Non smettere mai di imparare: il libro “Cuore” svela perché la vera scuola non finisce mai

Con la ripartenza della Scuola il romanzo “Cuore” di Edmondoi De Amicis ci ricorda che bisogna avere l’umiltà d’imparare sempre nella vita.

Non smettere mai di imparare: il libro "Cuore" svela perché la vera scuola non finisce mai

Con la partenza del nuovo anno scolastico, milioni di studenti tornano sui banchi, riaprono i libri e ricominciano a fare i conti con lezioni, compiti e nuove cose da imparare. Ma imparare non è qualcosa che riguarda soltanto la scuola: è un esercizio che ci accompagna per tutta la vita e che ci permette di crescere, cambiare e comprendere meglio noi stessi e il mondo.

Impariamo studiando, ma anche lavorando, sbagliando, ascoltando gli altri, facendo nuove esperienze e mettendo continuamente in discussione ciò che crediamo di sapere. Non smettere mai di imparare significa, in fondo, non smettere mai di crescere.

A ricordarcelo sono alcuni passaggi del romanzo Cuore di Edmondo De Amicis. Nel capitolo “La scuola“, il padre invita Enrico ad allargare lo sguardo oltre il proprio banco e a immaginare milioni di ragazzi di popoli diversi che, nello stesso momento, in ogni parte del mondo, stanno andando a scuola per imparare.

È da questa immagine che nasce una delle riflessioni più potenti del romanzo:

Pensa agli innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell’ora vanno a scuola in tutti i paesi; vedili con l’immaginazione, che vanno, vanno […] milioni e milioni, tutti a imparare in cento forme diverse le medesime cose; immagina questo vastissimo formicolìo di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: — Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo.

De Amicis trasforma così un gesto apparentemente ordinario, andare a scuola e imparare, in qualcosa che riguarda il destino di tutti. Se quel “movimento immenso” si fermasse, scrive, l’umanità tornerebbe indietro.

Ed è proprio qui che la sua riflessione supera i confini dell’aula scolastica: che cosa accade a ciascuno di noi quando smettiamo di imparare?

Cuore di Edmondo De Amicis: il romanzo che insegna a imparare dalla vita

Pubblicato per la prima volta nel 1886, Cuore è il celebre romanzo per ragazzi di Edmondo De Amicis costruito come il diario di Enrico Bottini, un alunno di terza elementare che racconta il proprio anno scolastico tra lezioni, incontri, difficoltà e rapporti con compagni, maestri e familiari.

Ma la scuola raccontata da De Amicis non è soltanto il luogo in cui si apprendono nozioni. È soprattutto uno spazio nel quale Enrico impara a conoscere gli altri e, attraverso di loro, a comprendere aspetti della vita che ancora ignora. Accanto alle parole del maestro ci sono infatti gli insegnamenti del padre e della madre, le esperienze dei compagni e le storie di persone appartenenti a condizioni sociali molto diverse dalla sua.

Non a caso, presentando il libro ai suoi giovani lettori, De Amicis spiegava che avrebbe potuto intitolarlo Storia d’un anno scolastico e concludeva la sua dedica con una speranza semplice: che quelle pagine potessero “far del bene”.

È proprio questa idea di educazione a rendere Cuore interessante ancora oggi. Imparare non significa soltanto acquisire ciò che non sappiamo, ma continuare ad allargare il nostro sguardo attraverso ciò che la realtà e le altre persone possono insegnarci.

Ed è qui che emerge anche un rischio: arrivare a credere che ciò che già conosciamo sia sufficiente.

Il rischio più grande è credere che ciò che sappiamo sia sufficiente

Con il passare del tempo possiamo convincerci che l’esperienza accumulata sia sufficiente per comprendere ciò che ci circonda. Abbiamo le nostre conoscenze, frequentiamo determinati ambienti, sviluppiamo convinzioni e modi di interpretare la realtà che finiscono per sembrarci naturali. Proprio questa sicurezza, però, può trasformarsi in un limite quando ci porta a credere di non avere più molto da imparare.

De Amicis affronta il problema in maniera sorprendentemente concreta quando il padre di Enrico gli parla dei suoi amici operai. Presto le loro strade si separeranno: Enrico continuerà gli studi, mentre alcuni compagni entreranno nel mondo del lavoro. Il padre lo invita però a non perderli, perché proprio da quelle vite così diverse dalla sua potrà continuare a imparare:

tu ci andrai, e passerai delle ore in loro compagnia, e vedrai, studiando la vita e il mondo, quante cose potrai imparare da loro, che nessun altri ti saprà insegnare, e sulle loro arti e sulla loro società e sul tuo paese.

In queste parole emerge una concezione dell’apprendimento che supera definitivamente i confini della scuola. Studiare significa anche “studiare la vita e il mondo”. E per farlo abbiamo bisogno di entrare in contatto con persone, esperienze e realtà differenti dalle nostre.

Subito dopo De Amicis rende ancora più chiaro il pericolo che si corre quando questo non accade:

l’uomo che pratica una sola classe sociale, è come lo studioso che non legge altro che un libro.

Uno studioso che legge un solo libro può conoscerlo perfettamente, ma continuerà a osservare il mondo attraverso una prospettiva limitata. Allo stesso modo, possiamo conoscere molto bene il nostro ambiente, essere competenti nel nostro lavoro e avere accumulato una grande esperienza, ma continuare a vedere soltanto una parte della realtà.

È questo uno dei pericoli più profondi dello smettere di imparare: confondere ciò che sappiamo con tutto ciò che c’è da sapere. Le nostre conoscenze, invece di diventare un punto da cui partire, possono trasformarsi in un confine. Smettiamo di cercare altri punti di vista, di ascoltare esperienze lontane dalle nostre e, soprattutto, di mettere alla prova ciò che crediamo di sapere.

Il problema, allora, non è soltanto quanto sappiamo, ma quanto siamo ancora disponibili ad accorgerci di ciò che non sappiamo.

Perché più restringiamo il mondo a ciò che già conosciamo, meno possibilità abbiamo di scoprire quanto ancora potrebbe insegnarci.

Come continuare a imparare dalla vita e dagli altri

Come evitare allora di rimanere prigionieri di ciò che già sappiamo? La risposta che attraversa Cuore è semplice: continuare a considerarci persone che possono imparare.

Verso la conclusione dell’anno scolastico è lo stesso Enrico a rendersi conto di quanto sia cambiato rispetto a pochi mesi prima:

Io ripenso a quello che sapevo l’ottobre scorso, e mi par di sapere assai di più: ci ho tante cose nuove nella mente; riesco a dire e a scrivere meglio d’allora quello che penso; potrei anche fare di conto per molti grandi che non sanno, e aiutarli nei loro affari; e capisco molto di più, capisco quasi tutto quello che leggo.

De Amicis mostra così gli effetti concreti dell’imparare. Enrico non ha soltanto accumulato nuove conoscenze: riesce a esprimere meglio ciò che pensa, comprende maggiormente ciò che legge, sa fare cose che prima non sapeva fare e può utilizzare ciò che ha appreso anche per aiutare gli altri.

Ma il passaggio più importante arriva quando il ragazzo riconosce da dove proviene questa crescita:

Ma quanti m’hanno spinto e aiutato a imparare, chi in un modo chi in un altro, a casa, alla scuola, per la strada, da per tutto dove sono andato e dove ho visto qualche cosa!

È una frase che allarga definitivamente lo spazio dell’apprendimento. Non c’è soltanto il maestro: Enrico riconosce ciò che ha ricevuto da Derossi, Stardi, Garrone, Precossi e Coretti, fino ad arrivare al padre, il suo “primo maestro”, e alla madre.

Ognuno gli ha insegnato qualcosa in maniera diversa. C’è chi lo ha aiutato a comprendere ciò che gli sembrava difficile, chi gli ha mostrato il valore della volontà, chi quello della generosità e chi, attraverso la propria esperienza, il coraggio necessario per affrontare le difficoltà.

Imparare, nella lezione di De Amicis, significa allora restare disponibili a ricevere qualcosa dal mondo e dalle persone che incontriamo. Non soltanto conoscenze, ma anche esperienze, modi di affrontare i problemi e prospettive che da soli forse non avremmo mai scoperto.

Per questo la fine della scuola non coincide con la fine dell’essere allievi. Possiamo non sederci più in un’aula e non avere più esami da sostenere, ma possiamo continuare a osservare, ascoltare, fare domande e riconoscere che qualcuno o qualcosa ha ancora la possibilità di insegnarci ciò che non sappiamo.

La vera scuola, in questo senso, può durare tutta la vita.

Non smettere mai di imparare: cosa significa davvero vincere nella vita

Ma perché è così importante non smettere mai di imparare? Nella lezione di De Amicis la risposta non riguarda soltanto ciò che ciascuno di noi può diventare. C’è qualcosa di più grande: la conoscenza permette al singolo di crescere, ma è attraverso la crescita degli individui che può avanzare l’intera società.

È qui che acquista pieno significato l’immagine con cui il padre si rivolge a Enrico nel capitolo “La scuola”. Dopo avergli fatto immaginare quel “movimento immenso” di persone impegnate a imparare, conclude:

Coraggio dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana.

La metafora appartiene alla lingua e alla sensibilità dell’epoca in cui Cuore viene scritto, ma il significato che De Amicis le affida va oltre il suo tempo: la vittoria non è superare gli altri, ma contribuire al progresso di tutti.

È una prospettiva che cambia profondamente anche il significato dell’espressione “vincere nella vita”. Non necessariamente arrivare primi, guadagnare più degli altri o accumulare riconoscimenti, ma acquisire gli strumenti che ci permettono di comprendere meglio la realtà, affrontarne i cambiamenti e partecipare con maggiore consapevolezza alla società in cui viviamo.

La conoscenza, infatti, non produce soltanto un cambiamento individuale. Ogni sapere acquisito può essere trasmesso, ogni scoperta può diventare il punto di partenza per qualcun altro, ogni nuova capacità può essere messa al servizio di una comunità. È così che l’apprendimento del singolo entra a far parte di qualcosa che lo supera.

Per questo De Amicis sceglie come traguardo non una vittoria personale, ma la “civiltà umana”. Il progresso nasce da un movimento che attraversa le generazioni: qualcuno impara ciò che prima ignorava, qualcun altro parte da quella conoscenza per andare più avanti e ciò che è stato conquistato può diventare patrimonio comune.

Non smettere mai di imparare significa allora non smettere di partecipare a questo movimento. Non perché la conoscenza garantisca il successo, ma perché ci offre gli strumenti per comprendere meglio il nostro tempo e contribuire, per quanto possiamo, a farlo avanzare.

È questa la vittoria che De Amicis consegna a Enrico: una vittoria che non si misura sulla sconfitta di qualcun altro, ma su ciò che, imparando, siamo capaci di aggiungere alla crescita di tutti.

La lezione universale di Cuore, un romanzo oggi più attuale che mai

C’è un aspetto della lezione di Edmondo De Amicis che rende Cuore sorprendentemente vicino al nostro presente: la conoscenza acquista valore quando non rimane chiusa dentro il singolo individuo, ma diventa parte di un patrimonio condiviso.

Ogni generazione riceve qualcosa da quelle che l’hanno preceduta e, a sua volta, può aggiungere nuove conoscenze, esperienze e modi di interpretare la realtà. È questo continuo passaggio a rendere la cultura un fatto profondamente umano: ciò che una persona scopre, comprende o impara può sopravvivere alla sua esperienza e diventare il punto di partenza per qualcun altro.

Da questo punto di vista, l’immagine dello “studioso che non legge altro che un libro” assume oggi un significato ancora più attuale. Viviamo in un’epoca in cui possiamo accedere a una quantità straordinaria di informazioni, eppure avere molte informazioni a disposizione non significa necessariamente conoscere di più. Possiamo continuare a cercare soltanto ciò che conferma le nostre convinzioni, frequentare le stesse idee e osservare la realtà sempre dalla medesima prospettiva.

La cultura nasce invece quando siamo disposti ad attraversare quei confini. Nel dialogo tra generazioni, condizioni sociali, esperienze, competenze e sensibilità differenti, la conoscenza smette di essere soltanto qualcosa che possediamo e diventa qualcosa che possiamo mettere in comune.

È forse questa una delle intuizioni del romanzo di Edmondo De Amicis che parlano con maggiore forza al nostro tempo. Essere colti non significa poter dire di sapere abbastanza, ma continuare a riconoscere quanto possiamo ricevere dall’esperienza umana degli altri.

Perché nessuno di noi può leggere da solo tutti i “libri” di cui è fatto il mondo. Possiamo però continuare ad aprirne di nuovi, lasciare che cambino il nostro modo di guardare la realtà e trasmettere ad altri ciò che, grazie a essi, abbiamo imparato.

È così che la cultura attraversa il tempo e diventa davvero umanità: non un sapere immobile da conservare, ma una conoscenza viva che passa da un essere umano all’altro e continua a crescere insieme a noi.