C’è una frase di De André che racchiude uno degli aspetti più sorprendenti dell’amore: possiamo essere convinti che una persona sia insostituibile, soffrire quando la storia finisce e scoprire, un giorno, di essere ancora capaci di innamorarci.
È una delle intuizioni più umane contenute ne La canzone dell’amore perduto. De André non nega il dolore della fine e neppure il rimpianto per ciò che è stato. Ma proprio quando tutto sembra ormai appartenere al passato introduce una possibilità nuova:
ma sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato
per un amore nuovo.
Sono parole che spostano improvvisamente lo sguardo dalla perdita a ciò che ancora può accadere.
Perché quando finisce un grande amore possiamo avere la sensazione che niente riuscirà a sostituirlo. Pensiamo che certe emozioni appartengano soltanto alla persona che abbiamo perduto e che non saremo più capaci di provare la stessa intensità.
De André sembra suggerire qualcosa di diverso: il fatto che un amore sia stato enorme non significa che debba essere l’ultimo. Possiamo conservare ciò che abbiamo vissuto e, nello stesso tempo, tornare a desiderare qualcuno che ancora non conosciamo.
Ed è proprio questa apparente contraddizione a rendere la frase così potente.
La canzone dell’amore perduto: la storia vera dietro la frase di De André
Per comprendere fino in fondo le parole de La canzone dell’amore perduto bisogna conoscere anche la storia personale che accompagna la nascita del brano. Dietro una delle più celebri riflessioni di Fabrizio De André sulla fine dell’amore c’è infatti il rapporto con la sua prima moglie, Enrica Rignon, conosciuta come Puny.
De André conobbe Enrica all’inizio degli anni Sessanta. Lei apparteneva a una famiglia della borghesia genovese, era più grande di lui di alcuni anni e condivideva con il futuro cantautore una grande passione per la musica. I due si sposarono nel 1962 e nello stesso anno nacque il loro figlio Cristiano De André. La loro relazione sarebbe poi terminata con la separazione negli anni Settanta.
La canzone dell’amore perduto nasce però molto prima della separazione definitiva, quando il loro rapporto stava già attraversando una fase difficile.
A raccontarlo fu proprio Enrica Rignon. Ricordando il modo in cui De André trasformava le esperienze della propria vita in materiale artistico, spiegò che il cantautore compose la canzone quando tra loro “i giochi […] erano ormai fatti”. Il rapporto non funzionava più come prima, eppure i due continuarono a vivere insieme perché, come ricordò Puny, si volevano ancora bene. La testimonianza è riportata da Luigi Viva nella biografia Vita di Fabrizio De André.
Questo particolare biografico aiuta a comprendere meglio l’esperienza dalla quale nascono le parole di De André.
De André non parte infatti dall’esperienza di una rottura improvvisa o da un amore cancellato da un giorno all’altro. Alle spalle del brano c’è qualcosa di molto più sottile e forse anche più doloroso: due persone possono continuare a volersi bene mentre scoprono che la passione che le aveva unite non è più la stessa.
È una condizione nella quale non esiste necessariamente un colpevole. Non serve un tradimento, un evento traumatico o una decisione improvvisa perché un rapporto cambi. A volte è il sentimento stesso a trasformarsi, mentre tra due persone rimangono l’affetto, la familiarità costruita negli anni e il legame con una parte importante della propria vita.
È proprio questa esperienza privata che De André riesce a trasformare in qualcosa di universale.
Il brano viene pubblicato nel 1966, sul lato A del 45 giri La canzone dell’amore perduto/La ballata dell’amore cieco (o della vanità), e nello stesso anno compare in Tutto Fabrizio De André. Anche la sua origine musicale è particolare: la melodia è basata sull’Adagio del Concerto per tromba, archi e basso continuo in re maggiore di Georg Philipp Telemann, compositore tedesco del periodo barocco.
La delicatezza della musica accompagna così un’esperienza sentimentale che De André conosceva personalmente, ma che nella canzone smette di appartenere soltanto alla sua biografia.
Perché ciò che accadde tra Fabrizio ed Enrica pone una domanda nella quale possono riconoscersi molte persone: che cosa succede quando continuiamo a voler bene a qualcuno, ma ci accorgiamo che l’amore che provavamo un tempo non esiste più nello stesso modo?
Ed è proprio partendo da questa esperienza che De André arriva alla sorprendente intuizione racchiusa nella frase: anche quando abbiamo amato profondamente qualcuno, il nostro desiderio non finisce necessariamente insieme a quella storia.
Perché anche dopo un grande amore possiamo innamorarci di nuovo
La forza della frase di Fabrizio De André sta innanzitutto nella capacità di spostare improvvisamente lo sguardo dal passato al futuro. Il dolore per ciò che è finito rimane, così come il rimpianto per un sentimento che un tempo sembrava destinato a durare. Eppure tutto questo non impedisce che qualcosa possa ricominciare.
De André sembra cogliere così una delle esperienze più misteriose dell’amore: possiamo essere convinti che una persona sia insostituibile e scoprire, con il tempo, che il nostro cuore è ancora capace di aprirsi a qualcun altro.
Non significa dimenticare chi abbiamo amato. Il ricordo può continuare ad accompagnarci e ciò che abbiamo vissuto può conservare intatto il proprio valore. Semplicemente, il passato smette di occupare tutto lo spazio disponibile.
È significativa, in questo senso, l’immagine della “prima che incontri per strada”. De André sceglie una persona qualsiasi, ancora sconosciuta. Non sappiamo chi sia, da dove venga e neppure quando apparirà nella nostra vita. Oggi potremmo passarle accanto senza accorgercene; domani potrebbe diventare qualcuno senza il quale faticheremmo a immaginare le nostre giornate.
C’è qualcosa di profondamente umano in questa intuizione: le persone che diventeranno fondamentali nella nostra vita, prima di incontrarle, sono per noi dei perfetti sconosciuti. Poi avviene un incontro e quella distanza può trasformarsi in intimità.
Anche l’immagine del “bacio mai dato” acquista allora un significato particolare. Non appartiene alla memoria, ma alla possibilità. È un gesto che ancora non è avvenuto e che proprio per questo contiene tutto ciò che potrebbe nascere: l’attrazione, l’attesa, il desiderio e l’inizio di una storia che deve ancora essere vissuta.
De André mette così in comunicazione due tempi della nostra vita sentimentale: ciò che non possiamo più avere e ciò che non sappiamo ancora che avremo.
E persino quel “coprire d’oro” racconta qualcosa della capacità umana di ricominciare. Dopo una delusione possiamo convincerci di essere diventati più freddi, prudenti, incapaci di abbandonarci nuovamente. Poi qualcuno arriva e ci scopriamo ancora disposti a investire emozioni, attenzioni, speranze e desideri.
Il nuovo amore, però, non deve prendere il posto di quello precedente. Possiamo amare nuovamente senza rendere meno vero ciò che abbiamo amato prima. Un sentimento non perde il proprio valore soltanto perché ha avuto una fine, così come una nuova relazione non deve cancellare la precedente per poter essere autentica.
È forse questo l’aspetto più luminoso della frase di De André: mentre noi tendiamo a vivere una perdita come qualcosa di definitivo, la vita conserva possibilità delle quali non conosciamo ancora l’esistenza.
Ed è proprio in questo spazio ancora vuoto che De André lascia entrare la speranza: non quella di recuperare ciò che abbiamo perduto, ma quella di scoprire che siamo ancora capaci di amare ciò che deve ancora arrivare.
Il rimpianto per un amore finito non ci impedisce di ricominciare
Prima che possa esserci spazio per un nuovo sentimento, però, Fabrizio De André non cancella il dolore di ciò che è stato perduto. Ed è un passaggio fondamentale per comprendere davvero la sua frase: ricominciare non significa attraversare indenni la fine di una storia.
Nella canzone, infatti, rimane il rimpianto per un tempo ormai lontano. Ciò che un tempo apparteneva al presente diventa memoria e proprio la distanza può rendere ancora più evidente il valore di quello che non abbiamo più.
È un’esperienza comune alla fine di molte relazioni. Quando una storia si conclude, non perdiamo soltanto una persona: perdiamo anche una parte della vita che avevamo costruito insieme a quella persona. Abitudini, progetti, luoghi, gesti quotidiani e persino una certa idea del futuro possono improvvisamente appartenere al passato.
Per questo il rimpianto non coincide necessariamente con il desiderio di tornare indietro. Possiamo sapere che una relazione è finita e, nello stesso tempo, provare nostalgia per la felicità che ci aveva dato. Possiamo riconoscere che quel sentimento si è trasformato senza dover negare quanto fosse stato importante.
De André sembra accettare proprio questa contraddizione: qualcosa può essere finito e continuare ad avere valore dentro di noi.
È una distinzione importante, perché spesso immaginiamo la possibilità di ricominciare come una sorta di cancellazione. Pensiamo di essere pronti ad amare nuovamente soltanto quando non proveremo più nulla guardando indietro, come se un nuovo sentimento avesse bisogno di fare tabula rasa di tutto ciò che lo ha preceduto.
Ma l’esperienza umana è molto meno lineare. Il passato può restare con noi senza impedirci di andare avanti. Un ricordo può commuoverci senza chiederci di tornarci dentro. Possiamo sentire nostalgia per la persona che siamo stati accanto a qualcuno e, contemporaneamente, desiderare una vita diversa.
È proprio qui che il pensiero di De André acquista una particolare profondità. Il nuovo non nasce necessariamente quando ciò che è stato è ormai dimenticato: può nascere mentre continuiamo a custodire ciò che abbiamo vissuto.
Il rimpianto e la speranza, allora, non sono sentimenti incompatibili. Il primo guarda verso qualcosa che non può più tornare; la seconda verso qualcosa che ancora non conosciamo. E una persona può contenere entrambi.
Crescere sentimentalmente significa anche imparare questo: non tutte le storie devono durare per sempre per avere avuto un senso. Alcune possono accompagnarci per una parte della vita, cambiarci profondamente e poi terminare. Ciò che ci hanno lasciato continuerà a far parte di noi, ma non dovrà necessariamente decidere ciò che verrà dopo.
Fabrizio De André non ci invita quindi a dimenticare ciò che è stato né a considerare facilmente sostituibile chi abbiamo amato. Ci suggerisce qualcosa di molto più umano: accettare che una storia possa terminare senza pensare che insieme a quella storia sia terminata anche la nostra possibilità di essere felici.
Perché il passato può continuare ad appartenerci senza diventare il luogo nel quale siamo costretti a rimanere.
Il pensiero più bello racchiuso nella sua frase è proprio questo: mentre rimpiangiamo un amore che conosciamo, la vita può avere già davanti a noi un amore del quale non conosciamo ancora nemmeno il volto.

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