sconvolto.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nella cronaca e nei racconti di vita quotidiana, soprattutto per descrivere case rovistate, stanze sconvolte o situazioni improvvisamente caotiche. Può essere usato anche in senso figurato quando un evento manda completamente all’aria programmi e organizzazione.
Una parola che riesce quasi a mostrare il disordine prima ancora di descriverlo.
19. Sproloquio
Sproloquio indica un discorso eccessivamente lungo, enfatico e spesso inconcludente: una valanga di parole che rischia di stancare chi ascolta senza arrivare davvero al punto.
La parola deriva da proloquio, dal latino proloquium, «discorso, esposizione», a cui si è aggiunta una s- con valore peggiorativo. Il significato si è così spostato dal semplice parlare al parlare troppo, in modo prolisso o sconclusionato.
Ed è proprio questa sfumatura a distinguerlo da un normale discorso lungo. Uno sproloquio non si misura soltanto in minuti: ciò che lo caratterizza è soprattutto la sensazione che le parole siano molte più delle idee che devono esprimere.
Il termine trova il suo contesto ideale nel giornalismo politico, nella critica televisiva, nelle recensioni di conferenze e nella saggistica d’opinione, soprattutto per descrivere interventi interminabili, pieni di enfasi ma poveri di contenuto. È altrettanto efficace nella conversazione quotidiana quando qualcuno trasforma una risposta semplice in un monologo senza fine.
Una parola affilata per definire la prolissità che parla molto e dice poco.
20. Trasecolare
Trasecolare significa rimanere profondamente sbalorditi, stupefatti o sconcertati davanti a qualcosa di talmente inatteso da lasciarci quasi senza parole.
La sua origine è particolarmente suggestiva. Il verbo è formato da tra-, con valore di «oltre», e secolo, anticamente usato anche nel senso di «mondo, vita terrena». Trasecolare evocava quindi l’idea di essere quasi trasportati fuori dal mondo per la forza dello stupore.
Ed è proprio questa intensità a distinguerlo dal semplice sorprendersi. Si può essere sorpresi da una notizia inattesa. Si trasecola davanti a qualcosa di così incredibile, assurdo o sconvolgente da provocare un autentico momento di smarrimento.
Il termine trova il suo contesto ideale nella narrativa, nel giornalismo di costume e nella saggistica d’opinione, soprattutto per raccontare reazioni davanti a dichiarazioni incredibili, comportamenti assurdi o notizie capaci di lasciare tutti esterrefatti. Nel linguaggio quotidiano può acquistare anche una piacevole sfumatura ironica, soprattutto quando esageriamo volutamente il nostro stupore.
Una parola antica e teatrale per quelle occasioni in cui essere semplicemente sorpresi non basta più.

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