“Non accontentarti”. È una frase che spesso arriva nei momenti in cui sentiamo di poter fare qualcosa di più per noi stessi. Può riguardare il lavoro, un progetto che continuiamo a rimandare, un’abitudine che vorremmo cambiare o un aspetto del nostro carattere con cui abbiamo imparato a convivere. Eppure, con il passare del tempo, diventa facile sistemarsi dentro ciò che già conosciamo e convincerci che vada bene così.
Accontentarsi, del resto, ha anche un significato positivo. Significa apprezzare ciò che abbiamo, dare valore ai traguardi raggiunti e smettere di misurare continuamente la nostra felicità su quello che ancora ci manca. Quando però questo atteggiamento riguarda la persona che siamo, il confine con la rassegnazione diventa più sottile. Sentirsi soddisfatti del proprio cammino può convivere con il desiderio di crescere ancora.
È proprio su questo punto che Lucio Anneo Seneca, nella Lettera 5 delle Lettere morali a Lucilio, rivolge all’amico un’esortazione semplice e sorprendentemente concreta:
Non posso che approvare e compiacermi che tu tenacemente ti applichi allo studio e, tralasciate tutte le altre occupazioni, miri soltanto a diventare ogni giorno migliore; né soltanto ti esorto a continuare, ma te ne prego.
Per Seneca, diventare “ogni giorno migliore” richiede un impegno costante verso se stessi. La soddisfazione per ciò che abbiamo raggiunto resta preziosa, mentre la convinzione di essere ormai arrivati rischia di spegnere quella curiosità verso noi stessi che ci permette di riconoscere un limite, correggere un errore e scoprire capacità che avevamo lasciato da parte.
Lettere morali a Lucilio di Seneca: un’opera sempre attuale
Le Epistulae morales ad Lucilium, conosciute come Lettere morali a Lucilio, sono una raccolta di 124 lettere suddivise in 20 libri, composte da Lucio Anneo Seneca negli ultimi anni della sua vita, tra il 62 e il 65 d.C., durante il periodo in cui il filosofo si era progressivamente allontanato dalla vita politica.
Destinatario delle lettere è Lucilio Iuniore, amico di Seneca, uomo di cultura e governatore della Sicilia. Intorno alla reale natura dello scambio epistolare rimangono alcuni dubbi: gli studiosi si sono interrogati a lungo sulla possibilità che le lettere fossero state concepite fin dall’inizio anche per la pubblicazione. Al di là della loro origine, Seneca costruisce attraverso il dialogo con Lucilio un percorso nel quale la filosofia entra continuamente nella vita quotidiana.
Le lettere prendono spesso le mosse da un episodio, un comportamento o una preoccupazione concreta per arrivare gradualmente a una riflessione più ampia. Il tempo, la morte, l’amicizia, la ricchezza, la paura, la virtù e la ricerca della serenità diventano così occasioni per interrogarsi sul modo in cui conduciamo la nostra esistenza e sul lavoro che ciascuno può compiere su se stesso.
È in questo percorso che si inserisce la Lettera 5 del primo libro. Seneca si rivolge a Lucilio mostrando soddisfazione per la costanza con cui l’amico si dedica alla filosofia e per il suo proposito di “diventare ogni giorno migliore”. Da questa frase prende forma una riflessione sul significato stesso del miglioramento personale e su un rischio nel quale è facile cadere: confondere un cambiamento autentico con il bisogno di mostrarlo agli altri.
Seneca osserva così i comportamenti di chi sceglie abiti trasandati, ostenta il disprezzo per il denaro o ricerca volontariamente una vita scomoda per dimostrare la propria diversità. Sono gesti visibili, capaci di attirare l’attenzione, mentre il percorso indicato dalla filosofia riguarda soprattutto ciò che accade dentro la persona. La Lettera 5 comincia così a tracciare una strada molto più impegnativa: capire che cosa significhi davvero diventare migliori, senza trasformare il miglioramento in una posa da esibire.
Quando accontentarsi di se stessi diventa un limite
Accontentarsi può significare riconoscere ciò che abbiamo e smettere di vivere inseguendo continuamente quello che manca. Seneca stesso, nella Lettera 5, attribuisce valore a questa capacità quando riflette sul rapporto con il presente. Il problema cambia quando la stessa soddisfazione viene trasferita alla persona che siamo e diventa la convinzione di avere già raggiunto un punto sufficiente nel lavoro sul nostro carattere. È qui che il percorso indicato a Lucilio rischia di interrompersi.
Seneca mette a fuoco questo pericolo distinguendo due atteggiamenti che possono sembrare simili e che, invece, nascono da intenzioni profondamente diverse. Parlando di quanti intraprendono la filosofia, raccomanda all’amico:
Ti raccomando, però, di non vestire e di non comportarti in modo strano, come quelli che non intendono perfezionarsi, ma essere notati: non trascurare la tua persona, evita di portare i capelli lunghi, la barba incolta, di disprezzare gli oggetti preziosi, di dormire sdraiato per terra e rifuggi da tutti quegli altri modi che per una via falsa mirano a soddisfare l’ambizione.
La distinzione tra “perfezionarsi” ed “essere notati” chiarisce che per Seneca il progresso riguarda anzitutto la persona che si diventa. Anche la scelta della filosofia può fermarsi alla superficie quando produce soltanto nuovi comportamenti attraverso cui distinguersi. L’ambizione, in quel caso, rimane presente: cambia il modo di manifestarsi, perché al desiderio di essere ammirati per ciò che si possiede può sostituirsi quello di essere ammirati per ciò a cui si rinuncia.
Per questo Seneca sposta immediatamente l’attenzione dall’immagine alla formazione dell’animo:
L’interno dell’animo sia del tutto diverso, ma l’aspetto esteriore sia uguale a quello del popolo.
La differenza che interessa al filosofo deve dunque maturare all’interno. Il percorso di Lucilio riguarda la formazione dell’animo, mentre la ricerca di una diversità immediatamente riconoscibile rischia di trasformare la filosofia in un’altra forma di ambizione.
Seneca precisa anche quale funzione attribuisce alla filosofia e perché il miglioramento dell’individuo non possa ridursi alla costruzione di una vita eccentrica:
In primo luogo la filosofia intende sviluppare il senso comune, educare alla nobiltà dei sentimenti ed alla socievolezza: ora i costumi troppo diversi ci impediranno di adempiere a questo compito.
La filosofia di cui parla Seneca è quindi un esercizio di formazione morale. Deve sviluppare il giudizio, educare i sentimenti e insegnare a vivere con gli altri. Il perfezionamento di sé acquista valore attraverso queste qualità, mentre la ricerca della diversità fine a se stessa rischia persino di ostacolarlo. Lucilio deve diventare più saggio senza trasformare la propria scelta in una barriera che lo separi dagli altri uomini.
Seneca torna sul punto indicando con grande chiarezza la direzione da seguire:
Procuriamo di condurre una vita più saggia, non contraria a quella del volgo: altrimenti corriamo il rischio di cacciare e di allontanare da noi quelli che vorremmo correggere; e inoltre facciamo sì che essi, per timore di doverci imitare in tutto, non ci imitino in alcuna cosa.
Essere migliori, allora, non coincide per Seneca con il semplice fatto di essere diversi. Una vita più saggia nasce da un lavoro che continua nell’animo e che può convivere con una vita esteriormente comune. È proprio qui che accontentarsi di se stessi diventa un limite: quando ciò che abbiamo già raggiunto ci basta per considerarci arrivati, viene meno la disponibilità a perfezionare ciò che ancora può essere educato, corretto e reso più saggio.
La Lettera 5, però, introduce subito una distinzione fondamentale. Se Seneca chiede di continuare a perfezionare se stessi, non invita affatto a vivere in una condizione permanente di insoddisfazione. Al contrario, quando passa dal rapporto con noi stessi al rapporto con ciò che possediamo e con il presente, saperci accontentare diventa per lui una forma di libertà.
Come migliorarsi senza vivere nell’insoddisfazione
Dopo aver chiarito che il perfezionamento deve riguardare prima di tutto l’animo, Seneca indica a Lucilio la strada da seguire. Il lavoro su se stessi richiede misura, perché la crescita filosofica non consiste nell’imporsi privazioni sempre maggiori o nel cercare condizioni di vita più dure. Anche l’austerità può diventare un eccesso e perdere il suo valore quando viene trasformata in una prova della propria virtù. Seneca lo afferma con chiarezza:
La filosofia richiede di essere sobri, non di tormentarsi; e non bisogna dimenticare che la sobrietà può essere accompagnata da una certa eleganza.
La sobrietà diventa così un esercizio sul valore attribuito alle cose. Seneca non chiede a Lucilio di misurare il proprio progresso attraverso ciò che riesce a eliminare dalla propria vita. Gli chiede piuttosto di raggiungere una condizione nella quale la presenza o l’assenza dei beni esteriori non determini la qualità del suo animo. Poco dopo rende questo principio ancora più concreto:
Veramente grande è l’uomo che si serve di vasi di terra cotta come se fossero d’argento, e non inferiore è chi si serve di vasi d’argento come se fossero di terra cotta. È proprio di un animo debole non poter sopportare il peso della ricchezza.
Seneca mette sullo stesso piano due situazioni apparentemente opposte. La grandezza appartiene tanto a chi sa vivere con cose semplici senza avvertirle come una privazione quanto a chi dispone della ricchezza senza attribuirle un’importanza capace di renderlo dipendente. Il problema, quindi, risiede nel rapporto che l’animo stabilisce con ciò che possiede. La libertà cercata attraverso la filosofia permette di usare le cose senza consegnare loro la propria serenità.
Questa disciplina riguarda anche il rapporto con il tempo. Nella parte conclusiva della lettera Seneca introduce le parole di Ecatone e accosta due sentimenti che sembrano opposti:
“Cesserai di temere”, egli dice, “se cesserai di sperare”
Seneca ne chiarisce subito il significato. Speranza e timore procedono insieme perché entrambi portano l’animo fuori dal presente e lo tengono sospeso nell’attesa di qualcosa che deve ancora accadere. La speranza anticipa ciò che desideriamo, il timore anticipa ciò che temiamo; in entrambi i casi il presente perde consistenza davanti alle possibilità del futuro. Per questo Seneca individua la radice dell’inquietudine in una difficoltà precisa:
Ma qual è la causa principale della speranza e del timore? eccola: non sappiamo accontentarci del presente, ma col pensiero ci spingiamo nel più lontano avvenire.
La capacità di accontentarsi assume qui un significato positivo e molto preciso. Riguarda il presente, non il perfezionamento dell’animo. Seneca invita Lucilio a sottrarsi alla continua anticipazione di ciò che potrebbe ottenere o perdere, perché un’esistenza trascorsa nell’attesa finisce per essere governata da eventi che ancora non esistono. La cura consiste nel riportare l’animo verso ciò che ha davanti, liberandolo dalla dipendenza dalle cose e dall’inquietudine per ciò che deve ancora venire.
Sobrietà e attenzione al presente appartengono così allo stesso esercizio filosofico. Seneca cerca una libertà interiore che permetta a Lucilio di possedere senza dipendere, desiderare senza consegnarsi all’attesa e vivere ciò che ha senza sentirlo continuamente insufficiente. È dentro questa condizione di maggiore libertà che può proseguire anche il lavoro di perfezionamento dell’animo.
Perché “non accontentarti” è giusto: la lezione universale di Seneca
La Lettera 5 conduce così a una distinzione fondamentale. Seneca invita Lucilio a trovare una misura nel rapporto con ciò che possiede e con ciò che la vita gli offre nel presente, mentre continua a chiedergli di perfezionare il proprio animo. L’accontentarsi, quindi, assume un valore diverso a seconda di ciò a cui viene rivolto: può liberarci dalla ricerca continua di qualcosa che manca, oppure può diventare un limite quando ci convince che su noi stessi non ci sia più nulla da cambiare.
È significativo che entrambe le indicazioni convivano nella stessa lettera. Seneca apre approvando il proposito di Lucilio di “diventare ogni giorno migliore” e conclude mostrando quanto l’incapacità di accontentarsi del presente possa alimentare speranza, timore e inquietudine. Le due indicazioni sembrano procedere in direzioni opposte, ma riguardano aspetti diversi dell’esistenza.
Le due indicazioni possono così convivere: il presente può essere sufficiente senza che debba esserlo anche la persona che siamo diventati.. Possiamo smettere di chiedere continuamente alla vita qualcosa in più e continuare, nello stesso tempo, a lavorare su noi stessi. Il perfezionamento di cui parla la lettera riguarda infatti l’animo, il giudizio e il modo in cui impariamo a rapportarci alle cose.
Smettere di accontentarsi di se stessi non significa allora vivere sentendosi continuamente inadeguati. Seneca lascia aperta la possibilità della correzione e dell’apprendimento anche quando sono già stati compiuti dei progressi. Ciò che abbiamo raggiunto può darci soddisfazione senza trasformarsi in un punto d’arrivo, perché la formazione dell’animo continua proprio nella disponibilità a riconoscere ciò che può ancora essere educato e perfezionato.
La lezione della Lettera 5 sta forse proprio in questo equilibrio. Possiamo imparare ad accontentarci del presente senza accontentarci della persona che siamo oggi. Il primo atteggiamento ci libera dall’inquietudine di desiderare continuamente altro; il secondo mantiene aperta la possibilità di crescere.
È così che l’invito di Lucio Anneo Seneca a diventare “ogni giorno migliore” smette di essere una corsa verso una perfezione irraggiungibile e diventa un modo di attraversare la vita continuando, giorno dopo giorno, a lavorare sul proprio animo.

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