Io vorrei di Gianni Rodari è una poesia usa i viaggi spaziali, la maniaca voglia umana di progredire e di andare oltre le cose realmente terrene, per parlarci delle nostre miserie.
Il maestro d’Omegna ci dona un testo in cui il vero progresso non si misura in anni luce o in “quantum”, ma nella capacità di dire basta alla povertà.
Io vorrei è inserita nella raccolta Filastrocche in cielo e in terra, pubblicata nel 1960, un’epoca in cui gli umani non erano ancora sbarcati sulla Luna e tutta l’idea di progresso era basata sulla spasmodica voglia di conquistare la terra infertile del nostro satellite.
Mentre le superpotenze mondiali investivano cifre astronomiche per progettare razzi e missili diretti proprio a superare la nostra atmosfera, Rodari compie un atto di geniale contro-cultura: decide di andarci in bicicletta, in micromotore o a bordo di un treno locale.
Non è solo un gioco di fantasia per bambini. Dietro il ritmo leggero delle rime e l’apparente ingenuità dei mezzi di trasporto scelti, si nasconde una delle critiche sociali più lucide e graffianti del Novecento italiano. La vera idea di progresso è l’uguaglianza degli esseri umani e la conseguente lotta alla povertà, che ancora oggi rappresenta forse uno dei problemi irrisolti e più evidenti della Terra.
Leggiamo questa geniale filastrocca di Gianni Rodari per scoprirne il profondo significato.
Io vorrei di Gianni Rodari
Io vorrei che nella Luna
ci si andasse in bicicletta,
per vedere se anche lassù
chi va piano non va in fretta.
Io vorrei che nella Luna
ci si andasse in micromotore,
per vedere se anche lassù
chi sta zitto non fa rumore.
Io vorrei che nella Luna
ci si andasse in accelerato,
per vedere se anche lì
chi non mangia la domenica
ha fame il lunedì.
Tra lo Sputnik e le fabbriche del Boom: l’ossessione degli anni ’50-’60
Per comprendere appieno la portata rivoluzionaria di Io vorrei, è fondamentale calarsi nel contesto storico del 1960, un anno in cui l’humanità si trovava divisa tra l’ossessione per il futuro cosmico e le contraddizioni di un presente materiale ancora profondamente ingiusto.
La pubblicazione delle Filastrocche in cielo e in terra si colloca infatti nel vivo della corsa allo Spazio, inaugurata solo pochissimi anni prima, il 4 ottobre 1957, con il trionfale lancio sovietico dello Sputnik 1.
Questo primo satellite artificiale della storia, seguito dalle successive missioni del programma Sputnik messe in orbita dal potente razzo vettore R-7 Semërka, aveva ufficialmente aperto l’era dell’esplorazione spaziale, trasformando la Luna da corpo celeste romantico a obiettivo geopolitico e balistico di una Guerra Fredda senza esclusione di colpi.
In questo clima di febbrile propaganda scientifica, in cui i vettori nati per scopi bellici venivano riconvertiti per dimostrare la supremazia tecnologica tra le superpotenze, l’Italia viveva contemporaneamente il culmine del proprio miracolo economico.
Le fabbriche del Nord producevano beni di consumo di massa a ritmi vertiginosi, le città si espandevano e nelle case entravano i primi elettrodomestici acquistati a cambiali, diffondendo il mito di un benessere universale che tuttavia nascondeva profonde disuguaglianze, alimentate dall’immigrazione di massa dal Sud e dalla nascita di baraccopoli ai margini delle grandi metropoli.
Gianni Rodari, intellettuale militante e giornalista attentissimo alle dinamiche sociali, intercetta queste due spinte e le fonde insieme per contestare la scala di priorità della civiltà occidentale.
Scegliendo di mandare sulla Luna mezzi quotidiani, popolari e legati alla fatica operaia come la bicicletta, il micromotore e soprattutto l’accelerato, ovvero il treno dei pendolari per eccellenza, noto per la sua esasperante lentezza (e i suoi ritardi!), il poeta compie un atto di geniale contro-cultura rispetto al gigantismo dei razzi sovietici e americani.
Rodari dimostra che lo spazio non è una tabula rasa capace di cancellare i difetti dell’uomo. Se l’umanità colonizzerà l’universo esportando la stessa mentalità individualista, competitiva e capitalistica della corsa allo Spazio, la Luna diventerà solo una cinica replica della Terra.
Il vero progresso, per il maestro d’Omegna, non è quindi verticale, ovvero volto alla conquista tecnologica del cielo, ma orizzontale, teso cioè all’allargamento dei diritti e all’eliminazione della miseria, della povertà.
La devastante stoccata finale sulla “fame il lunedì” di chi ha saltato il pranzo della domenica squarcia il velo del consumismo degli anni ’60 e ci ricorda che nessuna conquista scientifica può definirsi civile finché non si mette al servizio della giustizia sociale e dell’uguaglianza.
Analisi e significato di Io vorrei di Gianni Rodari
La struttura di Io vorrei segue una precisa e geometrica progressione discorsiva, costruita sul ritmo ipnotico dell’anafora che serve a far abbassare le difese al lettore prima di colpirlo con il messaggio finale.
Nella prima strofa, il poeta esordisce scrivendo:
Io vorrei che nella Luna
ci si andasse in bicicletta,
per vedere se anche lassù
chi va piano non va in fretta.
Rodari introduce il mezzo di trasporto più elementare, ecologico e legato alla fatica fisica del popolo. Attraverso il paradosso logico e quasi proverbiale del “andare piano”, Rodari solleva un dubbio filosofico sulla frenesia della produttività terrestre. Il maestro filosofo si chiede se nello spazio esista un luogo immune alla fretta e all’ossessione del tempo che caratterizzava l’incipiente società dei consumi.
Il climax si evolve nella seconda strofa, dove i versi recitano:
Io vorrei che nella Luna
ci si andasse in micromotore,
per vedere se anche lassù
chi sta zitto non fa rumore.
Qui il poeta il motorino, simbolo per eccellenza della gioventù operaia e del dinamismo degli anni Sessanta. Qui lo scrittore si sposta sul piano acustico e antropologico, utilizzando l’ovvietà del silenzio per denunciare il frastuono delle fabbriche, del traffico cittadino e soprattutto della roboante propaganda bellica e politica dell’epoca.
Il vero capolavoro concettuale si compie però nell’ultima strofa, dove Rodari scrive:
Io vorrei che nella Luna
ci si andasse in accelerato,
per vedere se anche lì
chi non mangia la domenica
ha fame il lunedì.
La scelta dell’accelerato, che nell’orario ferroviario del tempo rappresentava il treno più lento, economico e affollato dai pendolari, diventa un fortissimo strumento di democratizzazione spaziale. Ma è negli ultimi due versi che la filastrocca si trasforma in una delle più feroci e lucide critiche sociali del Novecento.
La domenica era, nella cultura popolare italiana, il giorno sacro della festa e del riposo, l’unico momento della settimana in cui anche le famiglie più umili cercavano di imbandire la tavola con un pasto dignitoso. Evocare la figura di qualcuno che “non mangia la domenica” significa squarciare il velo dorato del miracolo economico per mostrare lo spettro della miseria più assoluta.
Affermare che costui “ha fame il lunedì” non è una banale constatazione umana, ma un avvertimento etico fondamentale: la fame e le ingiustizie strutturali della Terra non si cancellano semplicemente cambiando pianeta o inventando tecnologie strabilianti.
Se l’essere umano colonizzerà la Luna senza aver prima risolto le proprie miserie morali ed economiche, finirà per esportare nello spazio le stesse identiche disuguaglianze del nostro pianeta. Il progresso scientifico, in questi versi immortali, viene privato di ogni retorica e subordinato al suo unico vero fine civile: la giustizia sociale e il diritto alla dignità per ogni essere umano.
L’illusione quantistica e la misura dell’uomo
Io vorrei smaschera quella che la sociologia contemporanea definirebbe l’illusione verticale della nostra specie: la convinzione nevrotica che la salvezza, l’evoluzione o il riscatto risiedano sempre in un “altrove” tecnologico, geografico o astrale. Gianni Rodari, con la compostezza e la lucidità di un vero maestro, compie un’operazione di umanesimo radicale.
Ci ricorda che la traiettoria di un razzo o la velocità di un vettore non dicono nulla sulla qualità morale di una civiltà se i piedi di chi progetta quelle traiettorie affondano nel fango delle disuguaglianze irrisolte. Non c’è progresso se c’è la fame. Questa è la verità nuda e irreversibile che squalifica ogni retorica evolutiva: la fame non è una semplice carenza biologica, ma la forma più violenta di esclusione sociale e il fallimento politico di un intero sistema.
Oggi non siamo più nell’era del primordiale Sputnik, ma la dinamica antropologica è rimasta identica, se possibile esasperata. Viviamo immersi nell’ossessione per il turismo spaziale d’élite, nella colonizzazione commerciale di Marte e nella rincorsa spasmodica alla supremazia del quantum, della computazione quantistica e dell’intelligenza artificiale predittiva.
Questa frenesia tecnologica agisce come un immenso dispositivo di distrazione di massa, un faro accecante che spegne la vista e anestetizza la coscienza collettiva rispetto ai problemi reali, carnali e storici degli umani. Ci specchiamo nella complessità degli algoritmi e dei supercomputer per non guardare il collasso delle nostre periferie, la crisi dei diritti fondamentali e i nuovi volti della povertà assoluta.
La dicotomia rodariana tra la Luna e l’accelerato dei pendolari apre una ferita che continua a sanguinare nel nostro presente. Se la scienza diventa un feticcio sganciato dall’etica, se l’accumulazione di potenza tecnologica serve a giustificare l’abbandono degli ultimi, ogni nostra conquista celeste si ridurrà alla pretenziosa esportazione dei nostri fallimenti.
La lezione di Io vorrei risuona perciò come un severo monito sociologico: l’unica vera misura dello sviluppo di una civiltà non si calcola guardando in alto verso le stelle o dentro la complessità di un “qubit”, ma guardando in basso, verso chi fa fatica a esistere.
Il vero progresso non consiste nel trovare il modo di evadere dalla nostra realtà, ma nell’imparare finalmente a restare umani all’interno di essa, garantendo che il pranzo della domenica sia un diritto di tutti e mai più il privilegio di pochi.
