La cura di Pirandello per chi non si sente mai apprezzato e ha bisogno d’amore

Ti senti invisibile o svalutato da chi ti circonda? Scopri la lezione di Luigi Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal” per rinascere e ritrovare la dignità.

La cura di Pirandello per chi non si sente mai apprezzato e ha bisogno d'amore

Nessuno ha saputo radiografare la solitudine profonda di chi non si sente mai apprezzato come Luigi Pirandello, che nelle pagine del libro Il fu Mattia Pascal ha descritto quel momento esatto in cui il bisogno d’amore si trasforma in un doloroso auto-sabotaggio. Quando l’indifferenza di un partner, il silenzio di un familiare o la freddezza di chi amiamo diventano una costante, la nostra autostima si sgretola. Smettiamo di arrabbiarci con l’esterno e iniziamo a colpevolizzare noi stessi, convincendoci che, in fondo, quella mancanza di rispetto ce la siamo meritata.

È la trappola più buia della fragilità umana, ovvero avere una fame disperata di gratificazione e di riconoscimento, eppure sentirsi così invisibili da pensare che persino la nostra sofferenza non meriti la considerazione di nessuno. Si arriva a quel paradosso intimo e straziante descritto da Luigi Pirandello: sperare che sia proprio chi ci ha ferito o svuotato emotivamente a provare, finalmente, un briciolo di pietà per noi.

Come si esce da questo labirinto di delusioni e senso di colpa? La risposta del grande autore siciliano alla nostra fragilità non sta nelle formule consolatorie, ma in una cura tanto spietata quanto autenticamente liberatoria.

Dal dispetto rabbioso che sentivo in quel momento per la sventatezza mia di tanti anni, argomentavo però facilmente che la mia sciagura non poteva ispirare a nessuno, non che compatimento, ma neppur considerazione. Me l’ero ben meritata. Uno solo avrebbe potuto averne pietà: colui che aveva fatto man bassa d’ogni nostro avere.

Un capolavoro nato dalle macerie del dolore

Per comprendere come l’essere umano possa scivolare in questo livello di auto-sabotaggio e giustificare chi lo svaluta, bisogna calarsi nell’opera e nello snodo della trama da cui questo dramma è estratto. Il romanzo è Il fu Mattia Pascal, il capolavoro che consacrò Luigi Pirandello nel 1904, apparso prima sulla rivista Nuova Antologia e poi in volume nello stesso anno.

Manifesto della crisi dell’uomo moderno, il libro fu scritto dall’autore in un momento di totale devastazione personale, segnato dal crollo finanziario e dalla grave malattia psichica della moglie Maria Antonietta Portulano. Pirandello conosceva bene l’inferno domestico, il peso di una convivenza forzata e il silenzio di un amore che si trasforma in una prigione.

La citazione iniziale del “dispetto rabbioso” si colloca proprio nel cuore di questa trappola, nel paese di Miragno. Mattia Pascal è un uomo mite che assiste impotente al prosciugamento dei beni di famiglia da parte di Batta Malagna, un disonesto amministratore soprannominato “la talpa” (colui che ha fatto, appunto, «man bassa d’ogni nostro avere»). Incastrato in un matrimonio riparatore con Romilda, Mattia si ritrova a vivere sotto lo sguardo spietato e il livore della suocera, la vedova Pescatore.

Quando la vita lo colpisce con la perdita simultanea della madre e della figlioletta di appena un anno, Mattia scopre che in casa sua non c’è spazio per il dolore, ma solo per la scortesia e l’ostilità. Diventato bibliotecario per sessanta lire al mese tra la polvere, i topi e la muffa di una chiesetta sconsacrata, il protagonista subisce l’umiliazione finale durante un litigio domestico furibondo, in cui zia Scolastica aggredisce la suocera tirandole in faccia l’impasto del pane.

Davanti alle risate convulse di Mattia Pascal, la suocera lo aggredisce e lo sgraffia brutalmente sul viso. È qui che Mattia esce di casa nel buio della notte, si guarda allo specchio e si scopre con il viso “vituperato”, grondante di lacrime e sangue.

Non è una ferita esteriore, è il crollo intimo di chi ha cercato per anni la gratificazione e l’amore da chi lo considerava solo un peso o uno scioperato, arrivando a compiere il peggiore dei peccati contro se stessi: credere che quel disprezzo, in fondo, fosse meritato.

Quando l’anima matura “a furia di ammaccature”

Il dolore più grande che un essere umano possa sperimentare non è il fallimento materiale, ma la sensazione di essere invisibili agli occhi di chi si ama e di chi sta intorno. Quando investiamo ogni grammo della nostra energia emotiva per curare le ferite altrui, per essere una presenza protettiva e costante, l’assenza di un “grazie”, di un abbraccio o di un semplice cenno d’intesa agisce come un veleno lento. Ci si ritrova svuotati, sospesi in una terra di mezzo dove il bisogno d’amore resta perennemente digiuno.

In questa totale assenza di gratificazione, la nostra fragilità si difende nell’unico modo che conosce: indurendosi e cambiando pelle. Pirandello descrive questo processo di inaridimento e di precoce deformazione interiore ricorrendo a una metafora contadina che fa sanguinare il cuore per la sua spietata verità:

In un Trattato degli Arbori di Giovan Vittorio Soderini si legge che i frutti maturano “parte per caldezza e parte per freddezza…”. Ignorava dunque Giovan Vittorio Soderini che oltre al calore, i fruttivendoli hanno sperimentato un’altra cagione della maturezza. Per portare la primizia al mercato e venderla più cara, essi colgono i frutti, mele e pesche e pere, prima che sian venuti a quella condizione che li rende sani e piacevoli, e li maturano loro a furia d’ammaccature. Ora così venne a maturazione l’anima mia, ancora acerba. In poco tempo, divenni un altro da quel che ero prima.

Questa è la diagnosi esatta che tocca l’intimità di chiunque si sia sentito rifiutato o non apprezzato. Quando l’ambiente che ci circonda è freddo, l’anima non cresce in modo sano e piacevole alla luce del sole. Matura prima del tempo, ma matura male: “a furia d’ammaccature”. Ogni colpo ricevuto, ogni silenzio punitivo della persona amata, ogni umiliazione subita senza reagire è un’ammaccatura che deforma i nostri tratti interiori.

Ci si scopre improvvisamente diversi, più cinici, distanti, spenti. Ci si guarda allo specchio e si prova una rabbia sorda non tanto verso gli altri, ma verso se stessi, per aver permesso a quel non-amore di rubarci la nostra originaria dolcezza. Mattia Pascal, chiuso nella sua biblioteca deserta dopo la morte del vecchio e sordo custode Romitelli, si ritrova a leggere disordinatamente testi di filosofia che gli “sconcertano peggio il cervello”.

È il ritratto della mente che fuma, che gira a vuoto per non guardare il dolore. Sulla spiaggia solitaria di Miragno, mentre si lascia scivolare la sabbia densa tra le dita mormorando:

Così, sempre, fino alla morte, senz’alcun mutamento, mai…

Mattia Pascal sperimenta i “lampi di follia” tipici di chi si sente condannato a una prigione emotiva senza via d’uscita. È il punto di non ritorno: quando pur di sopravvivere alla fame d’affetto, accettiamo l’invisibilità come se ce la fossimo meritata.

Il miraggio del risarcimento esterno

Quando l’invisibilità diventa intollerabile e il disprezzo domestico spegne ogni residua speranza di essere amati, l’essere umano cade nella trappola dell’illusione. Scatta il bisogno viscerale di una fuga, di un risarcimento immediato che rimetta in sesto l’orgoglio ferito e metta a tacere una mente che fuma troppo.

Mattia Pascal compie questo gesto disperato: scappa dal paese a piedi, con le uniche cinquecento lire che gli rimangono in tasca, e si consegna al ritmo ipnotico, cieco e spietato della roulette di Montecarlo.

In quelle sale opache, il protagonista si aggrappa al caso come se fosse una divinità in grado di restituirgli quel valore che le persone care gli hanno negato:

Lei sola, là dentro, quella pallottola d’avorio, correndo graziosa nella roulette, in senso inverso al quadrante, pareva giocasse: “Tac tac tac…”. […] Tante mani avevano recato, come in offerta votiva, oro, oro e oro, tante mani che tremavano adesso nell’attesa angosciosa, palpando inconsciamente altro oro… mentre gli occhi supplici pareva dicessero: “Dove a te piaccia di cadere, graziosa pallottola d’avorio, nostra dea crudele!”.

In uno stato di «lucida ebbrezza» estrosa e quasi diabolica, Mattia sfida la sorte per dodici giorni consecutivi e vince una fortuna enorme per l’epoca: ottantaduemila lire. Sul treno che lo riporta verso casa, accarezzando febbrilmente quei biglietti da mille, il protagonista cade nell’ennesima, straziante illusione tipica di chi ha una fame disperata d’affetto: immagina di tornare a Miragno, contare il denaro sul tavolo davanti alla moglie e alla suocera, riscattare il vecchio molino e “comprare” finalmente la loro considerazione, il loro rispetto, la loro gratificazione.

Si illude che il successo economico e una rivincita materiale possano sanare il rifiuto intimo. Ma la diagnosi di Pirandello è di una lucidità spietata: mentre Mattia accumula oro, nel giardino della bisca assiste allo spettacolo orrendo di un giovane compagno di giuoco che si è sparato alla tempia, lasciato solo sulla rena gialla con le vespe che gli ronzano sul viso.

La lezione che l’autore sussurra alla nostra fragilità è nitida, ovvero nessuna vincita straordinaria, nessun applauso da parte di sconosciuti e nessun risarcimento esterno può colmare il vuoto di un’anima che è stata svalutata e privata d’amore nei suoi affetti più profondi. La gratificazione profonda non si compra alla fiera delle vanità.

Il coraggio del “cambio treno” emotivo

La vera liberazione non arriva dal denaro o da una rivincita materiale, ma dall’evento più surreale e spietato. Durante il viaggio di ritorno, Mattia spiega il giornale locale, Il Foglietto di Miragno, e si ritrova davanti a una notizia che gli gela il sangue: nella gora del molino della Stìa è stato trovato un cadavere in avanzato stato di putrefazione, e la moglie e la suocera lo hanno ufficialmente riconosciuto come Mattia Pascal. Il paese ha già celebrato il suo funerale, e l’amico Pomino ha persino pronunciato le parole d’addio.

La prima reazione del protagonista è un misto di sbigottimento e rabbia feroce: com’è possibile che una moglie scambi un corpo putrefatto qualunque per l’uomo con cui ha condiviso il letto e la vita? La risposta è un pugno nello stomaco per la nostra intimità: lo hanno fatto perché per loro Mattia era già invisibile. Era già un’ombra senza importanza.

Ma è proprio toccando il fondo di questo non-amore, di questo totale azzeramento della sua esistenza, che Mattia sperimenta un’improvvisa, miracolosa guarigione dal senso di colpa. Capisce che la sua gabbia è aperta e che non deve più dimostrare il suo valore a chi ha deciso di non vederlo. Alla stazioncina di Alenga, compie il salto definitivo:

Il salto che spiccai dal vagone mi salvò: come se mi avesse scosso dal cervello quella stupida fissazione, intravidi in un baleno… la mia liberazione la libertà una vita nuova! […] Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo più moglie, non avevo più suocera: nessuno! libero! libero! libero!

La “cura” che Pirandello offre a chi ha una fame disperata d’affetto e non si sente apprezzato è un risveglio radicale dell’essere umano. Ci insegna che la nostra sofferenza interiore non finirà finché rimarremo aggrappati a quel treno, continuando a elemosinare attenzioni da chi ci calpesta e arrivando persino a colpevolizzarci per i loro rifiuti.

La soluzione intima è avere il coraggio di quel “cambio treno”. Accettare di “morire” per chi non ci capisce. Smettere di giustificarsi, smettere di elemosinare, e scendere dal vagone delle aspettative altrui. La vera gratificazione non si aspetta dagli altri: si ritrova nel silenzio della propria nuda libertà, ricominciando a esistere, finalmente, solo per se stessi.

La grande lezione di Pirandello sulla dignità del Vuoto

C’è un malinteso di fondo quando oggi, con la lente della psicologia contemporanea, leggiamo la conclusione del capolavoro del 1904. Spesso si interpreta il finale de Il fu Mattia Pascal come una sconfitta. Mattia Pascal non è più nessuno, non ha un’identità anagrafica riproducibile, non può risposarsi con la donna che ama a Roma e finisce per portare i fiori sulla sua stessa tomba a Miragno.

Ma la lezione di Luigi Pirandello va infinitamente più a fondo del semplice lieto fine o del riscatto sociale. È una lezione di cultura umana allo stato puro.

Il fulcro filosofico dell’opera non è la costruzione di una nuova vita perfetta, ma la conquista della nuda verità. Finché Mattia Pascal si danna, si colpevolizza e mendica l’approvazione delle donne di casa, vive prigioniero di una maschera sociale soffocante. Quando il caso lo dichiara morto, e lui sperimenta il fallimento anche della sua seconda identità (Adriano Meis), Mattia capisce che l’ossessione di dover essere “qualcuno” per gli altri è la vera gabbia dell’esistenza.

La cura di Pirandello per chi ha fame d’affetto e si sente svalutato è l’invito a fare pace con quel vuoto. Ci dice che quando si smette di lottare per compiacere chi ha deciso di non vederci, si perde la maschera (diventi “il fu”), ma si riacquista l’essenza. Non si ha più bisogno di mercanteggiare la dignità per un briciolo di considerazione.

Essere “nessuno” per chi ci ha svalutato diventa l’unico modo per tornare a essere tutto per se stessi. La grandezza del classico pirandelliano sta in questo paradosso liberatorio.

La solitudine, una volta accettata e spogliata dal bisogno di approvazione esterna, cessa di essere una condanna e si trasforma nell’unica, autentica forma di salvezza e dignità possibile per l’essere umano.