Ci sono espressioni che usiamo quotidianamente senza quasi riflettere sul loro peso storico, sulla stratificazione culturale che portano con sé. Tra queste, “essere al settimo cielo” è senza dubbio una delle più felici e universali. La impieghiamo per descrivere uno stato di gioia incontenibile, una felicità così assoluta da sollevarci idealmente da terra, proiettandoci in una dimensione di puro benessere.
Ma da dove nasce questa formula suggestiva, e perché proprio il numero sette è diventato il simbolo del culmine emotivo dell’essere umano?
Essere al settimo cielo: l’universo geocentrico e la cosmologia tolemaica
Per comprendere l’origine di questo modo di dire, dobbiamo compiere un viaggio a ritroso nel tempo, fino alle antiche concezioni astronomiche che hanno dominato il pensiero occidentale per secoli, ben prima della rivoluzione copernicana. Ci riferiamo al sistema geocentrico, formalizzato dall’astronomo e geografo Claudio Tolomeo nel II secolo d.C., ma le cui radici affondano nella fisica e nella filosofia aristotelica.
Secondo il modello tolemaico, la Terra si trovava, immobile, al centro dell’universo. Attorno ad essa ruotavano diverse sfere concentriche, trasparenti e cristalline, i cosiddetti “cieli”, ognuno dei quali ospitava un corpo celeste allora conosciuto. Muovendosi dal centro verso l’esterno, i primi sette cieli erano assegnati rispettivamente alla Luna, a Mercurio, a Venere, al Sole, a Marte, a Giove e, infine, a Saturno.
Quest’ultimo, il settimo cielo, rappresentava il confine estremo dello spazio visibile e accessibile all’esperienza astronomica e intellettuale dell’epoca. Al di sopra di esso non vi era più alcuna sfera planetaria: costituiva la soglia massima prima dell’infinito e dell’invisibile, il punto più alto in cui un essere umano poteva idealmente spingersi con lo sguardo e con la mente.
Dalla scienza alla teologia: Il Medioevo e Dante Alighieri
Con l’avvento del Cristianesimo e lo sviluppo della filosofia medievale, questa struttura cosmologica si arricchì di profondi significati teologici e spirituali. I cieli non erano più soltanto sfere fisiche e geometriche, ma veri e propri stadi successivi di elevazione dell’anima verso la perfezione e la conoscenza divina.
Il culmine letterario di questa visione si ritrova magistralmente nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Nel Paradiso, il Sommo Poeta riprende fedelmente l’ordine tolemaico. Quando Dante ascende al Settimo Cielo (il Cielo di Saturno), si ritrova al cospetto degli spiriti contemplativi.
È un luogo di profondo silenzio, meditazione e ascesi, dove la luce della grazia risplende con un’intensità tale che Beatrice stessa decide di non sorridere per evitare che il poeta rimanga folgorato da una simile e immensa bellezza. Essere in questo cielo significava aver raggiunto il massimo grado di elevazione spirituale e di beatitudine concessa prima di accedere alle sfere puramente immateriali e divine, come l’Empireo.
Il fascino simbolico del numero sette
Non è un caso che il culmine della felicità o della contemplazione sia associato proprio al numero sette. Nella storia delle religioni, nella mistica e nella numerologia antica, il sette è considerato il numero sacro e perfetto per eccellenza. Rappresenta la totalità, l’unione tra il divino (il tre, simbolo della Trinità) e il terreno (il quattro, che richiama i quattro punti cardinali e gli elementi naturali).
Troviamo il sette nella Genesi (i giorni della creazione), nei sette vizi capitali, nei sette sacramenti, ma anche nelle tradizioni religiose giudaiche e islamiche, che descrivono l’aldilà come una struttura divisa esattamente in sette livelli celesti. Pertanto, dire di essere arrivati al “settimo cielo” significa linguisticamente aver completato un percorso di ascesa, aver raggiunto la pienezza e il massimo grado esperienziale di uno stato d’animo positivo.
L’uso contemporaneo dell’espressione
Oggi l’espressione ha perso il suo legame immediato con l’astronomia antica e la teologia dantesca, ma conserva intatta tutta la sua forza evocativa. È interessante notare come formule di questo tipo, nate da concezioni scientifiche ormai ampiamente superate, siano sopravvissute nei secoli trasformandosi in pilastri immutabili del nostro parlato quotidiano.
A volte i modi di dire e le frasi fatte vengono criticati perché rischiano di pigrizzare il linguaggio; tuttavia, nel caso di “essere al settimo cielo”, ci troviamo di fronte a una sintesi perfetta: una metafora millenaria che, in pochissime parole, riesce a comunicare una gamma di emozioni che altrimenti richiederebbe intere pagine di descrizione psicologica. Che si tratti del superamento di un esame difficile, della nascita di un figlio o della realizzazione di un sogno professionale, il settimo cielo rimane, nell’immaginario collettivo, la nostra destinazione emotiva preferita.
Un libro per conoscere i modi di dire italiani
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