Vi è mai capitato di tornare a casa dopo una giornata d’inferno in treno, tra ritardi, coincidenze perse e coincidenze mai esistite, e sospirare: “Oggi è stata un’odissea”? Probabilmente sì. Ma vi siete mai fermati a pensare che, pronunciando quella frase, state evocando un poema epico composto quasi tremila anni fa?
Non solo nozioni da apprendere a scuola: la letteratura greca è viva, pulsa nelle nostre conversazioni quotidiane e modella il nostro modo di interpretare il mondo. L’Odissea di Omero, con il suo incredibile viaggio di ritorno (il nostos) dell’astuto Ulisse verso Itaca, ha letteralmente colonizzato la lingua italiana.
I modi di dire nati dal mito omerico
Esploriamo insieme tutti i modi di dire, le metafore e gli archetipi nati dal capolavoro omerico che utilizziamo ancora oggi, spesso senza saperlo.
È stata un’odissea
Questo è senza dubbio il prestito linguistico più famoso. Nel linguaggio comune, un’odissea è sinonimo di un viaggio lungo, tormentato, pieno di ostacoli, imprevisti e pericoli. Se Ulisse ha impiegato dieci anni per tornare a casa a causa dell’ira degli dei, delle tempeste e dei mostri, noi usiamo questa iperbole per descrivere qualsiasi percorso (reale o burocratico) che richieda una pazienza sovrumana e una massiccia dose di fortuna per essere portato a termine.
La tela di Penelope
La moglie di Ulisse, Penelope, è il simbolo universale della fedeltà e dell’astuzia silenziosa. Per rimandare il momento di scegliere uno dei Proci come nuovo sposo, promise che avrebbe preso una decisione solo dopo aver terminato di tessere il sudario per il suocero Laerte. Peccato che di notte disfacesse ciò che di giorno aveva ricamato.
Oggi, l’espressione “fare la tela di Penelope” si usa per indicare un lavoro eterno, una fatica improduttiva che non giunge mai a conclusione perché continuamente azzerata o sabotata da chi la compie (o da fattori esterni).
Trovarsi tra Scilla e Cariddi
Quando ci troviamo in una situazione apparentemente senza via d’uscita, dove ogni opzione comporta un grave rischio, siamo “tra Scilla e Cariddi”. Nel libro XII dell’Odissea, Ulisse deve navigare nello stretto di Messina, presidiato da due mostri terrificanti: Scilla, che divora i marinai con le sue sei teste, e Cariddi, che risucchia l’acqua marina creando gorghi letali. Scegliere di avvicinarsi a una significava inevitabilmente esporsi al pericolo dell’altra. È l’equivalente mitologico del nostro “trovarsi tra l’incudine e il martello”.
Il canto delle sirene
Le sirene di Omero non erano donne-pesce, ma creature ibride con il corpo di uccello e il volto di donna, capaci di ammaliare i marinai con una voce divina per poi portarli alla morte. Ulisse, per ascoltarle senza impazzire, si fece legare all’albero maestro della nave, dopo aver tappato le orecchie dei suoi compagni con la cera
Significato odierno: Il “canto delle sirene” rappresenta qualsiasi lusinga ingannevole, tentazione irresistibile o promessa affascinante che nasconde in realtà una trappola o un grave pericolo (pensiamo alle promesse facili della politica o del marketing selvaggio).
Essere un Mentore
Quante volte abbiamo ringraziato una persona saggia definendola il nostro “mentore”? Questo termine non è un sostantivo astratto, ma un nome proprio. Mentore era un fidato amico di Ulisse, a cui l’eroe affidò il figlio Telemaco e la gestione della propria casa prima di partire per la guerra di Troia. Nel poema, la dea Atena assume spesso le sembianze di Mentore per consigliare e guidare il giovane Telemaco nella ricerca del padre. Da qui, la parola è diventata sinonimo di guida spirituale, consigliere saggio e precettore illuminato.
Altri archetipi e riferimenti omerici indimenticabili
Oltre ai veri e propri modi di dire, l’Odissea ci ha regalato concetti culturali che dominano la narrativa contemporanea:
Fare il “Nessuno”
Quando Ulisse viene catturato dal ciclope Polifemo, usa l’astuzia e dichiara di chiamarsi “Nessuno” (Outis). Quando l’eroe lo accecherà, Polifemo griderà agli altri ciclopi: «Nessuno mi uccide con l’inganno!», impedendo ai suoi simili di correre in suo aiuto. Oggi fare il “Nessuno” rimanda alla strategia del camuffamento e dell’anonimato per sfuggire ai guai.
Fedele come il cane Argo
Il vecchio cane di Ulisse è l’unico a riconoscere il padrone al suo ritorno, nonostante i vent’anni di assenza e il travestimento da mendicante. Argo muore per l’emozione subito dopo aver scodinzolato per l’ultima volta. È il simbolo per eccellenza della fedeltà assoluta che supera il tempo e la morte.
Perché continuiamo a parlare come Omero?
La forza dell’Odissea risiede nella sua capacità di mappare l’animo umano. Le tappe del viaggio di Ulisse non sono solo luoghi geografici fantastici, ma stati d’animo, tappe di crescita e dilemmi etici che ognuno di noi affronta nel corso della vita.
La prossima volta che vi sentirete attratti da uno sconto folle online (cedendo al canto delle sirene), o che vi troverete a rimandare un progetto difficile (lavorando alla vostra personale tela di Penelope), ricordatevi che state solo vivendo un piccolo pezzetto di quel meraviglioso, eterno e tormentato viaggio che chiamiamo vita. Un’odissea quotidiana che ci rende, nel nostro piccolo, tutti un po’ Ulisse.
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