Canne al vento di Grazia Deledda è un romanzo che racconta la fragilità della vita attraverso persone che amano, desiderano, sbagliano e fanno i conti con il tempo che passa e con avvenimenti capaci di cambiare il corso della loro esistenza. È trascorso più di un secolo dalla pubblicazione del romanzo, eppure basta incontrare alcune delle sue parole per riconoscere sentimenti che appartengono ancora alle nostre vite.
Nel capitolo XII del romanzo, la scrittrice sarda ci mette davanti a un uomo che si accorge di quanto tempo sia trascorso prima di dare ascolto a un sentimento che porta con sé da anni. È don Predu, ha quarantotto anni e sta parlando con Efix della donna che vorrebbe finalmente sposare. Proprio in quel momento gli sfugge una riflessione che sembra andare molto oltre la sua vicenda personale:
La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca.
Nelle parole di don Predu c’è la vita che continua a scorrere mentre siamo occupati a viverla. Ci sono i desideri ai quali abbiamo dato ascolto e quelli rimasti in silenzio, le possibilità che sembravano sempre disponibili e il momento in cui scopriamo che il tempo le ha trasformate. Deledda affida tutto questo all’immagine quotidiana dell’acqua di un fiume: la vediamo passare davanti a noi e comprendiamo quanto fosse preziosa quando cominciamo a sentirne la mancanza.
È la stessa sensibilità umana che attraversa Canne al vento. I suoi personaggi cercano di imprimere una direzione alla propria esistenza, mentre portano con sé amori, colpe, rinunce, speranze e conseguenze di scelte compiute molto tempo prima. Le loro vite si incontrano con qualcosa di più grande della volontà individuale, proprio come accade alle canne quando arriva il vento.
A cento anni dal Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Grazia Deledda nel 1926, tornare a Canne al vento significa allora entrare nuovamente in questa umanità e nella domanda che percorre il romanzo: quanto possiamo davvero decidere della nostra vita quando il tempo scorre e il vento continua a soffiare?
Canne al vento, il romanzo di Grazia Deledda sulla fragilità umana
Pubblicato nel 1913, Canne al vento è ambientato nella Sardegna dei primi anni del Novecento, in un mondo nel quale il paesaggio, le tradizioni, la religiosità e le regole sociali entrano continuamente nella vita dei personaggi. Al centro del romanzo ci sono le sorelle Pintor, appartenenti a una famiglia un tempo agiata e rispettata che vive ormai una lenta decadenza. La casa, le terre e il nome familiare conservano la memoria di ciò che sono state, mentre il presente racconta una realtà molto diversa.
Accanto a loro c’è Efix, il servo che da anni si prende cura del podere della famiglia. Il suo legame con le Pintor va però molto oltre il lavoro: Efix porta dentro di sé il peso di un’antica colpa e vive cercando, attraverso la dedizione e il sacrificio, una forma di riparazione. È anche attraverso il suo sguardo che Deledda osserva uomini e donne alle prese con ciò che hanno fatto, con ciò che avrebbero voluto fare e con le conseguenze che una scelta può lasciare nella vita degli altri.
Su questo equilibrio già fragile arriva Giacinto, il giovane nipote delle sorelle Pintor, figlio di Lia, la sorella che molti anni prima aveva abbandonato la casa paterna per sottrarsi a un’esistenza che non riusciva ad accettare. Il suo arrivo riapre speranze e ferite, modifica i rapporti tra i personaggi e porta in superficie desideri che sembravano destinati a rimanere nascosti.
Tra questi personaggi c’è anche Noemi, la più giovane delle sorelle rimaste nella casa di famiglia. Orgogliosa e profondamente legata al proprio passato, vive il contrasto tra ciò che sente, ciò che le convenzioni e la storia familiare sembrano imporle e la possibilità di immaginare per sé una vita diversa.
La trama di Canne al vento nasce da queste relazioni, ma ciò che rende il romanzo ancora così vicino va oltre le vicende della famiglia Pintor. Deledda mette i suoi personaggi davanti al tempo che passa, ai desideri rimandati, alla colpa, all’amore, alla perdita e alle conseguenze delle proprie decisioni. Ognuno prova in qualche modo a dare una direzione alla propria esistenza, mentre qualcosa continua a sfuggire alla volontà individuale.
È dentro questa tensione che l’immagine delle canne esposte al vento acquista il suo significato. Gli esseri umani hanno radici, desiderano, scelgono e cercano di resistere, ma vivono dentro una realtà capace di piegare ciò che credevano stabile. Ed è proprio da questa immagine che Deledda parte per interrogare la fragilità della condizione umana.
Perché siamo “canne al vento” secondo Grazia Deledda
C’è un’altra immagine nel romanzo di Grazia Deledda che porta ancora più lontano la riflessione sul tempo suggerita dalle parole di don Predu. È naturalmente quella scelta da Grazia Deledda per il titolo del romanzo: le canne mosse dal vento.
Nel capitolo XVII, mentre Efix si trova nuovamente nel poderetto, il vento attraversa le canne e il loro movimento sembra trasformarsi in una voce:
Chi si piega e chi si spezza, chi resiste oggi ma si piegherà domani e posdomani si spezzerà.
Poche righe dopo è lo stesso Efix a piegarsi sotto il dolore “proprio come una canna al vento”.
Deledda mette così davanti ai nostri occhi una condizione che conosciamo bene, anche quando preferiamo dimenticarla. Possiamo sentirci forti, costruire certezze, immaginare il futuro e prendere decisioni, ma una parte della vita continuerà sempre a sfuggire al nostro controllo. Ci sono avvenimenti che arrivano senza essere stati scelti, conseguenze che comprendiamo soltanto dopo, sentimenti che cambiano ciò che credevamo di sapere di noi stessi.
La frase di Deledda contiene anche un particolare ancora più inquietante: “chi resiste oggi” potrebbe piegarsi domani e spezzarsi dopodomani. La fragilità, quindi, non appartiene soltanto a chi sta attraversando un momento difficile. Appartiene all’essere umano, in generale.
È questo che rende la metafora delle canne così potente. La canna ha radici, rimane attaccata alla terra, oppone al vento la propria consistenza. Eppure il vento può piegarla. Deledda sembra guardare allo stesso modo la nostra esistenza: abbiamo una volontà, desideriamo, scegliamo, proviamo a dare una forma alla nostra vita, mentre intorno a noi e dentro di noi agiscono forze che quella forma possono continuamente modificare.
La domanda, allora, diventa molto più profonda di “come possiamo essere più forti?”. Grazia Deledda ci mette davanti alla possibilità che essere umani significhi anche riconoscere la propria fragilità e continuare a vivere dentro di essa.
Cosa succede quando la vita sfugge al nostro controllo
Ma cosa accade quando il vento diventa più forte della nostra volontà? In Canne al vento questa domanda appartiene a una donna che cerca di comprendere perché la vita possa colpire gli esseri umani fino a spezzare ciò che sembrava stabile. È donna Ester a rivolgersi a Efix:
Perché la sorte ci stronca così, come canne?
Efix le risponde:
Siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.
Donna Ester vorrebbe però capire perché quel vento debba esistere:
Sì, va bene: ma perché questa sorte?
Efix può risponderle soltanto:
E il vento, perché? Dio solo lo sa.
In questo breve dialogo Deledda porta la metafora del romanzo dentro una delle domande più antiche dell’essere umano. Quando qualcosa sconvolge la nostra vita, cerchiamo quasi istintivamente un perché. Vogliamo capire la perdita, la sofferenza, un errore che non possiamo più cancellare, un avvenimento che ha cambiato ciò che avevamo immaginato.
Efix arriva davanti a un limite: “E il vento, perché?”. Possiamo vedere ciò che gli avvenimenti producono nella nostra vita senza riuscire sempre a comprenderne fino in fondo il senso.
Eppure Canne al vento non si ferma davanti a questa fragilità. Nei suoi personaggi continua a esistere il desiderio di cambiare qualcosa, anche quando una parte della vita è già stata segnata da ciò che è accaduto.
Deledda lo rende visibile attraverso Noemi, una donna che ha conosciuto rinunce, orgoglio e sofferenza e che, a un certo punto, sente il bisogno di immaginare per sé un’esistenza diversa. Nel capitolo XVI, Deledda descrive ciò che Efix vede nei suoi occhi:
L’orgoglio, la passione, il desiderio di spezzare la sua vecchia vita miserabile, e coi frantumi ricostruirsene un’altra, nuova e forte.
“Spezzare” e “ricostruire” sono parole che raccontano un impulso profondamente umano. Ci sono momenti in cui la vita che abbiamo costruito, o che le circostanze hanno costruito intorno a noi, comincia a starci stretta. Nasce allora il desiderio di cambiare, di lasciare alle spalle una parte di ciò che siamo stati e di immaginare che persino dai “frantumi” possa prendere forma qualcosa di diverso.
Il desiderio di Noemi incontra così le parole di don Predu da cui siamo partiti. La vita passa, ma mentre passa continuiamo a desiderare, scegliere, rimandare e qualche volta troviamo la forza di cambiare direzione.
Deledda tiene insieme due dimensioni che appartengono alla nostra esperienza: una parte della vita ci accade e sfugge alla nostra volontà; un’altra continua a dipendere dalle decisioni che riusciamo a prendere dentro ciò che ci è accaduto.
I suoi personaggi soffrono, sbagliano, cambiano idea, si pentono e cercano ancora una possibilità. Anche quando gli avvenimenti modificano la strada che avevano immaginato, rimane in loro il desiderio di dare una forma alla vita che hanno davanti.
Quello che resta quando la vita è passata
Verso la conclusione del romanzo, Grazia Deledda porta lo sguardo di Efix sul limite estremo dell’esistenza. È un uomo che ha vissuto a lungo portando con sé colpe, affetti, sofferenze e il desiderio di riparare a ciò che sente di aver causato. Ora, mentre la sua vita si avvicina alla fine, il confine tra ciò che vede, ciò che ricorda e ciò che immagina diventa sempre più sottile.
Le persone che hanno attraversato la sua esistenza gli appaiono ancora vicine. Grazia Deledda scrive:
le sentiva parlare, capiva che erano vive e reali; eppure aveva l’impressione di sognare: erano figure del sogno della vita.
“Figure del sogno della vita”: poche parole nelle quali sembra cambiare la misura di tutto ciò che è stato vissuto. Guardata dalla sua parte finale, l’esistenza di Efix è ancora popolata di volti, affetti, errori, dolori e persone alle quali ha legato la propria storia. Ciò che per anni ha occupato interamente il presente comincia ad assumere la consistenza del ricordo.
È difficile arrivare a questa immagine senza tornare alle parole di don Predu da cui siamo partiti: “La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca.”
L’acqua che passa e le canne attraversate dal vento finiscono così per raccontare due aspetti della stessa esperienza. Il tempo continua a scorrere mentre cerchiamo di dare una direzione alla nostra vita; lungo il cammino arrivano scelte, incontri e avvenimenti capaci di modificare ciò che avevamo immaginato.
A cento anni dal Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Grazia Deledda nel 1926, Canne al vento conserva una voce così vicina proprio perché questa fragilità continua a riguardarci. Grazia Deledda la fa vivere attraverso uomini e donne che desiderano, sbagliano, soffrono, rimandano, cercano di cambiare e qualche volta comprendono il valore di qualcosa quando il tempo lo ha già trasformato.
Quando Efix dice “Siamo canne, e la sorte è il vento”, l’immagine contiene allora qualcosa che attraversa l’intero romanzo: possiamo desiderare una direzione e compiere delle scelte, mentre una parte della nostra esistenza rimane esposta a ciò che non possiamo prevedere.
Forse è questa la verità di Canne al vento che facciamo ancora fatica ad accettare: la fragilità non è un incidente che riguarda soltanto alcuni momenti della vita. Accompagna il nostro desiderio di amare, scegliere, cambiare e costruire qualcosa, mentre il tempo continua a passare e il vento può cambiare la strada che avevamo immaginato.

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