C’è una favola di Gianni Rodari che in poche righe riesce a raccontare una delle paure che più facilmente frenano la generosità: il timore che, continuando a dare, prima o poi ci rimanga meno. È Il sole e la nuvola, una delle storie contenute in Favole al telefono, la raccolta pubblicata da Einaudi nel 1962.
Il libro nasce intorno al ragionier Bianchi, rappresentante di commercio di Varese che per lavoro viaggia continuamente in giro per l’Italia e può tornare dalla sua famiglia soltanto la domenica. Ogni sera, alle nove in punto, telefona a casa e racconta una storia alla figlia, che senza la sua favola non riesce ad addormentarsi. Le telefonate costano e le storie devono perciò essere brevi. Rodari costruisce proprio dentro questa brevità racconti capaci di partire da situazioni semplicissime e di lasciare al lettore qualcosa su cui continuare a pensare una volta arrivato alla fine.
Il sole e la nuvola funziona esattamente così. Il Sole attraversa il cielo «allegro e glorioso sul suo carro di fuoco», spargendo i propri raggi in tutte le direzioni. A osservarlo c’è una Nuvola «di umore temporalesco» che trova quel comportamento incomprensibile e comincia a borbottare:
Sciupone, mano bucata, butta via, butta via i tuoi raggi, vedrai quanti te ne rimangono.
La preoccupazione della Nuvola ha una logica molto riconoscibile. Se possediamo qualcosa e continuiamo a darla agli altri, la quantità che rimane a nostra disposizione dovrebbe diminuire. È quello che accade con moltissime cose e proprio per questo il ragionamento sembra così naturale da poter essere esteso anche a ciò che segue regole diverse.
Gianni Rodari costruisce la sua favola intorno a questa convinzione e la porta fino al punto in cui sarà la storia stessa a metterla alla prova.
Il sole e la nuvola, la favola di Gianni Rodari sulla generosità
La scena che Rodari descrive subito dopo il rimprovero della Nuvola permette di capire meglio il senso della sua preoccupazione:
Nelle vigne ogni acino d’uva che maturava sui tralci rubava un raggio al minuto, o anche due; e non c’era filo d’erba, o ragno, o fiore, o goccia d’acqua, che non si prendesse la sua parte.
I raggi del Sole raggiungono l’uva che matura sui tralci e perfino le presenze più piccole nominate da Rodari: un filo d’erba, un ragno, un fiore, una goccia d’acqua. Ciascuno «si prendeva la sua parte».
Proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti della favola. Ciò che viene distribuito dal Sole raggiunge ogni cosa, mentre lo sguardo della Nuvola si concentra su ciò che, raggio dopo raggio, viene sottratto a chi lo sta offrendo.
Rodari usa addirittura il verbo «rubava» per l’acino d’uva e subito dopo fa riprendere alla Nuvola la stessa immagine:
Lascia, lascia che tutti ti derubino: vedrai come ti ringrazieranno, quando non avrai più niente da farti rubare.
La Nuvola è ormai certa che il destino del Sole sia scritto. Più gli altri ricevono, meno resterà a lui.
Dentro le sue parole compare anche un altro elemento: il ringraziamento. La Nuvola immagina già il momento in cui il Sole, dopo aver dato tutto, scoprirà che la riconoscenza degli altri non potrà restituirgli ciò che, secondo lei, avrà perduto. Il suo invito a proteggersi nasce quindi da una visione nella quale ogni dono espone al rischio di rimanere senza qualcosa.
È una paura che può facilmente entrare anche nel nostro modo di vivere. Ciò che diamo viene allora osservato soprattutto dal punto di vista di ciò che ci costa, e la possibilità di ricevere meno di quanto abbiamo offerto può diventare una ragione per trattenere.
Gianni Rodari, però, non fa discutere il Sole con la Nuvola. Lascia semplicemente che la giornata continui.
Dare senza passare il tempo a fare i conti
Dopo i rimproveri della Nuvola arriva una delle righe decisive del racconto:
Il sole continuava allegramente il suo viaggio, regalando raggi a milioni, a miliardi, senza contarli.
La parola che modifica il senso di quanto abbiamo letto fino a questo momento è «regalando».
Poco prima i raggi sembravano qualcosa che gli altri sottraevano al Sole. Gli acini li «rubavano», mentre la Nuvola parlava apertamente di essere «derubati». Adesso Rodari ci porta dalla parte del Sole e ciò che sembrava una sottrazione assume un significato differente: quei raggi vengono offerti.
La distinzione riguarda il modo in cui viene guardato lo stesso gesto. La Nuvola vede soprattutto ciò che esce dalle mani di chi dà; il Sole prosegue invece il viaggio lasciando che ogni elemento incontrato abbia la propria parte. Rodari aggiunge che lo fa «senza contarli».
Ed è proprio il conteggio a preoccupare la Nuvola fin dal primo rimprovero: «vedrai quanti te ne rimangono». La sua certezza dipende dalla convinzione che quel numero sia destinato a diminuire ogni volta che qualcuno prende un raggio.
Il Sole rimanda quel calcolo. Continua il viaggio e continua a dare.
La favola porta così il discorso oltre il semplice gesto del donare. Quando ciò che viene offerto è continuamente misurato in rapporto a ciò che rimane, anche la generosità finisce per essere vissuta con preoccupazione. La Nuvola è già proiettata verso il momento in cui arriverà il saldo; il Sole, almeno per ora, continua il suo cammino.
Perché il Sole di Rodari è sempre allegro
C’è un particolare della favola che diventa ancora più significativo se letto alla luce di questo contrasto.
Rodari insiste sull’allegria del Sole. All’inizio lo presenta mentre viaggia «allegro e glorioso». Dopo i rimproveri della Nuvola, quando ormai sta regalando raggi «a milioni, a miliardi», scrive che continua «allegramente» il proprio viaggio. E la stessa parola tornerà ancora nell’ultima frase del racconto.
La Nuvola vive invece in uno stato d’animo opposto. È fin dall’inizio «di umore temporalesco», borbotta e trascorre il tempo preoccupandosi di ciò che potrebbe accadere al Sole.
Il contrasto permette di leggere la favola anche dal punto di vista della serenità. La Nuvola non sta perdendo i propri raggi, eppure è lei a vivere nell’inquietudine di una perdita futura, considerata inevitabile ancora prima che avvenga.
Il Sole è colui che sta effettivamente dando qualcosa e continua il proprio cammino con lo stesso stato d’animo con cui lo aveva iniziato.
L’allegria che Rodari gli attribuisce acquista così un significato più profondo. Il protagonista attraversa il cielo senza vivere ogni raggio regalato come qualcosa di cui preoccuparsi. La Nuvola, al contrario, trascorre la stessa giornata anticipando con il pensiero un impoverimento che deve ancora verificarsi.
Ed è soltanto al tramonto che arriverà il momento di scoprire se quella preoccupazione aveva un fondamento.
Il conto che la Nuvola aspettava
Dopo aver attraversato il cielo regalando raggi a tutto ciò che incontrava, il Sole finalmente fa quello che la Nuvola aspettava fin dall’inizio:
Solo al tramonto contò i raggi che gli rimanevano: e guarda un po’, non gliene mancava nemmeno uno.
È qui che Rodari scioglie la favola. La Nuvola aveva costruito tutto il proprio ragionamento sull’idea che dare significasse necessariamente diminuire ciò che si possiede. Il risultato del conto racconta qualcosa di diverso: dopo aver distribuito raggi a milioni e a miliardi, il Sole non ne trova neppure uno in meno.
Siamo dentro una favola e Rodari costruisce il finale proprio sul paradosso. I raggi hanno raggiunto l’uva, l’erba, i ragni, i fiori e le gocce d’acqua e, nello stesso tempo, sono ancora tutti del Sole. La generosità della storia non produce quindi quella mancanza che la Nuvola aveva atteso per tutta la giornata.
La sua reazione occupa appena una riga:
La nuvola, per la sorpresa, si sciolse in grandine.
Rodari non aggiunge altro. La sorpresa della Nuvola basta a mostrare quanto fosse lontano il finale reale da quello che aveva immaginato.
Cosa ci lascia la favola di Gianni Rodari
Il sole e la nuvola riesce a parlare di generosità senza presentarla come un sacrificio.
La Nuvola aveva immaginato il dono secondo una logica precisa: ogni raggio ricevuto da qualcun altro avrebbe lasciato il Sole con qualcosa in meno. Il finale introduce invece una possibilità diversa, quella di una ricchezza che raggiunge gli altri senza esaurirsi nel momento in cui viene condivisa.
È qui che anche l’allegria, ripetuta da Gianni Rodari durante il racconto, acquista tutto il suo peso. La Nuvola ha vissuto la giornata nell’attesa di una mancanza; il Sole ha attraversato quella stessa giornata regalando i propri raggi senza lasciare che il pensiero di quanti ne sarebbero rimasti occupasse tutto il viaggio.
Il racconto non dice che ogni risorsa sia infinita e neppure che si debba dare tutto a chiunque. Rodari parla dei raggi del Sole e costruisce su di essi il proprio paradosso. È quell’immagine, però, a far nascere una domanda che può continuare oltre i confini della favola: quante cose consideriamo una perdita soltanto perché siamo abituati a misurarle con la logica di ciò che, una volta dato, non torna più?
La domanda porta il racconto verso un punto diverso da quello da cui era partito. All’inizio la Nuvola era certa di conoscere già la conclusione: il Sole avrebbe scoperto di aver dato troppo. Al tramonto avviene esattamente il contrario. Il momento del conto, tanto temuto e atteso, non porta con sé alcun impoverimento.
E proprio qui si comprende meglio anche la serenità che accompagna il Sole per tutta la favola. Non deriva dal fatto che il conto non esista: alla fine anche lui conta i propri raggi. Deriva dal fatto che quel conto non ha governato l’intera giornata.
Dopo aver scoperto che non gliene manca neppure uno, Rodari potrebbe terminare la storia. Sceglie invece di aggiungere un’ultima immagine:
Il sole si tuffò allegramente nel mare.
Quell’«allegramente» torna per l’ultima volta e ci riporta all’inizio. Il Sole era «allegro e glorioso» quando ha cominciato il viaggio, ha continuato «allegramente» mentre regalava i suoi raggi e arriva al mare conservando la stessa disposizione.
La Nuvola aveva trascorso la giornata temendo un impoverimento che non si è verificato. Il Sole ha trascorso la stessa giornata dando, e soltanto alla fine ha guardato ciò che gli era rimasto.
La favola lascia così una riflessione che riguarda anche il modo in cui proteggiamo la nostra serenità: la paura di perdere può occupare molto spazio, persino quando ciò che temiamo di perdere è ancora interamente nelle nostre mani.

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