“Essere o non essere”: Shakespeare svela perché bisogna avere il coraggio di agire

Dalla celebre riflessione ‘Essere o non essere’ alla vita reale: perché il dubbio ci paralizza e come trovare il coraggio di agire.

"Essere o non essere": Shakespeare svela perché bisogna avere il coraggio di agire

Essere o non essere” è il dilemma che William Shakespeare affida ad Amleto nel terzo atto dell’omonima tragedia, ma dentro quelle parole vive un conflitto che l’essere umano continua a portarsi dietro nella vita di tutti i giorni. Dubbi e insicurezze accompagnano molte delle nostre scelte: desideriamo sapere dove ci condurranno prima di trovare il coraggio di compierle. Vorremmo amare senza rischiare di essere abbandonati, cambiare senza perdere ciò che ci protegge, parlare senza ferire, scegliere senza pentirci. Il futuro, però, resta muto proprio quando gli chiediamo le garanzie di cui avremmo bisogno.

Amleto conosce questa paura nella sua forma più estrema. Davanti alla sofferenza si domanda perché l’uomo continui a sopportare “quei mali che già abbiamo” invece di affrontare “altri mali sconosciuti”. Poi il pensiero arriva a intaccare persino il coraggio:

La coscienza, così, fa tutti vili,
così il colore della decisione
al riflesso del dubbio si corrompe
e le imprese più alte e che più contano
si disviano, perdono anche il nome
dell’azione.

Shakespeare porta sulla scena un uomo che cerca nel pensiero una risposta capace di sciogliere l’incertezza e ci permette di osservare quanto possa diventare doloroso aspettare che ogni dubbio sia risolto prima di vivere. Secoli dopo, quella tensione continua ad abitare relazioni, paure, desideri e decisioni molto diverse da quelle di Amleto.

È attraverso questo conflitto profondamente umano che le parole di William Shakespeare possono offrirci una risposta per vivere meglio.

Amleto di William Shakespeare: una tragedia che ha segnato la storia della letteratura

Composto tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, Amleto (The Tragicall Historie of Hamlet, Prince of Denmark, ossia La tragedia di Amleto, principe di Danimarca) è una delle tragedie più celebri di William Shakespeare e una delle opere che hanno lasciato l’impronta più profonda nella letteratura occidentale. Pubblicata per la prima volta nel 1603, appartiene alla stagione delle grandi tragedie shakespeariane e porta sulla scena una storia di morte, vendetta, tradimento e lotta per il potere.

La grandezza dell’opera, però, supera la vicenda che racconta. Con Amleto, Shakespeare costruisce un protagonista nel quale il conflitto non si consuma soltanto attraverso ciò che accade intorno a lui, ma anche dentro la sua coscienza. Pensiero e azione, essere e apparire, certezza e dubbio si intrecciano continuamente nella tragedia. Proprio questa capacità di trasformare una storia di vendetta in un’indagine sull’esistenza e sul valore delle azioni umane ha alimentato nei secoli interpretazioni molto diverse del personaggio e dell’opera.

La vicenda è ambientata in Danimarca e ruota attorno al principe Amleto. Suo padre, il re, è morto e sul trono è salito Claudio, fratello del sovrano defunto, che ha sposato Gertrude, madre del giovane principe. L’equilibrio della corte viene sconvolto dall’apparizione del fantasma del padre di Amleto: lo spettro rivela al figlio di essere stato assassinato da Claudio e gli chiede di vendicare la sua morte.

Da quel momento la vendetta che dovrebbe guidare l’azione diventa per Amleto anche un problema di conoscenza e di coscienza. Il principe vuole capire se possa fidarsi della rivelazione ricevuta e cerca una prova della colpevolezza dello zio. L’occasione arriva con una compagnia di attori: Amleto decide di far rappresentare davanti alla corte L’assassinio di Gonzago, introducendo una scena simile all’omicidio descritto dal fantasma, per osservare la reazione di Claudio.

È in questo clima che si apre l’Atto III, uno dei momenti cruciali della tragedia. Amleto è ormai stretto tra la necessità di conoscere la verità e quella di agire. Proprio qui Shakespeare colloca il celebre monologo “Essere o non essere”, nel quale la crisi del protagonista raggiunge una dimensione ancora più radicale e investe il significato stesso dell’esistenza.

L’atto porta poi a compimento il piano escogitato dal principe. Durante la rappresentazione teatrale, la reazione di Claudio davanti all’assassinio messo in scena convince Amleto della sua colpevolezza. Poco prima, anche il rapporto con Ofelia è precipitato: la giovane gli ha restituito i suoi doni e Amleto l’ha respinta duramente.

La conferma ottenuta attraverso lo spettacolo sembra finalmente poter condurre Amleto alla vendetta. Quando incontra Claudio in preghiera, però, il principe decide di non ucciderlo in quel momento. Poco dopo, durante un acceso confronto con la madre Gertrude, sente qualcuno nascosto dietro un arazzo, sguaina la spada e colpisce senza conoscere l’identità della persona che si trova dall’altra parte. A morire è Polonio, padre di Ofelia.

L’Atto III diventa così uno snodo fondamentale dell’opera: contiene “Essere o non essere”, la rottura con Ofelia, la prova della colpevolezza di Claudio, l’occasione in cui Amleto rinuncia alla vendetta e l’uccisione di Polonio. È soprattutto dentro questo atto che il contrasto tra pensiero e azione assume una forza drammatica destinata a rendere Amleto uno dei personaggi più discussi della storia della letteratura.

La trappola del dubbio: perché abbiamo paura di agire

Il tormento di Amleto nasce da una domanda che Shakespeare porta fino alla sua conseguenza più estrema: che cosa accade quando vivere significa sopportare una sofferenza e l’alternativa che immaginiamo ci conduce verso qualcosa che non possiamo conoscere? Il principe apre il suo monologo mettendo una possibilità di fronte all’altra:

Essere… o non essere. È il problema.
Se sia meglio per l’anima soffrire
oltraggi di fortuna, sassi e dardi,
o prender l’armi contro questi guai
e opporvisi e distruggerli.

Il significato letterale di queste parole non va attenuato: Amleto sta pensando alla vita e alla morte. “Sopportare” significa continuare a vivere accettando le ferite che l’esistenza può infliggere; “armarsi” contro quel “mare di sciagure” conduce invece il suo pensiero verso la possibilità di porre fine alla propria vita.

Dentro questa alternativa Shakespeare mette però qualcosa che conosciamo anche al di fuori della situazione estrema del principe: la fatica di scegliere quando entrambe le possibilità hanno un prezzo. Il dubbio diventa più difficile proprio quando nessuna strada ci garantisce di stare bene.

È facile desiderare un cambiamento finché lo immaginiamo soltanto. Decidere significa accettare anche ciò che quel cambiamento potrebbe portarci via. Lasciare una relazione che ci fa soffrire può voler dire ritrovarsi soli; abbandonare un lavoro che ci svuota può significare perdere una sicurezza economica; dire finalmente ciò che pensiamo può liberarci da un peso e contemporaneamente modificare un rapporto al quale teniamo.

La nostra mente comincia allora a confrontare continuamente ciò che potrebbe accadere. Costruiamo scenari, immaginiamo conseguenze, cerchiamo segnali che ci dicano quale sia la scelta giusta. Dietro questa ricerca può nascondersi un desiderio comprensibile ma impossibile da soddisfare: scegliere senza rischiare di perdere nulla.

Amleto incontra questo limite quando immagina la morte come un sonno capace di mettere fine alle sofferenze e subito si domanda che cosa potrebbe nascondersi dentro quel sonno:

Morire, dormire;
dormire, sognar forse… Forse; e qui
è l’incaglio: che sogni sopravvengano
dopo che ci si strappa dal tumulto
della vita mortale, ecco il riguardo
che ci arresta

Quel verbo, “arresta”, è decisivo. Il pensiero di Amleto procede finché incontra qualcosa che non può conoscere. Proprio lì si ferma.

La paura nasce allora non soltanto da ciò che potrebbe accadere, ma dall’impossibilità di prevederlo. Vorremmo sapere se una persona ci mancherà prima di lasciarla, se saremo capaci di ricominciare prima di cambiare strada, se una dichiarazione sarà ricambiata prima di pronunciarla, se una decisione si rivelerà giusta prima ancora di prenderla.

La vita non può consegnarci queste risposte in anticipo. Possiamo raccogliere informazioni, ascoltare gli altri, valutare le conseguenze e concederci il tempo necessario per capire ciò che desideriamo. Arriva però un punto oltre il quale continuare a pensare non produce nuove informazioni: stiamo soltanto chiedendo al futuro di rivelarsi prima di esistere.

Shakespeare porta questa paura alla sua formulazione più netta quando Amleto si domanda perché l’essere umano continui a sopportare il peso dell’esistenza:

se non fosse l’angoscia del paese
dopo la morte, da cui mai nessuno
è tornato, a confonderci il volere
ed a farci indurire ai mali d’oggi
piuttosto che volare a mali ignoti?

Qui emerge il cuore della trappola. Il conosciuto può sembrarci più sicuro anche quando ci fa male. Conosciamo le regole di una relazione infelice, sappiamo come attraversare giornate lavorative che non ci appartengono più, abbiamo imparato persino a convivere con certe solitudini. Il cambiamento, invece, ci priva temporaneamente di quella familiarità.

Per questo restare fermi non significa necessariamente aver scelto ciò che ci fa stare meglio. Può significare aver scelto ciò che ci spaventa meno perché lo conosciamo già.

La domanda che Shakespeare lascia emergere attraverso Amleto diventa allora molto vicina alla nostra vita: quante delle certezze che aspettiamo prima di agire sono informazioni di cui abbiamo davvero bisogno e quante sono, invece, garanzie che nessuno potrà mai darci?

Come trovare il coraggio di scegliere senza conoscere già il futuro

Uscire dalla trappola del dubbio non significa smettere di pensare, ignorare le conseguenze delle nostre decisioni o trasformare il coraggio in impulsività. La tragedia di Shakespeare mostra quanto entrambe le direzioni possano diventare pericolose. Amleto cerca a lungo una certezza che possa sostenerne l’azione, ma nello stesso Atto III lo vediamo anche agire senza conoscere abbastanza.

Il contrasto emerge con particolare forza quando Amleto trova Claudio solo, in preghiera. La prova della sua colpevolezza è ormai arrivata attraverso la rappresentazione teatrale e il principe ha davanti a sé l’uomo che deve vendicare:

Sarebbe proprio a tiro, ora che sta pregando.
Lo farò senz’altro. Lo spedisco in Cielo
e sono vendicato. Devo rifletterci, però.

Quel “Devo rifletterci, però” riapre immediatamente il conflitto. Amleto pensa che uccidere Claudio mentre prega possa significare mandarlo in Cielo e concedergli una sorte migliore di quella toccata a suo padre. Per questo ripone la spada e decide di aspettare un’altra occasione.

Shakespeare mostra così quanto il pensiero possa continuare a modificare una decisione anche quando sembrava ormai raggiunta. Una risposta apre una nuova domanda, una certezza raggiunta lascia emergere un’altra conseguenza da valutare. Il problema non è riflettere prima di agire: nasce quando continuiamo a cercare una condizione ulteriore capace di liberarci completamente dall’incertezza.

Qualcosa di simile può accadere nelle nostre scelte. Aspettiamo “il momento giusto” per affrontare una conversazione, cerchiamo un’altra conferma prima di cambiare una situazione che ci fa stare male, rimandiamo una decisione finché non saremo sicuri di non pentircene. Il pensiero continua a essere utile finché ci permette di conoscere qualcosa che ancora ignoriamo; diventa una trappola quando gli chiediamo di prevedere ciò che potremo sapere soltanto dopo aver scelto.

La risposta, però, non consiste nel passare dall’esitazione all’impulso. Poco dopo Shakespeare conduce Amleto nella direzione opposta. Durante il confronto con Gertrude, il principe sente Polonio gridare da dietro l’arazzo e colpisce senza sapere chi si trovi dall’altra parte:

Come? C’è dunque un topo! Per un ducato!
Eccolo bell’e morto!

Solo dopo aver sferrato il colpo Amleto domanda: “È il re?”. Gertrude definisce immediatamente ciò che ha appena compiuto una “furia sanguinosa e inconsulta”. Shakespeare mostra così anche il pericolo contrario: agire prima di possedere una conoscenza che avremmo potuto avere.

Le due scene mettono Amleto davanti a estremi opposti. Con Claudio continua a riflettere quando l’occasione di agire è davanti a lui; con Polonio agisce senza sapere chi stia colpendo. La tragedia evita così una risposta troppo facile: il coraggio non coincide né con l’eliminazione del dubbio né con un’azione compiuta a qualsiasi costo.

La distinzione utile per la nostra vita passa allora tra ciò che possiamo ancora conoscere e ciò che nessuno può garantirci. Prima di una scelta possiamo cercare fatti, comprendere una situazione, ascoltare le persone coinvolte e valutarne le conseguenze. Arriva però un momento in cui le informazioni finiscono e comincia il territorio dell’incertezza.

Davanti a una relazione, a un cambiamento professionale o a un conflitto che dobbiamo affrontare, la domanda può allora cambiare. Invece di chiederci “Come faccio a sapere che andrà bene?”, possiamo domandarci: che cosa abbiamo ancora bisogno di sapere per scegliere responsabilmente?

La differenza è piccola soltanto in apparenza. La prima domanda pretende di conoscere l’esito; la seconda cerca di capire se abbiamo fatto tutto ciò che era ragionevolmente possibile prima di decidere.

Il coraggio che possiamo ricavare dalla tragedia di Amleto nasce proprio in questo spazio: pensare quanto serve per scegliere responsabilmente e accettare che una parte del futuro resterà sconosciuta anche nel momento in cui dovremo agire.

La lezione universale di Shakespeare per restare umani: “Essere o non essere”

Rileggere oggi “Essere o non essere” significa incontrare una domanda che appartiene ad Amleto e, in forme molto diverse, continua a riguardare ciascuno di noi. Shakespeare porta il suo personaggio davanti all’incertezza più radicale e mostra quanto sia difficile agire quando vorremmo conoscere in anticipo le conseguenze delle nostre scelte.

Il dubbio, del resto, non è un nemico da eliminare. Ci protegge dalle decisioni avventate, ci costringe a considerare gli altri, ci permette di riconoscere un pericolo e di domandarci se ciò che stiamo facendo corrisponda davvero a ciò che desideriamo. Diventa una prigione quando gli affidiamo un compito che nessun pensiero può svolgere: renderci certi del futuro.

Una relazione può finire anche se abbiamo riflettuto a lungo prima di iniziarla. Un cambiamento professionale può rivelarsi diverso da come lo avevamo immaginato. Una persona può reagire male a una verità che sentivamo necessario pronunciare. Una scelta compiuta con attenzione può persino diventare, un giorno, qualcosa che avremmo preferito fare diversamente. La possibilità dell’errore appartiene alla libertà di scegliere.

William Shakespeare ci aiuta allora a distinguere due domande che sembrano simili, ma conducono in direzioni molto diverse. Possiamo chiederci se sappiamo abbastanza per scegliere responsabilmente, oppure continuare a domandarci se conosciamo con certezza che la nostra scelta avrà l’esito desiderato. Alla prima domanda possiamo cercare una risposta. La seconda pretende dalla vita una garanzia che la vita non possiede.

“Essere o non essere” acquista così, per noi, un’eco che supera la situazione estrema del principe di Danimarca. Vivere significa anche trovarsi davanti a possibilità delle quali conosciamo soltanto una parte, decidere senza poter vedere ogni conseguenza e accettare che qualche risposta arriverà soltanto dopo aver scelto.

Il coraggio, allora, non consiste nel liberarsi dei dubbi né nel lanciarsi alla cieca verso ciò che non conosciamo. Consiste nel concedere al pensiero il tempo necessario per capire e, quando quel pensiero ha fatto tutto ciò che poteva, accettare la parte di incertezza che rimane e scegliere comunque.

Forse è proprio questo che la tragedia di Amleto può ancora insegnarci: aspettare di non avere più paura rischia di farci consegnare la nostra vita all’attesa, mentre agire senza comprendere può ferire noi e gli altri. Tra questi due estremi esiste uno spazio profondamente umano nel quale nessuno possiede tutte le risposte, ma possiamo comunque assumerci la responsabilità delle nostre scelte. È lì che il dubbio smette di impedirci di vivere e può finalmente lasciare spazio al coraggio di agire.