Gli adolescenti sanno che i social li condizionano, eppure fanno fatica a sottrarsi al loro potere. È il paradosso che emerge dalla Survey TEEN 2026, la ricerca realizzata da Ipsos Doxa per Fondazione Libellula su oltre 1.300 adolescenti. L’85% dichiara di essersi imbattuto online in contenuti che presentano gelosia e controllo nella coppia come comportamenti normali, il 92% incontra post e video che ridicolizzano o svalutano le ragazze e l’89% entra in contatto con la cultura dell’“alpha”, del “sigma” e del “body count”.
Ma c’è un dato che forse racconta meglio degli altri quanto sia difficile sfuggire a quelle dinamiche: il 48% degli adolescenti modifica le proprie immagini sui social per apparire più attraente, percentuale che sale al 54% tra le ragazze. Il 34% pubblica fotografie provocanti per ottenere più like e l’80% ritiene che i social alimentino la competizione tra ragazze sull’aspetto fisico.
Non siamo quindi semplicemente davanti a una generazione che non conosce i pericoli della rete. Al contrario: li vede, spesso li riconosce e contemporaneamente continua a subirne le regole. La consapevolezza, da sola, non sembra sufficiente a produrre libertà.
È qui che può venirci in aiuto la sociologia. Perché se il problema fosse soltanto il tempo trascorso davanti allo smartphone, basterebbe usarlo meno. Ma se attraverso i social cerchiamo anche appartenenza, riconoscimento e conferma della nostra identità, allora spegnere uno schermo non risolve il problema.
Due grandi studiosi della società contemporanea, Zygmunt Bauman e Sherry Turkle, ci permettono di guardare ciò che accade da una prospettiva diversa.
Bauman aveva individuato una trasformazione fondamentale: l’identità non è più soltanto qualcosa che riceviamo, ma qualcosa che siamo continuamente chiamati a costruire e affermare, in equilibrio precario tra bisogno di appartenenza e desiderio di essere noi stessi.
Turkle, studiando invece le generazioni cresciute nella connessione permanente, ha mostrato quanto lo sguardo e la risposta degli altri possano entrare nella costruzione delle nostre emozioni e del nostro stesso sé.
E proprio dalle loro riflessioni può arrivare una risposta sorprendentemente attuale: liberarsi dalla dittatura dei social non significa necessariamente abbandonarli. Significa riconquistare spazi della propria vita nei quali non sia necessario essere continuamente visibili, approvati e confermati dagli altri per sentirsi qualcuno.
Survey TEEN 2026: il vero problema degli adolescenti è sottrarsi alle regole del gruppo
La Survey TEEN 2026 restituisce un quadro più complesso di quello di una generazione semplicemente inconsapevole dei pericoli della rete. La ricerca ha coinvolto un campione principale di 800 adolescenti, rappresentativo per genere, età e area geografica, affiancato da altri 550 ragazzi e ragazze dell’Osservatorio Libellula: complessivamente, oltre 1.300 giovani.
TikTok, utilizzato dal 64% degli intervistati, e Instagram, dal 51%, sono ormai parte dell’ambiente nel quale gli adolescenti costruiscono relazioni, osservano gli altri e vengono a loro volta osservati. Secondo i ricercatori, inoltre, i meccanismi algoritmici tendono a privilegiare contenuti capaci di generare emozioni forti, polarizzazione e coinvolgimento immediato. Rabbia, indignazione e conflitto possono così ottenere maggiore visibilità.
Ma per comprendere davvero il fenomeno bisogna spostare l’attenzione dalla tecnologia alle relazioni sociali. Il 38% degli adolescenti dichiara di sentirsi solo. Il dato sale al 45% tra le ragazze, mentre si ferma al 32% tra i ragazzi. E il 44% ritiene che gli adulti non riescano a comprenderli.
Non significa, però, che il rapporto con la famiglia sia necessariamente spezzato. Al contrario, il 56% afferma che si rivolgerebbe ai genitori in una situazione di difficoltà e, tra i ragazzi di 14 e 15 anni, la percentuale raggiunge il 67%.
È proprio questa apparente contraddizione a essere interessante. Gli adolescenti non vivono semplicemente separati dagli adulti né sono incapaci di riconoscere ciò che accade intorno a loro. Hanno strumenti di consapevolezza e conservano importanti legami di fiducia. Eppure una parte consistente sperimenta solitudine e incomprensione.
Il “costo sociale” di dire no
Ma il risultato forse più importante della ricerca, almeno per comprendere il potere esercitato dai social, non è una percentuale.
Gli autori della Survey TEEN 2026 sottolineano infatti che gli adolescenti riescono a riconoscere stereotipi, sessismo, controllo e modelli relazionali tossici, ma faticano molto di più a prendere posizione quando quelle dinamiche coinvolgono il gruppo degli amici, le relazioni affettive o la propria vita sociale online.
È qui che compare un concetto decisivo: il “costo sociale” del dissenso. Sapere che un comportamento è sbagliato è una cosa. Opporsi quando farlo può significare perdere approvazione, esporsi al giudizio degli altri o mettere in discussione la propria appartenenza al gruppo è un’altra.
Ed è probabilmente questa l’indicazione più interessante che emerge dalla ricerca: la consapevolezza individuale incontra un limite quando entra in conflitto con il bisogno sociale di appartenere.
La questione, allora, non può essere ridotta alla quantità di tempo trascorso davanti allo smartphone. Il problema diventa capire perché lo sguardo degli altri, il riconoscimento e l’appartenenza possano acquistare un peso tale da rendere difficile comportarsi diversamente anche quando sappiamo che vorremmo farlo.
È esattamente nel passaggio tra identità personale e appartenenza sociale che la ricerca incontra la sociologia.
Zygmunt Bauman: quando l’identità ha bisogno degli altri
Per comprendere questo meccanismo bisogna partire da una trasformazione che Zygmunt Bauman aveva individuato ben prima dell’attuale dominio di TikTok e Instagram. In Nati liquidi (Sperling & Kupfer, 2017), scritto insieme a Thomas Leoncini, il sociologo affronta direttamente il rapporto tra il bisogno di appartenere e quello di costruire la propria identità.
Bauman introduce il problema con un’affermazione molto netta:
La differenza tra comunità e identità è formidabile.
È proprio dentro questa differenza che si colloca una delle tensioni caratteristiche dell’individuo contemporaneo. L’identità non è semplicemente qualcosa che riceviamo una volta per tutte dalla famiglia, dalla comunità o dal gruppo sociale nel quale nasciamo. Diventa qualcosa che siamo continuamente chiamati a costruire, definire e riaffermare.
Potrebbe sembrare una straordinaria conquista di libertà: possiamo scegliere chi essere. Ma questa libertà incontra immediatamente un problema. Non costruiamo la nostra identità da soli.
Vogliamo distinguerci dagli altri, ma abbiamo bisogno degli altri per essere riconosciuti. Vogliamo affermare la nostra individualità, ma contemporaneamente desideriamo appartenere a un gruppo. È proprio questa tensione che permette di rileggere il “costo sociale” del dissenso emerso dalla Survey TEEN 2026.
Per un adolescente, infatti, dire “io non lo faccio” non significa necessariamente compiere soltanto una scelta individuale. Può significare esporsi alla possibilità di non essere riconosciuto dal gruppo al quale desidera appartenere.
Quando l’identità diventa una rappresentazione continua
Bauman scriveva in un contesto diverso da quello digitale del 2026. In Nati liquidi. Trasformazioni nel terzo millennio, libro scritto con Thomas Leoncini e pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2017, il sociologo ragiona sulle trasformazioni dell’identità anche attraverso fenomeni come la moda, i tatuaggi e la chirurgia estetica.
Non stava quindi descrivendo il funzionamento dei social contemporanei. Ma è proprio riflettendo sulla possibilità di modificare il proprio corpo che Bauman individua un meccanismo della società dei consumatori che oggi assume un significato nuovo.
Scrive Bauman:
La cultura contemporanea della società dei consumatori è governata dal precetto “se puoi farlo, devi farlo”.
Il riferimento è alla possibilità di “migliorare” il proprio aspetto fisico avvicinandolo ai modelli dominanti. Ma il punto sociologicamente più interessante arriva subito dopo. Secondo Bauman, l’economia consumista riesce a «convertire la possibilità in obbligo».
Sono parole che permettono di guardare sotto una luce diversa anche i comportamenti raccontati dalla Survey TEEN 2026. Bauman non parlava dei filtri di Instagram. Il passaggio dal corpo all’immagine digitale è quindi una nostra interpretazione del presente, non qualcosa che possiamo attribuirgli. Ma il meccanismo che descrive pone una domanda estremamente attuale: che cosa succede quando la possibilità di modificare noi stessi si estende alla rappresentazione digitale della nostra identità?
I social consentono di costruire, modificare e aggiornare continuamente l’immagine pubblica di noi stessi. Non mostriamo semplicemente chi siamo. Scegliamo quale fotografia pubblicare, cosa raccontare, quali aspetti lasciare fuori, quali gusti esibire, quale corpo mostrare. E soprattutto possiamo osservare quasi immediatamente la reazione degli altri.
È qui che il dato della Survey sugli adolescenti che modificano le proprie fotografie per apparire più attraenti acquista un significato ulteriore. Non si tratta necessariamente soltanto di voler essere più belli. Quell’immagine diventa anche una rappresentazione di sé costruita sapendo che sarà sottoposta allo sguardo e alla valutazione degli altri.
E Bauman, nella stessa riflessione, introduce un altro elemento che ci porta ancora più vicino al problema dell’appartenenza. Parlando delle trasformazioni del corpo, scrive che alla loro base troviamo «la dialettica di appartenenza e autodefinizione».
Ecco allora che i dati della Survey acquistano una coerenza diversa. Se posso scegliere la fotografia nella quale appaio meglio, perché pubblicarne un’altra? Se posso correggerla, perché non farlo? Se il gruppo stabilisce implicitamente determinati modelli di desiderabilità, quanto costa decidere di non seguirli?
Ed è forse qui uno dei punti più attuali del pensiero di Bauman: la costruzione dell’identità si muove dentro una tensione continua tra autodefinizione e appartenenza. Vogliamo decidere chi essere, ma contemporaneamente vogliamo essere riconosciuti dagli altri come qualcuno che merita di appartenere.
Per questo, negli adolescenti raccontati dalla Survey, la libertà di costruire la propria immagine può trasformarsi nella pressione a costruire un’immagine capace di ottenere approvazione. E sottrarsi a quella pressione può avere proprio quel “costo sociale” da cui siamo partiti.
Sherry Turkle: quando abbiamo bisogno degli altri per sapere cosa proviamo
Se Bauman ci aiuta a comprendere perché la costruzione dell’identità sia legata al bisogno di appartenenza, Sherry Turkle ci permette di osservare che cosa accade quando quel bisogno incontra una condizione completamente nuova: la possibilità di essere continuamente connessi agli altri.
In Insieme ma soli, la studiosa del MIT osserva da vicino proprio adolescenti e giovani cresciuti con telefoni, messaggi e social network. E individua una condizione che descrive con un’espressione particolarmente efficace: i ragazzi vivono «in uno stato perenne di attesa di contatto».
Non significa semplicemente che utilizzano molto lo smartphone. Significa che la possibilità di ricevere un messaggio, una risposta o una conferma diventa una presenza costante nella vita quotidiana.
Turkle arriva così a individuare una trasformazione ancora più profonda.
La sociologa della scienza e della tecnologia del MIT di Boston nel suo libro, scrive:
Aspettarsi che gli amici siano a disposizione è un atteggiamento comune: un contratto sociale permesso dalla tecnologia che richiede una presenza continua.
La parola decisiva è “contratto sociale”. Essere sempre raggiungibili non è più soltanto una possibilità offerta dalla tecnologia. Può diventare un’aspettativa reciproca: io mi aspetto che tu risponda, tu ti aspetti che io faccia altrettanto.
Ed è qui che il problema della libertà digitale cambia natura. Non rispondere significa anche sottrarsi temporaneamente a una regola sociale.
Per un adolescente, quindi, spegnere lo smartphone, non partecipare a una conversazione o non reagire immediatamente a ciò che accade online può avere un significato molto diverso dal semplice “usare meno i social”. Può voler dire correre il rischio di sentirsi fuori da ciò che il proprio gruppo sta vivendo.
Quando la conferma degli altri entra nella costruzione del sé
Sherry Turkle compie un passo ulteriore. Nelle conversazioni con gli adolescenti raccontate nel libro emerge come il telefono venga utilizzato non soltanto per comunicare emozioni già comprese, ma anche per capire che cosa proviamo mentre lo stiamo provando.
Un’emozione nasce, viene immediatamente comunicata e la risposta degli amici contribuisce a darle forma. Turkle sintetizza il meccanismo con una frase particolarmente importante:
La tecnologia non determina, però incoraggia, una sensibilità in cui la conferma di un sentimento diventa parte della sua creazione, addirittura parte del sentimento stesso.
È probabilmente qui che Bauman e Turkle si incontrano con maggiore forza. Bauman ci ha mostrato la «dialettica di appartenenza e autodefinizione». Turkle ci mostra che, nella connessione permanente, lo sguardo degli altri può arrivare ancora più in profondità: non interviene soltanto dopo che abbiamo deciso chi siamo o cosa pensiamo. Può partecipare al processo attraverso il quale costruiamo ciò che sentiamo e ciò che pensiamo di essere.
E allora il paradosso della Survey TEEN 2026 diventa più comprensibile. Un adolescente può sapere perfettamente che una determinata dinamica online lo condiziona. Può riconoscere uno stereotipo, rifiutare un modello estetico o considerare tossico un comportamento. Ma se una parte della propria identità, delle proprie relazioni e persino della propria esperienza emotiva passa continuamente attraverso la risposta degli altri, sottrarsi non significa semplicemente spegnere un’applicazione.
Significa imparare a sopportare, almeno per un momento, l’assenza di quella conferma. Ed è proprio qui che Turkle ci offre anche la prima indicazione concreta per liberarsi dal potere dei social. Non propone di abbandonare la tecnologia. Il problema, per lei, è recuperare qualcosa che la connessione permanente rischia di rendere sempre più difficile:
la capacità di stare da soli e riflettere sulle proprie emozioni in privato.
Come liberarsi dal potere dei social senza abbandonarli
Arrivati a questo punto, la soluzione più immediata sembrerebbe anche la più semplice: usare meno lo smartphone, cancellare qualche applicazione, trascorrere meno tempo sui social.
Ma sarebbe una risposta insufficiente. Sherry Turkle mette esplicitamente in discussione l’idea che il nostro rapporto con la tecnologia possa essere affrontato soltanto attraverso la metafora della dipendenza. Se consideriamo lo smartphone semplicemente come qualcosa da cui disintossicarci, la conseguenza logica sarebbe l’astinenza. Ma non viviamo in una società nella quale Internet, messaggi e social network stanno per scomparire.
La questione è un’altra: quale posto vogliamo assegnare alla tecnologia nella nostra vita? Nelle conclusioni di Insieme ma soli, Turkle lo dice con grande chiarezza:
Non occorre rifiutare o denigrare la tecnologia, basta riservarle il giusto posto.
È una frase che cambia completamente la prospettiva. Liberarsi dal potere dei social non significa necessariamente uscire dai social. Significa evitare che la connessione occupi anche quegli spazi nei quali costruiamo autonomamente pensieri, emozioni e identità.
Uno di questi spazi è la solitudine. Non l’isolamento, ma la capacità di stare con se stessi senza avere immediatamente bisogno di una risposta esterna.
È una distinzione fondamentale. Se ogni emozione viene immediatamente comunicata, se ogni dubbio viene sottoposto al gruppo, se ogni immagine di noi viene valutata attraverso una reazione, rischiamo progressivamente di perdere l’esperienza di capire che cosa pensiamo prima di sapere che cosa ne pensano gli altri.
Applicata agli adolescenti della Survey TEEN 2026, questa indicazione assume un significato molto concreto. Essere liberi non significa soltanto sapere riconoscere un modello tossico. Significa riuscire a dire non mi rappresenta anche quando gli altri lo approvano. Significa poter non pubblicare una fotografia, non modificarla, non rispondere immediatamente, non aderire a un comportamento del gruppo senza percepire quella scelta come una minaccia alla propria identità.
Ma sarebbe un errore trasformare anche questa soluzione in una responsabilità esclusivamente individuale. Se il problema individuato dalla Survey è il “costo sociale” del dissenso, non possiamo chiedere semplicemente agli adolescenti di diventare abbastanza forti da sopportarlo.
La risposta deve essere anche sociale. Famiglia, scuola e comunità educative possono creare luoghi nei quali un ragazzo possa sperimentare qualcosa che nell’ambiente digitale rischia di diventare difficile: essere riconosciuto senza dover continuamente rappresentare se stesso.
Significa costruire relazioni nelle quali il riconoscimento non dipenda dalla continua rappresentazione di sé e nelle quali dissentire non comporti il rischio di essere esclusi.
Significa, soprattutto, restituire valore a spazi nei quali non esiste un pubblico. Perché il problema non è soltanto quanto tempo trascorriamo davanti a uno schermo. È ciò che rischiamo di chiedere a quello schermo: confermaci che siamo abbastanza belli, abbastanza interessanti, abbastanza desiderabili, abbastanza simili agli altri da appartenere e abbastanza diversi da essere notati.
Bauman ci aiuta a comprendere la tensione tra appartenenza e autodefinizione. Turkle ci mostra che la connessione permanente può portare la conferma degli altri dentro la costruzione stessa del sé.
La libertà comincia quando possiamo dire “no” senza scomparire
Seguendo i suggerimenti di Bauman e Sherry Turkle, allora la libertà dai social non si misura soltanto in ore di utilizzo. Si misura nella possibilità di compiere alcune scelte senza sentirsi minacciati nella propria appartenenza.
Poter non pubblicare. Poter non rispondere immediatamente. Poter mostrare un’immagine non perfetta. Poter cambiare opinione. Poter dissentire dal proprio gruppo. Poter trascorrere del tempo da soli senza interpretarlo come esclusione.
Sembrano piccoli gesti individuali, ma hanno una natura profondamente sociale. Perché diventano davvero possibili soltanto quando intorno a noi esistono relazioni nelle quali il riconoscimento non dipende dalla performance continua.
Ed è forse questo il compito più importante degli adulti. La Survey TEEN 2026 ci dice che molti adolescenti conservano un rapporto di fiducia con i genitori, pur sentendosi spesso poco compresi dal mondo adulto. La risposta, allora, non può essere soltanto controllare quanto tempo trascorrono davanti allo smartphone. Bisogna offrire loro esperienze di appartenenza alternative alla logica della visibilità.
Una famiglia, una scuola, un gruppo di amici, un’associazione, uno spazio culturale possono diventare luoghi nei quali si viene riconosciuti non perché si appare, ma perché si è presenti; non perché si ottiene approvazione, ma perché si viene ascoltati; non perché ci si adegua, ma perché si può anche dissentire senza perdere il proprio posto.
Ridurre il “costo sociale” del dissenso significa esattamente questo: fare in modo che essere diversi dal gruppo non equivalga a essere fuori dal gruppo.
La libertà digitale, allora, potrebbe cominciare proprio dalla possibilità di esistere senza dover continuamente dimostrare agli altri chi siamo. Liberarsi dalla “dittatura” dei social non significa quindi abbandonare i social. Significa impedire che diventino il luogo nel quale chiediamo continuamente agli altri chi dobbiamo essere.
Forse è questa la sfida educativa più importante: insegnare ai ragazzi non soltanto a utilizzare consapevolmente la tecnologia, ma a conservare luoghi della propria vita nei quali possano pensare, cambiare, sbagliare, dissentire e perfino restare soli senza avere paura di scomparire dallo sguardo degli altri.

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