Filastrocca brontolona di Gianni Rodari è una poesia che svela uno dei tratti più autentici, umani e luminosi delle nostre relazioni familiari: come la figura del nonno, spesso associata a una prima apparenza brontolona, alla nostalgia dei tempi andati e a una dolce e bonaria severità, sappia in realtà aprirsi con entusiasmo alla vita che scorre, trasformandosi in una presenza viva, dinamica e sorprendentemente vicina alle nuove generazioni.
Rodari trasforma questa dinamica in una scena domestica immediata e vivacissima. La poesia comincia con il brontolio della natura e della tradizione, mettendoci di fronte a un nonno malinconico che rimpiange la calma e la semplicità del passato, rifiutando il rumore e la frenesia del mondo moderno. Ma basta un attimo, una riflessione spontanea e piena di autoironia, perché quella rigida nostalgia si sciolga: il nonno comprende il valore del presente, rivendica il suo desiderio di rimanere al passo con i tempi e sale idealmente in sella alla vita con un sorriso.
In questa visione ironica e affettuosa, Rodari rende universale un sentimento che appartiene a chiunque abbia vissuto il calore di un abbraccio nonno-nipote: la scoperta che i nonni non sono soltanto i custodi del passato da consultare con rispetto, ma compagni di viaggio energici, capaci di radicarci alla storia e allo stesso tempo di correre insieme a noi verso il futuro.
La lirica fa parte della sezione Il vestito di Arlecchino della celebre raccolta di poesie Filastrocche in cielo e in terra, pubblicata per la prima volta nel 1960 da Einaudi con le storiche illustrazioni di Bruno Munari. Con la sua inconfondibile scrittura semplice solo in apparenza, Rodari restituisce l’immagine di un nonno reale, vissuto nella sua dimensione quotidiana, fatta di contrarietà, pipe accese, giornali sfogliati ma anche di una profonda e contagiosa voglia di vivere.
Leggiamo questa divertente e profonda poesia di Gianni Rodari per scoprirne il significato umano e capire perché, dietro la sua apparente leggerezza, si nasconda uno degli inni più autentici alla ricchezza del legame intergenerazionale, proprio in occasione della Festa dei Nonni.
Filastrocca brontolona di Gianni Rodari
Filastrocca brontolona,
brontola il tuono quando tuona,
brontola il mare quando ha in testa
di preparare una tempesta,
brontola il nonno: «Ah, come vorrei
ritornare ai tempi miei...
Non c'erano allora, egregi signori,
elicotteri e micromotori,
e senza fare tanto fracasso
in carrozzella si andava a spasso».
Accende la pipa, inforca gli occhiali
e affonda il naso nei giornali...
Ma tosto soggiunge: «Però... però...
senza lo scuter, che figura fò?
Il mondo cammina, il mondo ha fretta!»
Viva il nonno in motoretta.
Quando l’apparenza brontolona diventa ascolto e vita
I versi di Filastrocca brontolona nascono in un’Italia che, nel pieno del secondo dopoguerra, sta attraversando una trasformazione epocale. È l’epoca del miracolo economico, della diffusione di massa della motorizzazione privata e di un nuovo ritmo collettivo, fatto di velocità e fretta, che irrompe nella quotidianità delle famiglie.
Gianni Rodari, acutissimo osservatore della realtà sociale italiana, coglie il senso profondo di questa rivoluzione culturale e la proietta nell’orizzonte degli affetti domestici, costruendo un racconto che parla del confronto tra generazioni.
In questo quadro storico, la figura del nonno vive una vera e propria metamorfosi. Il brontolio iniziale, lontanissimo dall’essere un’ostile chiusura ideologica verso il progresso, si rivela per quello che è realmente: un’apparenza rassicurante, una pausa di riflessione necessaria per chi ha conosciuto un mondo dai ritmi più lenti e umani. L’anziano non rifiuta la modernità, ma ha semplicemente bisogno di un istante di sospensione per misurarla e metabolizzarla. Quando sembra cercare rifugio nel silenzio delle proprie abitudini, dietro la pagina del giornale o con la pipa accesa, sta in realtà compiendo un atto profondo di ascolto verso la realtà che lo circonda.
La svolta avviene proprio in quel momento di apparente isolamento. La scorza del brontolone si scioglie e lascia emergere una straordinaria capacità di accoglienza e di apertura verso la vita che cambia. Il nonno intuisce che arroccarsi nella nostalgia del passato lo allontanerebbe dai giovani e dal flusso dell’esistenza; decide così di superare l’esitazione iniziale e di integrarsi nella corsa del presente. L’adesione ai simboli della velocità diventa la dimostrazione pratica di un amore generoso, capace di mettersi in gioco e di rinunciare alle proprie rigidità pur di rimanere accanto alle nuove generazioni.
Con questo passaggio umano e concettuale, Rodari ridefinisce il ruolo degli anziani nella società contemporanea. La figura del nonno cessa di essere un monumento nostalgico e immobile del tempo che fu, per trasformarsi in una presenza viva, un ponte dinamico in grado di unire la memoria storica all’energia del futuro. È una lezione di vita fondamentale: l’autorevolezza dei nonni non risiede nella severità o nel rimpianto del passato, ma nella loro capacità di ascoltare il presente e di mettersi in moto insieme ai propri nipoti.
Questa visione trova la sua naturale celebrazione in Italia il 2 ottobre, data in cui ricorre ufficialmente la Festa dei Nonni, istituita con la legge n. 159 del 31 luglio 2005. La scelta del 2 ottobre coincide non a caso con la memoria liturgica degli Angeli Custodi, a sottolineare simbolicamente il ruolo dei nonni come protettori, guide e presenze insostituibili per le famiglie e per le nuove generazioni.
Analisi e significato della poesia Filastrocca brontolona di Gianni Rodari
Per comprendere fino in fondo la bellezza e la modernità descritte in questa filastrocca di Gianni Rodari, bisogna seguire il percorso ritmico ed emotivo che Rodari costruisce lungo i versi, svelando il crollo della prima impressione di fronte alla vera indole del nonno.
La poesia si apre con un accostamento naturale ed evocativo, dove il ritmo incalzante delle rime baciate accompagna una dinamica quasi atmosferica:
Filastrocca brontolona,
brontola il tuono quando tuona,
brontola il mare quando ha in testa
di preparare una tempesta,
Nello sguardo iniziale di Rodari, il brontolio del nonno non viene presentato come un difetto caratteriale o una nota di acrimonia, ma viene accostato a veri e propri fenomeni atmosferici e marini: il tuono che brontola nel cielo prima di esplodere e il mare che borbotta quando all’orizzonte si accumula la tempesta.
Questo parallelismo con gli eventi naturali atmosferici racchiude una valenza simbolica profonda. In natura, il brontolio del mare o del cielo non rappresenta mai un’ostilità statica o un rifiuto del mondo, bensì il preludio a una manifestazione di energia, l’involucro esterno e temporaneo di una forza vitale che si sta preparando a liberarsi.
Attraverso la ripetizione insistita della radice del verbo “brontolare”, Rodari chiarisce subito la natura di questa reazione: si tratta di un’increspatura del tutto superficiale, una prima barriera difensiva e istintiva con cui l’anziano accoglie l’impatto con le novità e la fretta dell’epoca moderna.
Questo borbottare iniziale è semplicemente la corteccia esterna del nonno, un rituale espressivo che gli serve per prendere le distanze dal rumore circostante e ritrovare la propria misura interiore. Lungi dall’essere il sintomo di un risentimento permanente, il brontolio si rivela così una fase transitoria di assestamento, la miccia che anticipa una nuova e inaspettata carica di vitalità.
Subito dopo, la parola passa direttamente al protagonista della poesia, che manifesta apertamente i suoi pensieri:
brontola il nonno: «Ah, come vorrei
ritornare ai tempi miei...
Non c'erano allora, egregi signori,
elicotteri e micromotori,
e senza fare tanto fracasso
in carrozzella si andava a spasso».
Attraverso questo monologo bonariamente polemico, il nonno dà voce alla tipica nostalgia di chi ha conosciuto un’epoca dai ritmi radicalmente diversi, trasformando il proprio ricordo personale in una meditazione ad alta voce sul cambiamento epocale. Il suo appello, aperto da quell’educato quanto formalmente distanziante “egregi signori”, non è affatto un’invettiva rabbiosa o un rifiuto risentito, ma una garbata e teatrale rievocazione del passato, utilizzata come consapevole metro di paragone critico nei confronti del presente.
Il nonno costruisce un vero e proprio contrasto ideale e sensoriale: da un lato pone la lentezza, la quiete, la compostezza e l’eleganza di un tempo, mirabilmente simboleggiate dalla passeggiata in “carrozzella”, un’immagine che evoca il ritmo misurato degli zoccoli sul ciottolato, il piacere del paesaggio goduto senza fretta e la dimensione umana delle relazioni sociale; dall’altro lato colloca il caos e l’invasività della modernità, sinteticamente rappresentati dal “fracasso” assordante di simboli tecnologici come “elicotteri” e “micromotori”.
Questa contrapposizione non è un mero elenco di oggetti, ma rivela una profonda frattura percepita tra due stili di vita: uno legato alla contemplazione e all’armonia, l’altro scandito dalla frenesia, dal rumore e dalla costante accelerazione dei tempi. In questa dichiarazione accorata vive lo smarrimento del tutto naturale e universale di chi vede il proprio mondo di riferimento, con i suoi valori e i suoi punti fermi, travolto dall’incalzare del progresso. È il momento esatto in cui l’anziano tenta di rivendicare l’autorevolezza della misura, del silenzio e della calma, ponendoli come argine critico rispetto a un presente che gli appare inutilmente agitato e superficiale.
Chiusa la parentesi del rimpianto verbale, il racconto focalizza l’attenzione sulla gestualità quotidiana del protagonista:
Accende la pipa, inforca gli occhiali
e affonda il naso nei giornali...
Questa sequenza descrive il momento in cui l’apparenza del distacco sembra consolidarsi e farsi definitiva. Il nonno compie una serie di gesti rituali, quasi liturgici, che appartengono alla tradizione e all’immaginario classico della figura patriarcale: accendere la pipa, inforcare gli occhiali e immergersi nella lettura della stampa quotidiana.
In apparenza, “affondare il naso nei giornali” equivale a erigere un muro fisico e visivo tra sé e il resto della casa, un tentativo di isolarsi dal rumore della modernità per rifugiarsi in uno spazio personale fatto di silenzio e abitudini consolatorie.
Tuttavia, dietro questo apparente isolamento non c’è arroccamento o indifferenza, ma una fondamentale pausa di riflessione: la pagina del giornale diventa uno schermo protettivo dietro cui la mente dell’anziano elabora ciò che ha intorno e ascolta il battito del presente.
È proprio nell’attimo successivo che scatta il capolavoro umano e il grande tributo al valore dei nonni, svelando la totale fragilità di quella scorza superficiale:
Ma tosto soggiunge: «Però... però...
senza lo scuter, che figura fò?
Il mondo cammina, il mondo ha fretta!»
Viva il nonno in motoretta.
L’improvviso “Però… però…” irrompe nel silenzio domestico come un vero e proprio corto circuito logico ed emotivo, interrompendo la posa contemplativa e facendo crollare istantaneamente ogni residua maschera di severità o di giudizio.
Con una straordinaria dose di autoironia e un pizzico di umana e bonaria vanità, il nonno dimostra di aver compreso la lezione più profonda del suo tempo: l’arroccamento nostalgico e il rimpianto sterile del passato non portano ad altro che all’isolamento, all’autoemarginazione dal flusso della vita e alla conseguente distanza affettiva dalle nuove generazioni.
L’uso dell’espressione popolaresca, immediata e genuina “che figura fò?” rivela la molla psicologica che fa scattare il cambiamento: non la resa incondizionata al progresso, ma il desiderio autentico di non rimanere indietro, di continuare a essere un interlocutore valido e di mostrarsi all’altezza dei tempi, soprattutto agli occhi dei nipoti.
Riconoscendo con lucidità e pragmatismo che “il mondo cammina” e “ha fretta”, l’anziano compie una scelta di straordinaria modernità: rifiuta di subire il cambiamento come una condanna o una perdita di identità, decidendo invece di abbracciarlo attivamente e di integrarlo nella propria quotidianità.
La chiusura festosa dell’autore celebra questa metamorfosi esistenziale attraverso un’immagine iconica e di fortissimo impatto visivo: la “carrozzella” del passato cede definitivamente il passo alla “motoretta”, simbolo tangibile di una terza età che non si arrende all’estinzione nei ricordi, ma ritrova nella partecipazione, nel movimento e nella vicinanza ai giovani la sua forma più alta di vitalità e di amore per il presente.
È proprio questa capacità di superare la scorza dell’apparenza per scegliere il dialogo a preparare il terreno per il messaggio universale che la lirica di Rodari consegna a ciascuno di noi.
Perché l’amore e la saggezza dei nonni restano insostituibili
A distanza di decenni dalla sua composizione, la Filastrocca brontolona continua a offrire una lezione umana di rara lucidità, ricordandoci che il valore più autentico dei nonni risiede nella loro capacità di farsi ponte tra le epoche.
Troppo spesso la società contemporanea tende a confinare l’anziano in una visione rigida, dividendolo tra lo stereotipo del saggio immobile da venerare e quello della figura fragile da tutelare.
Gianni Rodari ci mostra invece una realtà ben più ricca e dinamica: i nonni sono presenze vive, dotate di un’elasticità emotiva straordinaria, capaci di attraversare le tempeste del cambiamento senza perdere la propria bussola interiore.
La vera grandezza di questa figura non risiede soltanto nella custodia del passato, ma soprattutto nella straordinaria sensibilità con cui sa porsi in ascolto delle esigenze dei giovani. I nonni migliori non sono quelli che giudicano il presente con severità, ma quelli che sanno osservare il mondo con gli occhi dei propri nipoti, decifrando i loro bisogni, le loro paure e i loro linguaggi.
È un’empatia profonda che permette loro di comprendere intuitivamente dove sta andando il futuro, accettando le trasformazioni sociali e tecnologiche non per moda, ma per il desiderio autentico di rimanere un punto di riferimento credibile e accessibile per le nuove generazioni.
La bellezza di questo legame risiede proprio nella reciprocità e nella generosità dell’ascolto. Se da un lato i nonni rappresentano la radice profonda della nostra storia, dall’altro dimostrano un’incredibile umiltà nell’imparare i codici del presente pur di non creare barriere con i più piccoli.
È una forma di amore pragmatica e priva di egoismo, che non pretende di fermare il tempo, ma sceglie di comprendere la fretta del mondo moderno e camminare alla stessa velocità di chi affaccia adesso la propria vita sul domani.
Ed è per questo che i nonni costituiscono la più grande e insostituibile ricchezza sociale e culturale della nostra comunità. In un’epoca segnata dall’istantaneità e dalla frammentazione, la loro presenza offre ai nipoti un punto di ancoraggio unico: uniscono la pazienza di chi ha già vissuto molto alla lucidità di chi sa interpretare le trasformazioni in atto.
Celebrazioni come la Festa dei Nonni non servono soltanto a esprimere una doverosa gratitudine, ma ci invitano a riconoscere la centralità del loro ruolo nel tessuto familiare e sociale. Guardare ai nostri nonni significa riscoprire ogni giorno che la vera saggezza non si chiude mai nel rimpianto, ma sa ascoltare i giovani, comprendere il futuro e salire in sella alla vita per continuare ad accompagnarlo.

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