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Venezia 83, vince “Woman Unknown”: la Biennale premia il cinema che dà voce all’invisibilità femminile

Venezia 83: Leone d’Oro a “Woman Unknown” di May el-Toukhy. Coppa Volpi a Mathilde Arcel e John Malkovich, con un premio per Scamarcio in Orizzonti.

Venezia 83, vince Woman Unknown la Biennale premia il cinema che dà voce all'invisibilità femminile

La magia del Lido di Venezia ha calato il suo sipario, ma le emozioni e le storie narrate sul grande schermo continueranno a risuonare a lungo nei nostri cuori. L’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia chiude i battenti con una cerimonia ricca di sorprese, commozione e una forte impronta autoriale, confermando ancora una volta come il cinema sia un prolungamento naturale della grande letteratura: un mezzo potente per esplorare i labirinti dell’animo umano.

Condotta dall’eleganza degli attori Greta Scarano e Nicolas Maupas, e arricchita dalla vibrante performance live di Francesca Michielin, la serata di premiazione ha incoronato opere profonde, viscerali e coraggiose. Ma a brillare più di tutti, conquistando il prestigioso Leone d’Oro per il miglior film, è stata “Woman Unknown”, l’indagine delicata e toccante della regista danese May el-Toukhy.

Il Leone d’Oro a “Woman Unknown”: l’invisibilità femminile al centro della scena

Woman Unknown (titolo originale Kvinde Ukendt) è una co-produzione che unisce le sensibilità di Danimarca, Svezia e Lettonia. La pellicola di May el-Toukhy è un’opera di straordinaria forza narrativa che esplora il tema, purtroppo sempre attuale, dell’invisibilità delle donne. Al centro della vicenda troviamo Marie, una giovane governante che sta per compiere il grande passo di sposare il ricco e anziano vedovo per cui lavora, di nome Christian.

Ma dietro questa premessa dalle tinte quasi ottocentesche e di forte sapore “brontiano”, si nasconde un dramma psicologico di rara potenza. La giuria ha voluto premiare non solo la regia impeccabile, ma anche l’anima pulsante del film: l’attrice protagonista Mathilde Arcel, che per questo suo primo e sofferto ruolo si è aggiudicata anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Si tratta di un riconoscimento doppio dal sapore storico; la stessa attrice dal palco si è detta “emozionatissima” per una parte tanto difficile da interpretare, e che è destinata a restare impressa nella memoria collettiva, proprio come accade per le grandi eroine dei classici della letteratura.

Il ritorno dei Maestri: i Leoni d’Argento

Se il Leone d’Oro parla nordeuropeo, il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria ci porta in Estremo Oriente, confermando la maestria assoluta del cinema sudcoreano. A vincerlo è stato il celebre maestro Lee Chang-dong con il suo Possible Love (Ga-Neung-Han Sa-Rang). Chi ama la poesia visiva sa bene come Lee Chang-dong sia capace di trasformare i tormenti quotidiani in pura lirica esistenziale, e questo trionfo veneziano suggella il suo graditissimo ritorno dietro la macchina da presa.

Il Leone d’Argento – Premio per la Migliore Regia ha invece omaggiato l’audacia e la sperimentazione radicale di Ilya Khrzhanovsky per l’imponente e divisivo progetto DAU, co-prodotto tra Germania, Francia e Svezia. Un cinema totale, che sfida i confini della forma e della logica narrativa classica, chiedendo allo spettatore un’immersione in universi complessi e stratificati.

Le Coppe Volpi e le nuove stelle della recitazione

Oltre alla già citata e talentuosissima Mathilde Arcel, la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile ha celebrato un gigante assoluto del nostro tempo: John Malkovich. L’attore statunitense è stato premiato per la sua straordinaria, folgorante prova in Wild Horse Nine, l’ultima attesissima fatica del regista e drammaturgo irlandese Martin McDonagh. La sinergia tra la scrittura brillante, venata di geniale black humor di McDonagh, e l’istrionismo di Malkovich ha dato vita a una performance indimenticabile.

Tuttavia, il cinema vive anche di sguardi rivolti ai talenti del futuro: non a caso il Premio Marcello Mastroianni, storicamente dedicato a un giovane attore o attrice emergente, è stato assegnato a Malou Khebizi per il film 15/18 (A Place to Heal) del regista Cédric Kahn, una storia che sa mettere in primo piano le fragilità umane con rara delicatezza.

Venezia 83: i temi sociali, la grande scrittura e le soddisfazioni italiane

Il cinema d’impegno civile non è rimasto in ombra. Il Premio Speciale della Giuria è andato a Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, un’opera di coproduzione britannica che è stata accolta da una vibrante standing ovation in Sala Grande. Il documentario affronta temi di urgente attualità, dimostrando come la settima arte possa e debba essere anche testimonianza viva.

La sceneggiatura è da sempre lo scheletro di una grande opera: quest’anno il Premio per la Migliore Sceneggiatura è andato ai francesi Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per l’intenso Un bon petit soldat.

E l’Italia? Nonostante l’assenza di riconoscimenti nel Concorso principale, il nostro Paese ha trovato la sua dimensione di grande soddisfazione nella sezione Orizzonti. Un visibilmente emozionato Riccardo Scamarcio ha infatti vinto il Premio Orizzonti per la Migliore Interpretazione Maschile grazie al suo ruolo ne I figli della scimmia di Tommaso Landucci. Si tratta di un dramma intimo, capace di scavare nelle dinamiche domestiche esplorando il delicato rapporto tra un padre, il proprio figlio disabile e il nipote adolescente. Ritirando il premio, Scamarcio ha regalato alla platea uno dei momenti più sentiti della kermesse, dedicando il riconoscimento “a tutti i papà del mondo” e alla propria famiglia.

Infine, il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima (Luigi De Laurentiis) è stato assegnato a La Maison du Vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu, a conferma di una Mostra sempre affamata di nuovi orizzonti e di nuovi autori emergenti.

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