“Fai la cosa giusta” è la frase che ci ripetiamo come un imperativo o che ci sentiamo dire ogni volta che l’ansia di una scelta, la paura di sbagliare o il timore delle conseguenze iniziano a soffocarci. È un’espressione che porta con sé la promessa implicita di una direzione chiara, ma anche un peso enorme: l’idea che di fronte a un bivio fondamentale della vita non esistano scorciatoie e che occorra il coraggio di prendere decisioni dolorose per salvare ciò che conta davvero. “Fai la cosa giusta.”
Siamo spesso convinti che per superare i momenti di crisi o per vincere i nostri blocchi quotidiani sia sufficiente fare di testa nostra, affidandoci all’impulso, al nostro orgoglio o alla cieca determinazione di voler combattere ogni ostacolo. Ci diciamo che la soluzione alle nostre paure sia dimostrare forza ad ogni costo, rifiutando qualsiasi forma di compromesso, di perdita o di aiuto esterno. Affidiamo così al nostro ego il compito di guidarci, convinti che basti la sola forza di volontà per superare ogni tempesta.
Eppure, quante volte ci è capitato di trovarci nel mezzo di una prova difficile e accorgerci che l’ostinazione non faceva altro che peggiorare le cose? Proprio lì, dove avevamo bisogno di lucidità, scopriamo che l’incapacità di ascoltare chi ha più esperienza di noi e la pretesa di fare sempre a modo nostro non ci proteggono, ma ci trascinano verso il disastro. A spiegare con straordinaria nitidezza la trappola dell’orgoglio e a indicare nell’umiltà dell’ascolto e nel coraggio della scelta la vera via di salvezza è stato, quasi tremila anni fa, il Canto XII dell’Odissea di Omero attraverso il fermo avvertimento che la maga Circe rivolge a Odisseo:
Scampati agli scogli, a Scilla e alla tremenda Cariddi, rapidamente giungemmo all’isola bella del Sole… e mi ricordai le parole del cieco profeta, di Tiresia tebano e di Circe di Eea, che spesso mi ripeteva di evitare l’isola del Sole che allieti i mortali…Mi rivolsi allora ai compagni, con l’angoscia nel cuore: “Compagni di sventura, datemi ascolto, le profezie vi dirò di Tiresia e di Circe di Eea: spesso lei mi diceva di evitare l’isola del Sole che allieta i mortali; diceva che qui ci sarebbe toccata una tremenda sciagura. Spingete dunque la nave nera oltre quest’isola”.
Il libro XII dell’Odissea: le istruzioni di Circe e il passaggio tra i pericoli
Nel Canto XII dell’Odissea, Ulisse e i suoi compagni si trovano ad affrontare la fase più delicata e cruciale dell’intero viaggio verso Itaca. Dopo il doloroso ritorno dall’Oltretomba, la nave approda nuovamente sull’isola di Eea, dove la dea Circe accoglie l’eroe e gli offre una guida profetica fondamentale. Prima di riprendere il mare, la maga svela a Odisseo, in una lunga conversazione privata, la mappa dettagliata dei pericoli mortali che lo attendono, dandogli indicazioni chirurgiche su come affrontarli.
La prima prova riguarda l’incanto delle Sirene, creature capaci di adulare e ammaliare i naviganti con un canto dolcissimo per poi condurli alla morte: Circe suggerisce a Odisseo di plasmare del disco di cera morbida e di spalmarlo sulle orecchie di tutti i compagni, isolandoli dal suono. Se Odisseo desidera ascoltare quel canto sublime senza perdere la ragione, deve farsi legare strettamente all’albero maestro della nave, dando ordine ai marinai di stringere ancora più forte le corde qualora supplicasse di essere liberato.
Superata la minaccia delle Sirene e schivate le spaventose Rocce Erranti, la rotta impone il passaggio obbligato attraverso uno stretto braccio di mare conteso da due forze letali. Da un lato, Scilla, vive il mostro immortale ricoverato in una profonda spelonca, dotato di sei colli lunghissimi con teste orrende e tre file di denti fitti pronte a ghermire i marinai. Dall’altro, c’è Cariddi, la divina creatura marina che tre volte al giorno risucchia cupamente l’acqua salata per poi rigettarla ribollente.
Di fronte al terrore di dover perdere i suoi uomini, il primo istinto di Odisseo è quello di imbracciare le armi e cercare un scontro diretto. È qui che le istruzioni di Circe diventano un insegnamento etico: la dea lo frena duramente, facendogli capire che contro certe forze della natura la violenza o l’orgoglio guerriero servono solo a raddoppiare le vittime. La sola strategia efficace è quella di navigare radenti alla roccia di Scilla e spingere i remi al massimo della velocità accettando il dolore della perdita di sei compagni, anziché rischiare di far inghiottire l’intera nave dal vortice di Cariddi.
Fatto tesoro di queste rivelazioni, Odisseo torna all’equipaggio e condivide con loro le informazioni necessarie, tenendo per sé solo l’inevitabile tragicità della fine dei sei compagni per non seminare la paralisi del panico. Mettendo in pratica punto per punto le indicazioni ricevute, i marinai superano indenni l’inganno delle Sirene mantenendo salda la presa sui remi.
Subito dopo, la nave si ritrova inghiottita dal rombo di Cariddi. Mentre tutti gli sguardi sono fissi sul fondo sabbioso del vortice e sulla schiuma che ribolle, Scilla sporge le sue teste dall’antro e afferra sei dei marinai più forti, sollevandoli in aria come pesci catturati dalla lenza di un pescatore.
Assistendo a quello che definirà come il momento più straziante di tutto il suo peregrinare, Odisseo mantiene la lucidità, non ferma la navigazione e riesce a condurre in salvo il resto della nave oltre la morsa dei due mostri.
La trappola dell’orgoglio e la paura che ci paralizza
Il vero ostacolo di fronte alle grandi decisioni della vita è spesso un doppio veleno: da un lato l’arroganza di chi crede di poter controllare ogni cosa, dall’altro la paralisi emotiva scatenata dal terrore dell’ignoto. Nel Canto XII dell’Odissea, questo meccanismo emerge con straordinaria potenza, mostrando come la paura si insinui a più livelli nel gruppo, infettando sia chi guida sia chi deve eseguire gli ordini.
Da parte sua, Odisseo incarna la tentazione dell’onnipotenza: vorrebbe combattere ogni pericolo, annullare i rischi e salvare tutti, rifiutandosi inizialmente di accettare qualsiasi limite o la necessità di un doloroso sacrificio. Quando Circe gli illustra la spaventosa natura di Scilla, la reazione d’impeto dell’eroe non è la riflessione, ma il desiderio di opporsi con le armi e far valere la propria forza:
“Ma almeno questo, dea, dimmi sinceramente, se alla funesta Cariddi posso sfuggire, se da Scilla posso difendermi, quando mi toglie i compagni”
La diagnosi di Circe è immediata e spietata. Svela l’errore che molti di noi compiono nei momenti di crisi: la pretesa di fare di testa propria, affidandosi al solo istinto reattivo anziché ascoltare e fare tesoro dell’esperienza altrui.
Non a caso, la maga interviene subito ad allertare Ulisse in modo deciso, cercando di mitigare l’agire tipico di chi si lascia prendere dalla foga:
“Sciagurato, tu pensi ancora ad azioni di guerra e non vuoi cedere agli dei immortali. Non è mortale, Scilla, è un mostro immortale, spaventoso, tremendo, selvaggio, invincibile. Non c’è via di scampo, la cosa migliore è fuggire. Se indugi vicino allo scoglio per indossare le armi, si avventerà di nuovo, ti raggiungerà con le sue teste, ti porterà via altrettanti compagni. Tu spingi forte la nave e chiama in aiuto Crataide, la madre di Scilla che la generò per la rovina degli uomini. Lei saprà impedirle di lanciarsi di nuovo…”
Ma il problema non risiede soltanto nell’ego umano di chi è chiamato a prendere una decisione per sé e per gli altri. Il testo mostra con grande realismo come la paura sia un’epidemia sotterranea capace di contagiare l’intero equipaggio e bloccarne le capacità di reazione.
Prima ancora di giungere allo stretto, l’angoscia paralizza i compagni di Odisseo quando avvertono l’approssimarsi del pericolo, tanto da far cadere letteralmente i remi dalle loro mani:
Quando lasciammo quell’isola, subito vidi del fumo e un gran vortice d’acqua e udii un rombo. Ai compagni, atterriti, sfuggirono di mano i remi che con un tonfo ricaddero nella corrente. Là si fermava la nave, poiché essi più non spingevano i remi dalla punta sottile. Ma io percorrevo la tolda e incitavo i compagni con parole suadenti fermandomi accanto a ciascuno…
In quel preciso istante si manifesta la vera natura della paura: l’incertezza immobilizza l’azione. Se Odisseo rischia di fallire per troppa foga e orgoglio, i compagni rischiano di affondare per paralisi.
La lezione del Libro XII ci mostra così che, di fronte alle sfide più complesse della vita, la trappola è doppia: da una parte l’illusione di poter vincere da soli senza ascoltare i consigli giusti, dall’altra il terrore che spinge a mollare il timone proprio quando servirebbe remare con più forza.
“Fai la cosa giusta”: L’umiltà di saper ascoltare e la forza di decidere
Se la malattia dello spirito nasce dall’ostinazione dell’orgoglio e dalla paralisi scatenata dal terrore, la cura proposta dal mito risiede nella combinazione inscindibile tra due virtù fondamentali: l’umiltà di saper ascoltare e la determinazione nel trasformare il consiglio in azione.
Odisseo dimostra una profonda evoluzione umana nel momento in cui comprende che la vera forza non sta nell’imporre ciecamente la propria volontà o nell’indossare un’armatura di facciata, ma nell’affidarsi con intelligenza a chi possiede una visione più ampia e lucida degli eventi.
La cura comincia prima di tutto dall’accoglienza fiduciosa delle istruzioni della maga Circe, accettando di sospendere l’azione per fare spazio all’ascolto:
“O voi audaci che siete scesi, vivi, nella dimora di Ade, due volte mortali, mentre una sola volta muoiono gli uomini, prendete il cibo, ora, e il vino bevete, qui, per tutto il giorno; all’alba riprenderete il mare. E io vi mostrerò la rotta e vi indicherò ogni cosa perché non abbiate a soffrire sventure, per mare, per terra, a causa di qualche trama funesta”.
Tuttavia, l’ascolto passivo rimane un guscio vuoto se non si traduce in una strategia per gestire l’ansia collettiva. Il testo ci mostra con straordinaria finezza psicologica che ricevere un buon consiglio è solo metà del lavoro: l’altra metà consiste nel saperlo comunicare ed eseguire quando la paura aggredisce il corpo e la mente.
Quando la nave approccia lo stretto e il ruggito delle acque paralizza i marinai – facendo cadere i remi dalle loro mani e bloccando l’imbarcazione alla deriva -, Odisseo applica il secondo stadio della cura: l’empatia, la presenza e la leadership della parola.
Invece di cedere al panico, all’isolamento o alla tentazione di un rimprovero sterile che aumenterebbe solo l’angoscia, l’eroe compie un gesto di profonda vicinanza umana. Cammina fisicamente lungo la tolda della nave, affianca ogni singolo compagno, parla loro a quattr’occhi e riattiva la loro memoria storica:
Ma io percorrevo la tolda e incitavo i compagni con parole suadenti fermandomi accanto a ciascuno:
“Amici, noi conosciamo i pericoli: e questo non è più grande di quando il Ciclope a forza ci chiuse nel suo antro profondo. Ma anche di là fuggimmo, per il mio accorto consiglio e il mio valore: così anche di questo potremo ricordarci, io credo. Ma fate ora tutti come vi dico: voi, seduti sui banchi, battete coi remi le acque del mare profondo…”
Così parlavo, ed essi ascoltarono le mie parole.
Odisseo cura la paura ricordando al gruppo che sono già sopravvissuti all’impossibile. Non nega il pericolo, ma gli contrappone la memoria della reciproca fiducia e la concretezza dell’azione fisica: battezzare il mare con i remi significa scuotere il corpo dalla paralisi e restituire alla mente una sensazione di controllo.
Infine, la soluzione definitiva richiede il coraggio morale di mettere in pratica l’indicazione più dolorosa data da Circe, accettando fino in fondo la responsabilità di una scelta spietata ma necessaria per la salvezza di tutti:
“Allo scoglio di Scilla tienti accostato e, rapido, spingi oltre la nave, perché è molto meglio piangere sei compagni piuttosto che piangerli tutti.”
Odisseo comprende così che “fare la cosa giusta” non significa inseguire l’illusione infantile di un percorso privo di sofferenza, ma evitare la catastrofe totale attraverso la disciplina della ragione. Risparmiando ai compagni il panico per la sorte dei sei prescelti e spronandoli a mantenere il ritmo dei remi anche mentre il mare ribolle attorno a loro,
Ulisse dimostra che la vera soluzione alle tempeste della vita risiede nella sintesi perfetta tra la saggezza di ascoltare chi ne sa più di noi, la capacità di prendersi cura di chi ci sta accanto e la fermezza di continuare a spingere la propria nave verso casa.
La lezione universale dell’Odissea e il dono di Omero all’umanità
Il dono più grande che Omero fa alla cultura umana non è la favola dell’eroe invincibile, ma lo specchio fedele della nostra fragilità, sia come singoli sia come comunità. Nel Canto XII dell’Odissea va in scena una dinamica profondamente umana e sociale: quella scintilla che scatta ogni volta che la paura ci isola, l’orgoglio ci acceca e il gruppo rischia di sfaldarsi di fronte alle tempeste della vita.
Guardandola da vicino, la traversata dello stretto tra Scilla e Cariddi è la metafora perfetta di tutte le grandi crisi che affrontiamo ogni giorno. Quando il pericolo si fa vicino, la prima reazione dell’ecosistema sociale è spesso la resa: i remi che cadono dalle mani dei marinai paralizzati dal terrore raccontano la tentazione di mollare tutto, il rischio che l’ansia blocchi l’azione e cancelli la responsabilità verso gli altri.
Dall’altra parte, la risposta d’impeto di Odisseo – la voglia di indossare subito l’armatura e battersi contro un mostro ingovernabile – svela la trappola dell’orgoglio, di chi crede che la sola forza di volontà possa risolvere problemi complessi.
L’Odissea ci dimostra che la salvezza non è mai un’esibizione di forza solitaria, ma il risultato di una rete di relazioni e di valori condivisi. Nasce prima di tutto dall’umiltà dell’ascolto: la capacità di fare un passo indietro, riconoscere i propri limiti e fare tesoro dell’esperienza di chi ne sa più di noi.
È possibile grazie all’empatia di una guida che sa parlare al cuore delle persone, come fa Odisseo quando rianima i suoi compagni ricordando loro chi sono e cosa hanno già superato insieme.
Si realizza, infine, grazie alla responsabilità della scelta: è fondamentale la maturità di capire che “fare la cosa giusta” non significa inseguire l’illusione di un mondo privo di sofferenza o di sacrifici, ma avere il coraggio morale di proteggere la vita e il futuro della comunità evitandone la rovina totale.
La lezione universale che Omero regala a Libreriamo sta in questa verità senza tempo: non ci salviamo isolandoci nel panico né imponendoci con la presunzione, ma attraverso la sintesi tra la saggezza di chi sa ascoltare e la forza di chi, stringendo i denti, continua a remare insieme agli altri verso casa.

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