Per ogni luogo comune esiste, quasi sempre, un fondo di verità. Una diceria o un mito letterario, per nascere e consolidarsi nel tempo, deve pur partire da fondamenta reali, anche se poi il passaparola rischia di deformare i fatti in maniera del tutto fallace. Ciò vale anche per alcuni grandi scrittori.
È paradossale notare come molti dei nostri beniamini della letteratura mondiale siano oggi noti al grande pubblico per etichette stereotipate che, alla prova dei fatti, si rivelano riduttive o persino errate.
Al di là dell’aura di impeccabile compostezza o di tormento romantico che circonda i loro ritratti nei libri di scuola, i giganti della penna nascondevano segreti, ossessioni e abitudini quotidiane bizzarre.
10 curiosità che non tutti sanno relative a grandi scrittori
Esplorare il dietro le quinte del processo creativo di alcuni grandi scrittori significa scoprire che il genio cammina spesso di pari passo con la stravaganza. Ecco nel dettaglio dieci stranezze insospettabili che vi faranno vedere i più grandi scrittori della storia sotto una luce completamente nuova.
Virginia Woolf: la scrittura come sfida fisica (e rivalità familiare)
Siamo abituati a immaginare Virginia Woolf immersa nei suoi pensieri in “una stanza tutta per sé”, raccolta in una quiete quasi mistica. In realtà, la sua routine quotidiana era una vera e propria scommessa di resistenza fisica. Ogni mattina si dedicava alla scrittura per circa due ore, ma lo faceva utilizzando un tavolo alto tre piedi e mezzo (circa un metro e dieci), che la costringeva a lavorare alternando la posizione seduta a quella in piedi.
Questa bizzarra postura non era dovuta a problemi di salute, bensì a una sotterranea rivalità familiare con la sorella Vanessa Bell. Poiché Vanessa era una pittrice e dipingeva stando in piedi davanti al cavalletto per ore, Virginia non voleva essere da meno e intendeva dimostrare che anche l’atto di scrivere richiedeva lo stesso sforzo visivo e corporeo dell’arte pittorica. Per agevolarsi, si serviva di una tavoletta di compensato a cui attaccava calamai e penne, muovendosi come un artigiano nel suo laboratorio.
Torquato Tasso: l’ossessione per lo spionaggio e il rifugio nell’oppio
Il tormentato autore della “Gerusalemme liberata” visse un’esistenza segnata da profonde crisi paranoiche e religiose, che si riflettevano prepotentemente sulla sua quotidianità. Tasso era letteralmente ossessionato dalla privacy e dal furto delle sue idee. Quando si trovava alla corte estense di Ferrara, viveva nel costante terrore che i rivali potessero copiare o sabotare i suoi manoscritti; per questo motivo sbarrava a chiave ogni cassetto e porta.
La paranoia toccò il culmine quando aggredì violentemente un servitore, convinto che l’uomo lo stesse spiando attraverso il buco della serratura per conto di qualche nemico. A fare da sfondo a questa perenne angoscia vi era anche un massiccio uso di oppio, a cui il poeta ricorreva frequentemente per placare le emicranie e i fantasmi della sua mente.
James Joyce: a pancia in giù, vestito di bianco e armato di pastelli
Il monumentale impianto modernista dell’Ulisse non è nato su una comoda scrivania di quercia. James Joyce ha composto buona parte dei suoi capolavori disteso a pancia in giù sul letto, indossando rigorosamente un camice bianco da medico. Dietro questa stravaganza non c’era un vezzo estetico, ma una drammatica necessità pratica: lo scrittore irlandese soffriva di gravissimi problemi agli occhi, tra cui irite e glaucoma, che lo resero quasi cieco.
Il camice bianco serviva a riflettere al massimo la luce solare o artificiale sulle pagine, mentre l’uso di grossi pastelli colorati (spesso blu o rossi) gli permetteva di distinguere i tratti che tracciava sulla carta, facilitando la lettura dei suoi stessi appunti durante le ore notturne.
Alessandro Manzoni: bocciato nell’analisi del suo stesso romanzo
Un aneddoto tanto esilarante quanto veritiero colora la biografia del padre della lingua italiana. Si racconta che una delle nipoti di Alessandro Manzoni, in difficoltà con i compiti scolastici, avesse chiesto aiuto all’illustre nonno per fare l’analisi logica e sintattica di un periodo particolarmente articolato tratto proprio da I Promessi Sposi. Chi meglio dell’autore avrebbe potuto svelare i segreti della struttura di quella frase?
Eppure, il giorno successivo, la bambina tornò da scuola con un’ingloriosa insufficienza. La maestra, ignara della collaborazione domestica, aveva severamente corretto il compito giudicando l’analisi completamente sbagliata. Manzoni accettò la “bocciatura” con l’ironia e l’umiltà che lo contraddistinguevano, dimostrando che la critica scolastica sa essere più severa dell’autore stesso.
Jack Kerouac: il finto ribelle che amava l’ordine e la tradizione
Considerato il manifesto vivente della Beat Generation, icona di una gioventù nomade, ribelle, anarchica e anticonformista, Jack Kerouac nella vita privata era l’esatto opposto del mito che lo circondava. Di profonda e rigorosa formazione cattolica, Kerouac non amava affatto lo stile di vita disordinato degli hippies che lo idolatravano, considerandoli dei fannulloni privi di veri valori.
Negli anni della maturità, inoltre, si schierò apertamente a favore della guerra in Vietnam e manifestò idee politiche fortemente conservatrici e nazionaliste. Il re della strada, insomma, preferiva di gran lunga la tranquillità della casa materna alle sregolatezze dei festival psichedelici.
Giovanni Pascoli: il “bohèmien” che viveva di stenti e pegni
Siamo abituati ad associare Giovanni Pascoli alla pace della campagna, al nido familiare e a una placida malinconia poetica. Eppure, gli anni della sua giovinezza e del periodo universitario a Bologna furono segnati da una miseria nera e da una condotta di vita decisamente bohémienne.
Pascoli arrivò a patire la fame a tal punto da ridursi a chiedere l’elemosina per strada o a implorare i camerieri dei ristoranti bolognesi affinché gli lasciassero gli avanzi dei clienti facoltosi. La sua disperazione economica superava persino il romanticismo: quando una delle sue prime spasimanti gli fece dono di un anello d’oro come pegno d’amore, il poeta non esitò un attimo a correre al monte di pietà per impegnarlo in cambio di un pasto caldo.
Truman Capote: la superstizione numerica e il rito del venerdì
L’autore di A sangue freddo e Colazione da Tiffany era governato da un fitto e rigido sistema di nevrosi e superstizioni che scandivano la sua routine di scrittura. Truman Capote non avrebbe mai iniziato né tantomeno terminato un capitolo o un libro di venerdì, giorno che considerava infausto per qualunque impresa creativa.
La sua fobia per i numeri era altrettanto implacabile: se la camera d’albergo che gli veniva assegnata conteneva il numero 13, o se il telefono della stanza presentava quella cifra, esigeva immediatamente un cambio di alloggio. Inoltre, manifestava un’ossessione per l’ordine dei posacenere: non tollerava che vi fossero lasciati tre mozziconi di sigaretta contemporaneamente. Se capitava, infilava prontamente le cicche avanzate nelle tasche della giacca pur di rompere il numero proibito.
Giovanni Verga: il teorico del focolare che amava la vita mondana
Giovanni Verga ha legato il suo nome al Verismo e alla “ideale dell’ostrica”, ovvero la teoria secondo cui l’attaccamento alla famiglia, alle tradizioni e al proprio luogo natio è l’unica difesa contro i marosi della vita. Tuttavia, il Verga privato smentiva clamorosamente i suoi stessi scritti.
Uomo elegantissimo, schivo ma straordinariamente affascinante, frequentò assiduamente i salotti più esclusivi di Firenze e Milano, guadagnandosi la fama di incorreggibile latin lover. Nonostante predicasse la santità del matrimonio nelle sue opere, non si sposò mai, preferendo collezionare relazioni tempestose e clandestine, tra cui una celebre e scandalosa liaison con una delle storiche amanti del rivale Giosuè Carducci.
Friedrich Schiller: l’ispirazione racchiusa nel profumo di… mele marce
Il sodalizio e l’amicizia tra Johann Wolfgang von Goethe e Friedrich Schiller è uno dei capitoli più gloriosi della letteratura tedesca, ma fu proprio Goethe a scoprire una delle stranezze più bizzarre del collega. Trovandosi un giorno nello studio di Schiller in sua assenza, Goethe decise di sedersi alla scrivania per buttare giù alcuni appunti. Immediatamente venne investito da un odore pungente, nauseabondo e insopportabile.
Cercandone l’origine, aprì un cassetto dello scrittoio e vi trovò una bacinella colma di mele completamente marce e decomposte. Quando in seguito chiese spiegazioni all’amico, Schiller confessò che quell’odore per altri repellente era per lui un potentissimo stimolo neurologico: non riusciva a trovare l’ispirazione poetica se la stanza non era satura dell’aroma di frutta marcia.
Dante Alighieri: l’ira del Sommo Poeta tra debiti e liste di donne
L’immagine teologica e solenne del Sommo Poeta viene drasticamente ridimensionata se si scava nella cronaca della Firenze del Trecento. Dante Alighieri aveva un carattere notoriamente superbo, vendicativo e fumantino, ben lontano dalla cristiana indulgenza. Amava le liti cittadine, non era affatto incline a saldare i debiti contratti (lasciando la famiglia in gravi ambasce economiche) e gestiva la propria vita sentimentale con una certa sfrontatezza.
Non solo faceva pesare costantemente alla legittima moglie, Gemma Donati, l’ossessivo e idealizzato amore per la defunta Beatrice, ma nel suo tempo libero amava stilare insieme agli amici del Dolce Stil Novo dei veri e propri elenchi delle donne più procaci e attraenti di Firenze, associando spesso ai loro nomi rime burlesche e insulti coloriti se queste osavano rifiutare le attenzioni dei poeti.
