Il paese delle vacanze di Gianni Rodari è una poesia che usa il pretesto della fine della scuola per lanciare una provocazione tanto semplice quanto feroce: il riposo non è un diritto democratico basato sul merito, ma un lusso regolato dal portafoglio.
Con la sua tipica ironia, il maestro d’Omegna smonta l’illusione che basti impegnarsi sui banchi per guadagnarsi il mare, ricordandoci che le disuguaglianze economiche valgono più di qualsiasi pagella. Non si tratta di una semplice filastrocca di fine anno, ma di un lucido saggio di sociologia in versi che mette a nudo le contraddizioni di un’intera epoca, costringendo il lettore a guardare dietro la facciata spensierata della stagione estiva.
Il paese delle vacanze è una filastrocca di straordinaria denuncia sociale fu pubblicata per la prima volta il 21 maggio 1964 su Il Pioniere (numero 21), lo storico supplemento del giovedì del quotidiano l’Unità.
Siamo nel pieno del “boom economico” italiano. La televisione entra nelle case, le utilitarie riempiono le strade e i media celebrano la nascita del turismo di massa e il mito della vacanza per tutti. Proprio in quel momento di massima euforia collettiva, Rodari sceglie di andare controcorrente, usando un giornalino per bambini e ragazzi per fare contro-informazione pedagogica e ricordare ai figli delle classi meno abbienti che l’accesso alla bellezza e al riposo è ancora rigidamente sbarrato dal censo.
Leggiamo questi versi straordinari di Gianni Rodari per riscoprire la forza di una lezione civile che, purtroppo, a distanza di decenni, non ha perso un briciolo della sua urticante attualità.
Il paese delle vacanze di Gianni Rodari
Il paese delle vacanze
sulle carte non è segnato,
ma di tutti i paesi
è certo il più beato.
Ci vanno, dopo gli esami,
scolari e studenti
e ci trovano da svolgere
temi facili e divertenti:
«nuotare a rana e a farfalla»,
«fare un tuffo dal trampolino»,
«piantare la tenda
all’ombra di un pino».
Nel paese delle vacanze,
mettendo da parte i pensieri,
ci va gente d’ogni specie:
operai, ragionieri,
signori e signorine
dell’alta società,
(qualcuno, a dire il vero,
tutto l’anno ci sta...).
Però conosco molti
che non ci sono mai stati.
Eppure, vi assicuro,
non si tratta di bocciati.
Laggiù non contano i voti,
contano solo i quattrini:
costa caro il mare azzurro
e costa anche l’aria dei pini.
Il regalo e la vacanza per la promozione non è per per tutti
Sotto la superficie di una canzoncina estiva, Il paese delle vacanze nasconde un nucleo tematico di bruciante natura politica e pedagogica. Il messaggio centrale di Gianni Rodari è un attacco frontale al mito della meritocrazia e all’uguaglianza sociale promossa dal capitalismo prima e dal globalismo dopo. L’idea che l’impegno individuale sia l’unico motore del successo e del benessere è un’utopia e si scontra tutti i giorni co0n l’amara realtà sociale.
Il “maestro d’Omegna” dimostra che la società non è un campo di gioco equo. Il riposo, lo svago e l’accesso alla bellezza non sono diritti universali garantiti a chi ha compiuto il proprio dovere (gli studenti promossi, i lavoratori), ma privilegi commerciali regolati esclusivamente dal potere d’acquisto.
Per comprendere a fondo la portata di questa denuncia, occorre sviscerare i tre grandi temi che si intrecciano strettamente nei versi di Rodari, a partire dall’impietosa critica alla falsità dell’eguaglianza meritocratica. L’istituzione scolastica si fonda idealmente su un principio di giustizia lineare: chi studia viene promosso, chi si impegna supera l’esame.
La pagella riflette il merito. Rodari, tuttavia, svela il grande inganno che attende i ragazzi una volta varcati i cancelli della scuola: la realtà economica e sociale non funziona con le stesse regole democratiche della classe. Fuori dalle aule si attiva una discriminazione silenziosa e spietata che non si cura dei voti, ma del portafoglio, trasformando l’estate in un esame economico che molte famiglie non possono superare.
Questa disparità si traduce visivamente nella divisione in classi della società, che Rodari fotografa proprio nel momento in cui sembra mescolarsi. Sul bagnasciuga dell’Italia del boom convivono teoricamente tutti, dagli operai ai ragionieri fino alle “signorine dell’alta società”.
Ma il benessere diffuso degli anni Sessanta non cancella le distanze sociali, le sposta semplicemente sotto l’ombrellone. Sullo stesso litorale si consumano esistenze separate da barriere invisibili ma insormontabili, dove la vicinanza fisica non colma l’abisso economico e dove persino chi abita quel luogo tutto l’anno si trova lì per lavorare e servire, non per godere del riposo.
Il culmine di questa dinamica si esprime nella privatizzazione e nella mercificazione della natura, l’intuizione forse più ecologista e profonda di tutta la produzione rodariana. Il mare azzurro e l’aria dei pini dovrebbero essere, per definizione e per diritto di nascita, beni comuni universali, risorse accessibili a ogni essere umano in quanto tale.
Il sistema economico moderno, invece, riesce nell’operazione paradossale di recintare l’orizzonte e tariffare il respiro. Nel momento in cui persino gli elementi naturali vengono trasformati in merci di lusso da vendere al miglior offerente, l’ingiustizia sociale tocca il suo apice, negando a chi non ha i “quattrini” non solo un viaggio, ma il contatto stesso con la Terra.
Analisi e significato de Il paese delle vacanze di Gianni Rodari
L’incipit della poesia di Gianni Rodari si apre con la fondazione di un luogo mitico.
Il paese delle vacanze
sulle carte non è segnato,
ma di tutti i paesi
è certo il più beato.
Rodari ci dice subito che questo paese non è segnato sulle carte geografiche: è un’isola che non c’è, un’utopia invisibile agli atlanti ma ben chiara nella mente di chi la sogna. Definendolo il paese “più beato”, l’autore imposta il tono tipico della fiaba, creando nel lettore un senso di calda aspettativa e di totale spensieratezza.
Ci vanno, dopo gli esami,
scolari e studenti
e ci trovano da svolgere
temi facili e divertenti:
Nella seconda strofa entrano in scena i primi protagonisti: i giovani che hanno appena terminato le fatiche dell’anno. In questi versi Rodari compie un’operazione pedagogica bellissima, prendendo il vocabolario della scuola, ovvero la parola “esami” e soprattutto la parola “temi”, e svuotandolo di ogni ansia. Il dovere scolastico si trasforma, e i compiti da svolgere diventano improvvisamente “facili e divertenti”.
Il poeta rivoluzionario evidenzia nella poesia l’elenco pratico dei famosi “temi” estivi:
«nuotare a rana e a farfalla»,
«fare un tuffo dal trampolino»,
«piantare la tenda
all’ombra di un pino».
Rodari usa un linguaggio fortemente visivo e sensoriale (gli stili di nuoto, il trampolino, la tenda, l’ombra del pino). È una poesia del corpo e del movimento, che celebra la riconquista dello spazio aperto e della natura dopo i lunghi mesi passati al chiuso delle aule.
Fino a questo punto, l’inganno poetico è perfetto: sembra la più classica e innocente delle filastrocche.
Con la quarta strofa la realtà sociale fa il suo ingresso nel testo.
Nel paese delle vacanze,
mettendo da parte i pensieri,
ci va gente d’ogni specie:
operai, ragionieri,
Il “paese” si popola e Rodari elenca le professioni: operai e ragionieri. Questa scelta non è casuale: mette insieme il lavoro manuale della fabbrica e il lavoro intellettuale dell’ufficio. Sembra l’idillio del boom economico degli anni Sessanta, un quadro in cui il turismo appare finalmente democratico, capace di unire tutti nello stesso desiderio di riposo.
La descrizione delle classi sociali si completa con l’arrivo dell’”alta società”.
signori e signorine
dell’alta società,
(qualcuno, a dire il vero,
tutto l’anno ci sta...).
Subito dopo, però, Rodari piazza il primo vero graffio dell’articolo, isolato tra parentesi: “(qualcuno, a dire il vero, tutto l’anno ci sta…)”.
È un verso ironico e pungente. Ci ricorda che in quel paradiso c’è una netta differenza tra chi ci passa qualche settimana per riposare e chi, per diritto di nascita e di ricchezza, abita il privilegio dodici mesi all’anno senza conoscere la fatica del lavoro.
Ma, Rodari diventa ancora più pungente e critico. La filastrocca si rompe e diventa poesia civile.
Però conosco molti
che non ci sono mai stati.
Eppure, vi assicuro,
non si tratta di bocciati.
Rodari introduce una smentita spietata: conosce molti che in quel paese beato non hanno mai messo piede. E per evitare che il lettore pensi a una colpa individuale, specifica subito: “non si tratta di bocciati”.
Con quattro versi viene distrutto il mito della meritocrazia. La società reale non premia chi si impegna; la promozione scolastica non è un passaporto sufficiente per viaggiare.
L’ultima strofa è la scure che cade sull’illusione estiva.
Laggiù non contano i voti,
contano solo i quattrini:
costa caro il mare azzurro
e costa anche l’aria dei pini.
Rodari dichiara che in quel luogo i voti non hanno valore: la sola moneta corrente sono i «quattrini». Il finale è un’osservazione economica di un’amarezza assoluta. Il mare azzurro e l’aria dei pini, ovvero i beni più democratici e gratuiti che la Terra offre, sono stati recintati e messi in vendita. Chi non ha denaro viene privato del riposo, del merito e, infine, della natura stessa.
La grande lezione di Rodari: educare all’uguaglianza e al rispetto
A più di sessant’anni di distanza da quel maggio del 1964, la sferzata di Gianni Rodari risuona con una forza culturale e umana persino maggiore. Oggi il nostro “paese delle vacanze” è diventato, se possibile, ancora più esclusivo e mercificato.
Tra rincari astronomici dei trasporti, spiagge libere che svaniscono a favore di stabilimenti dai costi proibitivi e un divario sociale sempre più profondo, quel “mare azzurro” e quell’ “aria dei pini” rischiano di essere, oggi come allora, un lusso per pochi e non un diritto per tutti.
Ma la vera e grandiosa lezione che il maestro d’Omegna ci lascia non è un invito al moralismo sterile o al senso di colpa. Rodari non voleva togliere la gioia del tuffo dal trampolino o del campeggio ai bambini che potevano permetterselo. Voleva fare qualcosa di immensamente più alto e difficile: voleva educare il loro sguardo.
Invitare i giovani lettori a riflettere su chi fosse rimasto a casa significa coltivare l’empatia sociale e culturale. Rodari ci insegna che non si può essere veramente felici se la nostra beatitudine si fonda sull’esclusione di qualcun altro.
Ci dice che anche nel momento della massima spensieratezza, sotto il sole dell’estate, non dobbiamo spegnere il cervello e il cuore. Rileggere questa poesia oggi è un promemoria per la nostra cultura politica e umana.
Gianni Rodari ci ricorda che una società può definirsi davvero civile e “beata” solo quando la bellezza del mondo e il diritto al riposo smetteranno di essere merci in vendita e torneranno a essere un patrimonio comune di tutti.
