Una scuola grande come il mondo di Gianni Rodari è una poesia che celebra la bellezza di imparare e ci consegna una lezione tanto semplice quanto preziosa: non si finisce mai di conoscere, perché la vita stessa è una scuola.
A settembre, mentre milioni di bambini e ragazzi si preparano a tornare tra i banchi, le parole di Rodari acquistano un significato ancora più speciale. L’inizio della scuola porta con sé libri, quaderni, lezioni, compiti e nuove cose da conoscere. Ma siamo davvero sicuri che sia soltanto questo ciò che significa imparare?
Con la leggerezza e l’intelligenza che caratterizzano la sua scrittura, Rodari parte dalla scuola che tutti conosciamo per allargare progressivamente lo sguardo. E quella che inizialmente sembra una semplice filastrocca per bambini finisce per porre una questione che riguarda tutti, anche gli adulti: quando possiamo davvero dire di aver finito di imparare?
Una scuola grande come il mondo è contenuta nella Parte terza. Trovate l’errore della raccolta Il libro degli errori di Gianni Rodari, pubblicato per la prima volta nel 1964.
Leggere questa stupenda poesia di Gianni Rodari per apprezzarne e scoprirne il significato.
Una scuola grande come il mondo di Gianni Rodari
C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri e professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così.
Si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.
La vita è una scuola in cui c’è sempre qualcosa da imparare
In Una scuola grande come il mondo, Gianni Rodari prende un’esperienza familiare a ogni bambino, la scuola, e ne allarga i confini fino a farli coincidere con quelli del mondo. L’apprendimento esce dall’aula e diventa parte della vita quotidiana, delle relazioni, delle esperienze e del modo in cui osserviamo ciò che accade intorno a noi.
La scuola diventa così la grande metafora attraverso cui Rodari racconta la crescita. Vivere significa incontrare continuamente qualcosa che ancora non conosciamo, fare esperienza, cambiare idea, comprendere meglio gli altri e anche noi stessi. L’età, in questa prospettiva, conta poco: si continua a essere allievi anche quando i banchi e i libri di scuola appartengono ormai al passato.
È significativo che tra gli insegnanti Rodari metta insieme “maestri e professori”, “avvocati, muratori”, “televisori, giornali”, “il sole, i temporali, le stelle”. Nello stesso elenco convivono persone, mestieri, mezzi di comunicazione e natura. Il sapere scolastico rimane importante, ma viene inserito in un processo di conoscenza molto più ampio.
Anche le lezioni cambiano forma. Possono essere “facili” o “difficili”, “brutte, belle e così così”, proprio come le esperienze che attraversiamo. Rodari porta dentro questa scuola anche azioni elementari come parlare, giocare, dormire, svegliarsi, voler bene e arrabbiarsi. Imparare riguarda quindi la persona nella sua interezza e comprende anche la sfera delle emozioni e dei rapporti con gli altri.
Da qui nasce il passaggio più profondo della poesia. Se il mondo è una scuola, nessuno arriva a un punto in cui può considerare conclusa la propria formazione. Ogni nuova conoscenza rende visibile uno spazio ancora più grande da esplorare. Rodari lega così il sapere alla curiosità: ciò che conosciamo è il punto da cui partire per continuare a scoprire.
La “promozione” con cui termina la filastrocca assume allora un significato particolare. Per continuare a imparare bisogna prima di tutto “aprire gli occhi”, osservare il mondo e mantenere viva la disponibilità a comprenderlo. È questa apertura che accompagna la crescita dall’infanzia all’età adulta.
Analisi e significato della poesia Una scuola grande come il mondo di Gianni Rodari
Fin dal primo verso Gianni Rodari presenta l’immagine attorno alla quale costruisce l’intera poesia. Esiste “una scuola grande come il mondo”, un luogo smisurato nel quale ciascuno di noi entra semplicemente vivendo.
C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri e professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
L’inizio sembra portarci dentro una scuola tradizionale. Compaiono infatti “maestri e professori”, le figure alle quali normalmente affidiamo il compito di insegnare. Subito dopo, però, l’elenco prende una direzione diversa. Arrivano avvocati e muratori, televisori e giornali, cartelli stradali, fino al sole, ai temporali e alle stelle.
Rodari mette sullo stesso piano fonti di conoscenza molto diverse perché l’esperienza del mondo passa attraverso incontri e occasioni che non possono essere racchiusi in un programma scolastico. Un muratore può insegnarci qualcosa come un professore, un temporale può mostrarci qualcosa che prima ignoravamo, un cartello stradale può darci un’informazione necessaria per muoverci nella realtà.
La scelta del verbo “insegnano” tiene insieme tutto l’elenco. È qui che la scuola comincia realmente ad allargarsi: il maestro diventa chiunque, o qualunque cosa, sia capace di aggiungere qualcosa alla nostra conoscenza.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così.
Se i maestri possono essere ovunque, anche le lezioni assumono un significato più ampio. Rodari utilizza ancora il vocabolario della scuola, ma sta ormai parlando dell’esperienza umana.
Alcune cose si comprendono facilmente, altre richiedono tempo e fatica. Ci sono esperienze piacevoli e altre che avremmo preferito evitare. Quel “così così”, apparentemente semplice e quasi infantile, porta nella poesia anche la normalità delle giornate che non sono né memorabili né terribili e che, ugualmente, contribuiscono alla nostra formazione.
Si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
A questo punto Rodari sposta ancora il significato della parola “imparare”. Nella sua scuola non si apprendono soltanto nozioni. Si impara a parlare e a giocare, ma anche “a voler bene” e persino “ad arrabbiarsi”.
La conoscenza riguarda così la persona nella sua interezza. Crescere significa imparare a stare nel mondo, entrare in relazione con gli altri, riconoscere ciò che proviamo e trovare un modo per esprimerlo. L’accostamento tra “voler bene” e “arrabbiarsi” rende questa idea particolarmente concreta: anche sentimenti molto diversi fanno parte dell’esperienza attraverso cui diventiamo ciò che siamo.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
La metafora scolastica acquista qui un significato ancora più preciso. Se la scuola è il mondo, gli “esami” sono le situazioni con cui la vita ci mette continuamente alla prova. La differenza fondamentale è racchiusa nell’espressione “non ci sono ripetenti”.
Il tempo continua a scorrere. Nessuno può fermarsi a dieci, quindici o vent’anni e decidere di non crescere più. Ogni età porta con sé nuove esperienze e nuove cose da comprendere. Rodari trasforma così la promozione scolastica, legata al superamento di un esame, nel movimento stesso della vita.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
È il cuore della poesia e il punto in cui la filastrocca rivela con maggiore chiarezza la profondità del suo messaggio.
“Quel che non si sa” diventa più importante di “quel che si sa già” perché rappresenta tutto ciò che resta ancora da scoprire. La conoscenza, nella prospettiva di Rodari, non conduce alla presunzione di essere arrivati, ma rende più evidente quanto sia vasto ciò che ancora ignoriamo.
C’è in questi versi un elogio della curiosità che riguarda bambini e adulti. Continuare a imparare significa conservare la capacità di fare domande, accettare di non sapere e lasciare spazio a ciò che può modificare le nostre convinzioni. Il sapere diventa un processo aperto, destinato ad accompagnarci per tutta l’esistenza.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.
Gli ultimi versi riportano il lettore all’immagine iniziale e finalmente le danno una dimensione concreta: la scuola di cui Rodari sta parlando è “il mondo intero”.
Per frequentarla serve soprattutto una disposizione: “apri gli occhi”. L’espressione invita a guardare, osservare, accorgersi di ciò che abbiamo intorno. La curiosità nasce proprio da questo sguardo disponibile verso la realtà.
Anche il verbo “sarai promosso” cambia così significato. La promozione non coincide con un voto e nemmeno con il possesso di tutte le risposte. Arriva continuando a guardare il mondo con la disponibilità di chi sa che avrà sempre qualcosa da imparare.
La lezione universale di una filastrocca che parla anche ai grandi
C’è una lezione più ampia che attraversa Una scuola grande come il mondo e che permette alla poesia di parlare ancora oggi a bambini e adulti. Gianni Rodari racconta la conoscenza come un’esperienza che nasce dal rapporto continuo con il mondo e con gli altri. Imparare significa allora anche riconoscere che nessuno può bastare completamente a se stesso.
Non è casuale che nella grande scuola immaginata da Rodari trovino posto “maestri e professori”, ma anche “avvocati, muratori”, televisori, giornali, cartelli stradali, il sole, i temporali e le stelle. In pochi versi scompare qualsiasi rigida gerarchia tra ciò che merita di insegnare e ciò che apparentemente non ne avrebbe l’autorità.
Il muratore può insegnare quanto il professore. Una persona incontrata lungo il nostro cammino può lasciarci qualcosa che nessun libro avrebbe potuto trasmetterci. Persino un’esperienza difficile può cambiare il nostro modo di comprendere la realtà. Rodari restituisce così dignità ai tanti saperi di cui è fatta la società e ricorda che la formazione di una persona avviene anche attraverso il confronto con vite, esperienze e punti di vista diversi dai propri.
In questa prospettiva, Una scuola grande come il mondo contiene anche una profonda lezione sociale. Conoscere gli altri significa imparare a non considerarli soltanto attraverso il nostro punto di vista. Significa accettare che qualcuno con una storia, un mestiere, un’età o un’esperienza diversa dalla nostra possa avere qualcosa da insegnarci.
È un pensiero semplice, ma porta con sé conseguenze importanti. Molti dei muri che separano le persone nascono proprio dalla convinzione di sapere già abbastanza: sapere chi è l’altro, sapere cosa pensa, sapere quanto vale. Quando la certezza prende il posto della curiosità, diventa più difficile ascoltare e ancora più difficile comprendere.
Ed è proprio qui che il valore attribuito da Rodari a ciò che ancora non conosciamo assume una dimensione che va oltre l’apprendimento. Il “non sapere” diventa lo spazio che lasciamo aperto alla scoperta, alle domande e soprattutto agli altri. Ci ricorda che la nostra esperienza, per quanto ricca, rimane soltanto una delle possibili esperienze del mondo.
Riconoscere i limiti di ciò che sappiamo richiede quindi una forma di umiltà. Significa accettare che un’altra persona possa mostrarci qualcosa che non avevamo visto, mettere in discussione una nostra convinzione o aiutarci a comprendere una realtà che avevamo giudicato troppo in fretta.
È qui che la poesia destinata apparentemente ai bambini finisce per rivolgersi con particolare intensità agli adulti. Crescendo accumuliamo conoscenze, esperienze, convinzioni e giudizi. Tutto questo ci aiuta a orientarci nel mondo, ma può anche renderci meno disponibili a guardarlo con occhi nuovi. Possiamo finire per ascoltare soltanto ciò che conferma quello che pensiamo e per considerare poco importante ciò che viene da chi sentiamo distante da noi.
La scuola di Gianni Rodari chiede qualcosa di diverso: rimanere disponibili alla realtà e alle persone, lasciando aperta la possibilità che qualcuno possa ancora sorprenderci e insegnarci ciò che non avevamo compreso.

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