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“Accabadora” torna a teatro: la magia e il coraggio di Michela Murgia rivivono sul palcoscenico

Torna in tour Accabadora, dal romanzo di Michela Murgia: un intenso monologo con Anna Della Rosa, diretto da Veronica Cruciani, tra scelte e legami.

Accabadora torna a teatro la magia e il coraggio di Michela Murgia rivivono sul palcoscenico

Un evento culturale che unisce la grande letteratura contemporanea alla potenza evocativa della recitazione torna a incontrare il pubblico nella stagione teatrale 2026. Debutta al Teatro Fontana di Milano il 2 novembre il tour di “Accabadora”, lo spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia, un’opera indimenticabile che ha trionfato vincendo il Premio Campiello nel 2010 e affermandosi saldamente tra i libri italiani più letti, dibattuti e amati degli ultimi anni.

“Accabadora” di Michela Murgia a teatro: la produzione e le interpreti del progetto

La produzione teatrale, a cura di Savà Produzioni Creative, porta in scena un monologo di straordinaria intensità e innegabile profondità, capace di suscitare fin dalle prime rappresentazioni risposte entusiaste sia da parte della critica teatrale che del pubblico. Protagonista assoluta e anima di questo viaggio sul palcoscenico è l’attrice Anna Della Rosa, guidata dalla regia di Veronica Cruciani.

Il focus dell’intera opera è la complessa, ancestrale e commovente storia che lega in modo indissolubile le figure di Maria e Bonaria Urrai.

Lo sguardo di Maria: la drammaturgia di Carlotta Corradi

La trasposizione dal capolavoro letterario al palcoscenico è stata affidata alla drammaturgia di Carlotta Corradi. Scritta su esplicita richiesta della regista, la pièce compie una scelta narrativa molto precisa e di grande fascino psicologico: raccontare l’intera vicenda esclusivamente attraverso il punto di vista di Maria. Maria è la giovane figlia adottiva di Bonaria Urrai, la donna che nel piccolo e arcaico paese di Soreni svolge il ruolo, tanto temuto quanto rispettato, di “accabadora”. y

Questa prospettiva intima e personale permette al pubblico di immergersi completamente nella narrazione e di cogliere sul palcoscenico tutta la complessità dei legami affettivi, delle scelte di vita e delle grandi questioni morali che costituiscono il cuore dell’universo narrativo della Murgia.

Tra radici, doveri e segreti: la storia di Soreni

La storia originale, partorita dalla penna della scrittrice sarda, ci trasporta in un paesino immaginario della Sardegna, un luogo permeato di tradizioni, silenzi densi e inconfessabili segreti. Qui la piccola Maria, all’età di sei anni, viene affidata come “fill’e anima” (figlia d’anima) a Bonaria Urrai, una sarta che vive sola e che all’occorrenza veste i panni dell’accabadora.

Questa parola, profondamente radicata nella cultura isolana, deriva dalla radice spagnola acabar, che significa “finire” o “uccidere”. Il compito di Bonaria è aiutare a morire le persone che si trovano in fin di vita. Maria cresce ammirando questa nuova figura materna, più colta e attenta della madre biologica, fino al giorno in cui scopre la sua vera natura.

Sconvolta, la ragazza fugge nel continente per cambiare vita, ma pochi anni dopo torna al capezzale di Tzia Bonaria, ormai sul letto di morte. L’accudimento finale rappresenta infatti uno dei doveri imprescindibili dell’essere una “figlia d’anima”, una forma di adozione concordata tra il genitore naturale e quello adottivo.

Un legame viscerale: la riscoperta dell’amore filiale

L’adattamento di Carlotta Corradi prende il via proprio da questo momento: il doloroso ritorno di Maria sul letto di morte di Tzia Bonaria. Tra le due donne pesa un tempo di separazione difficile da colmare. Nonostante gli sforzi compiuti da Maria per aggrapparsi ai ricordi migliori, la rabbia per il tradimento subito dalla Tzia riemerge prepotentemente. Nelle parole della drammaturga, sebbene il romanzo sia spesso ricordato per temi quali l’eutanasia e l’adozione, il vero fulcro è una grandissima storia d’amore tra una figlia e la sua madre adottiva, un legame fondato sulla scelta quotidiana.

Lo strappo che ha portato Maria a fuggire l’ha lasciata bloccata in una sorta di adolescenza perpetua; solo affrontando i silenzi e compiendo un ultimo gesto d’amore verso la madre, la ragazza riuscirà finalmente a diventare donna. La gabbia mentale e la scena astratta: la visione registicaAd amplificare la narrazione concorre la visione scenica della regista Veronica Cruciani, che ha concepito il confronto tra Maria e Tzia Bonaria come un dialogo interiore tra la protagonista e una parte di se stessa, un incontro tra una figlia e il suo genitore interiore.

Lo spazio teatrale si trasforma in una dimensione astratta e mentale, il luogo simbolico dove Maria cerca di elaborare il lutto della madre adottiva. In scena prende vita un conflitto tra la parte di Maria rimasta bambina e quella che deve diventare adulta. L’uso del video e di una pedana sospesa — concepita come una gabbia mentale in cui Maria è intrappolata — rende visibili le dinamiche emotive in atto. Da questa prigionia la protagonista si libera compiendo e ripetendo davanti alla propria coscienza e al pubblico il fatidico gesto richiesto dalla madre, trasformando una sofferta rêverie nella risoluzione che le consente di aprirsi a una nuova direzione di vita.

L’eredità umana di Michela Murgia nella voce di Anna Della Rosa

A dare voce, corpo e anima a questo turbinio di emozioni è l’attrice Anna Della Rosa, che dal debutto dello spettacolo nel 2018 non ha mai smesso di farsi portavoce del testo. L’attrice racconta come condividere queste parole con il pubblico sia un’esperienza paragonabile a camminare ad alta quota sotto un cielo terso o a nuotare al largo avvolti dal blu del mare. Corpo, mente e cuore vibrano insieme sul palco sprigionando un’energia capace di infondere fiducia, coraggio e tenerezza.

Della Rosa descrive la voce di Michela Murgia come un canto generoso, coraggioso e profondo, che corre senza sosta tra palco e platea. Con gratitudine verso l’autrice, l’attrice continua a custodire questo messaggio per ricordare che è possibile trasformare insieme ciò che è duro, ottuso e ingiusto, dentro e fuori di noi.

Un rito teatrale necessario per trasformare il presente

Lo spettacolo “Accabadora”, nel suo tour del 2026, si riconferma un’opera autonoma, vibrante e necessaria, capace di restituire intatta, attraverso lo sguardo di Maria, tutta la straordinaria forza umana e poetica di una delle più grandi intellettuali dei nostri tempi. Un appuntamento imperdibile per chi crede nel valore della memoria, nella potenza del testo letterario e nella forza trasformativa del teatro.