C’è una frase di Franco Battiato che ci mette davanti a una delle contraddizioni più profonde della vita: possiamo scegliere di rinunciare a qualcosa perché crediamo che sia la strada giusta e scoprire, molto tempo dopo, che il desiderio di ciò che abbiamo lasciato continua ad abitare dentro di noi. È allora che nasce una delle domande più difficili: come sarebbe stata la nostra vita se avessimo scelto diversamente?
È il dilemma che attraversa Tra sesso e castità, brano il cui testo porta la firma di Franco Battiato e Manlio Sgalambro. La voce della canzone guarda a una possibilità rimasta nel passato: il ricordo di una donna e di ciò che avrebbe potuto essere si intreccia al conflitto tra desiderio e rinuncia, tra la dimensione carnale dell’esistenza e una tensione che spinge ad allontanarsene. Ma ciò a cui si è rinunciato non scompare necessariamente insieme alla scelta compiuta.
Il passato, infatti, ha una caratteristica crudele: non possiamo tornare indietro per scoprire che cosa sarebbe successo scegliendo un’altra strada. Possiamo soltanto immaginarlo. Ed è proprio nello spazio tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che avremmo potuto vivere che possono nascere la nostalgia e il rimpianto.
Dentro questo dilemma, Battiato e Sgalambro introducono un’immagine sorprendente. Definiscono “felici” proprio i giorni nei quali il fato porta con sé tanto le lacrime quanto gli arcobaleni. Perché chiamare felici dei giorni nei quali si soffre?
Forse perché vivere pienamente non significa riuscire a eliminare ogni possibilità di dolore, ma avere il coraggio di esporsi a ciò che può renderci felici pur sapendo che potrebbe anche ferirci.
Felici i giorni in cui il fato ti riempie di lacrime ed arcobaleni
Della lussuria che tenta i papaveri con turbinii e voglie
Quando nasce Tra sesso e castità di Franco Battiato e Manlio Sgalambro
Per capire meglio Tra sesso e castità bisogna tornare al 2004, anno in cui Franco Battiato pubblica per Sony Music Dieci stratagemmi, il suo ventiquattresimo album in studio. La canzone, posta in apertura del disco, arriva nelle radio già il 27 agosto insieme a Ermeneutica, anticipando l’uscita dell’album del 1° ottobre.
A scrivere il testo sono Franco Battiato e Manlio Sgalambro, filosofo e scrittore con il quale il cantautore siciliano aveva costruito negli anni uno dei sodalizi artistici più importanti della sua carriera; la musica è invece firmata da Battiato.
Anche il curioso titolo Dieci stratagemmi, graficamente X Stratagemmi, nasconde una storia. L’ispirazione arriva da I 36 stratagemmi, antico testo cinese dedicato alla strategia militare che Battiato aveva ricevuto in dono proprio in quel periodo. I dieci brani del disco diventano così idealmente dieci “stratagemmi”, mentre il sottotitolo dell’album, Attraversare il mare per ingannare il cielo, richiama il primo degli stratagemmi descritti nell’opera.
La vita del brano, però, non si limita al disco e alla radio. Le canzoni dell’album vengono utilizzate anche in Bitte, keine Réclame, il programma televisivo ideato e condotto da Battiato, accompagnate da videoclip realizzati per l’occasione. E proprio Tra sesso e castità viene scelta come sigla della trasmissione.
È da questo particolare universo culturale, nel quale musica, filosofia e ricerca spirituale continuano a incontrarsi, che nasce una canzone costruita attorno a un dilemma profondamente umano: quello tra ciò che desideriamo vivere e ciò a cui scegliamo di rinunciare.
Il significato di Tra sesso e castità
Per comprendere fino in fondo la frase di Franco Battiato e Manlio Sgalambro bisogna partire dal conflitto che gli autori mettono già nel titolo della canzone. Sesso e castità sono due estremi, ma nel brano sembrano rappresentare qualcosa di più ampio della semplice opposizione tra vivere o reprimere la propria sessualità. Da una parte ci sono il desiderio, il corpo, l’attrazione, la possibilità di abbandonarsi a un legame; dall’altra la rinuncia, il dominio di sé e quella tensione verso una dimensione spirituale che attraversa tanta parte dell’universo artistico di Battiato.
Il vero dilemma nasce dal fatto che queste due spinte possono entrare in conflitto. Scegliere una strada significa talvolta sacrificare l’altra. Si può essere convinti che una rinuncia sia necessaria per seguire ciò che riteniamo più alto, più giusto o più importante e, nello stesso tempo, continuare a sentire il richiamo di ciò che abbiamo deciso di lasciare.
È in questa tensione che acquista una forza particolare una delle domande della canzone: “Perché ho abdicato?”. Battiato e Sgalambro avrebbero potuto usare parole come “lasciato”, “perso” o “rinunciato”. Scelgono invece “abdicato”, un verbo che porta con sé l’idea di un potere al quale si decide volontariamente di rinunciare. Chi abdica non viene semplicemente privato di qualcosa: compie un atto, lascia ciò che avrebbe potuto continuare a possedere.
È questa sfumatura a rendere più dolorosa la domanda. Non siamo davanti soltanto alla nostalgia per qualcosa che il destino ha portato via, ma al confronto con una possibilità alla quale si è scelto di dire di no. E quando quella possibilità appartiene ormai al passato, non esiste più alcun modo per verificare se la decisione presa fosse davvero quella giusta.
Nasce così il territorio del rimpianto. Non necessariamente il rimpianto di chi sa di avere sbagliato, perché la canzone non offre questa certezza. È qualcosa di più ambiguo e universale: il dubbio che accompagna le strade che non abbiamo percorso. Ogni scelta importante costruisce infatti la nostra vita, ma contemporaneamente ne esclude altre. Possiamo sapere che cosa è accaduto dopo la decisione presa; non sapremo mai che cosa sarebbe accaduto scegliendo diversamente.
Ed è forse questa impossibilità a rendere alcune rinunce così difficili da lasciare nel passato. La memoria conserva ciò che è stato, mentre l’immaginazione può continuare a dare forma a ciò che avrebbe potuto essere. È in questa distanza tra la vita vissuta e quella soltanto immaginata che il rimpianto può continuare ad accompagnarci.
In Tra sesso e castità il desiderio, infatti, non sembra scomparire dopo la rinuncia. Continua a riaffiorare e a mettere in discussione quella scelta. Ed è proprio qui che il conflitto del titolo diventa profondamente umano: possiamo rinunciare a qualcosa con la volontà, ma non sempre possiamo decidere con la stessa facilità di smettere di desiderarla.
Il desiderio di tornare indietro e vivere ciò a cui si è rinunciato
La domanda “Perché ho abdicato?” non rimane isolata. Nel corso della canzone, infatti, Battiato e Sgalambro fanno emergere qualcosa di ancora più significativo: la possibilità di tornare indietro e scegliere diversamente. È qui che il rimpianto smette di essere soltanto uno sguardo nostalgico sul passato e diventa immaginazione di una vita alternativa.
Lo rivela un passaggio essenziale: “Se tornassi indietro, di nuovo con te”. Sono poche parole, ma cambiano la prospettiva. La persona alla quale si è rinunciato non appartiene semplicemente a un ricordo ormai chiuso. Continua a rappresentare una possibilità desiderabile, tanto che la mente compie l’unico viaggio che nella realtà non è più possibile: ritorna al momento della scelta e immagina di modificarla.
È uno dei meccanismi più profondi del rimpianto. Quando guardiamo indietro, infatti, raramente ci limitiamo a ricordare ciò che è accaduto. Costruiamo anche ciò che non è accaduto. Immaginiamo la parola che avremmo potuto dire, la persona che avremmo potuto trattenere, la strada che avremmo potuto imboccare. Il passato diventa così il luogo di un continuo confronto tra la vita realmente vissuta e quella che avrebbe potuto esistere.
Ma c’è un paradosso: quella seconda vita non potrà mai essere verificata. Non sappiamo se sarebbe stata migliore, né se quella relazione avrebbe davvero dato la felicità che il ricordo sembra promettere. La possibilità non vissuta possiede proprio questo privilegio: non essendo mai stata messa alla prova dalla realtà, può rimanere intatta nell’immaginazione.
Ed è qui che Tra sesso e castità acquista una profondità che supera la storia sentimentale evocata dal brano. Il problema non è soltanto scegliere tra il desiderio e la rinuncia. È comprendere che ogni scelta ha un prezzo. Proteggere una parte di noi, perseguire un ideale o rinunciare a un desiderio può significare evitare alcune sofferenze, ma anche perdere felicità che avremmo potuto conoscere.
Per questo il conflitto tra sesso e castità non si risolve semplicemente stabilendo quale dei due estremi sia quello giusto. La domanda che rimane è più scomoda: che cosa perdiamo quando, per proteggerci dalle conseguenze di un desiderio, scegliamo di rinunciarvi?
Perché Battiato definisce “felici” i giorni delle lacrime e degli arcobaleni
La parola sulla quale vale la pena fermarsi per prima è “felici”. Battiato e Sgalambro non parlano semplicemente di giorni intensi, importanti o memorabili: li definiscono felici proprio mentre raccontano che il fato li riempie di “lacrime ed arcobaleni”. È un accostamento apparentemente contraddittorio, perché siamo abituati a pensare alla felicità come al contrario della sofferenza. Se ci sono le lacrime, verrebbe da pensare, la felicità è finita.
Qui accade qualcosa di diverso. Le lacrime non cancellano gli arcobaleni e gli arcobaleni non cancellano le lacrime. Entrambi possono appartenere alla stessa esperienza. La felicità evocata dal brano non sembra quindi coincidere con una condizione perfetta, protetta da tutto ciò che può ferirci, ma con una vita capace di contenere contemporaneamente emozioni opposte.
Anche la scelta dell’arcobaleno diventa significativa. È un fenomeno che nasce quando pioggia e luce si incontrano: ciò che appartiene simbolicamente alla tempesta e ciò che illumina non devono necessariamente escludersi. È proprio dalla loro compresenza che può apparire qualcosa di meraviglioso. Letta in questo modo, l’immagine scelta da Battiato e Sgalambro sembra suggerire che anche nell’esistenza la bellezza non arrivi sempre dopo che il dolore è completamente scomparso. A volte nasce mentre stiamo ancora attraversando qualcosa che ci rende vulnerabili.
Ma c’è un’altra parola che impedisce di trasformare questi versi in un semplice elogio della sofferenza: “fato”. È il fato a riempire quei giorni. Non siamo noi a scegliere le lacrime e neppure possiamo programmare gli arcobaleni. Esiste una parte della vita che non possiamo governare e che si manifesta soltanto quando accettiamo di entrare realmente nelle esperienze.
Persino il verbo “riempie” contribuisce a questa sensazione. Non si tratta di un dolore marginale che sfiora l’esistenza senza modificarla: quei giorni vengono riempiti di emozioni, attraversati da qualcosa che rompe la neutralità. Sono giorni nei quali accade qualcosa, nei quali siamo coinvolti, esposti, toccati dalla vita.
Ed è proprio a questo punto che il verso successivo introduce la lussuria, accompagnata da “turbinii e voglie”. Il passaggio non è secondario. Dopo aver fatto convivere lacrime e arcobaleni, Battiato e Sgalambro fanno irrompere nuovamente il desiderio nella sua forma più fisica e incontrollabile. Persino i papaveri vengono “tentati”: la natura stessa sembra coinvolta in questo movimento di attrazione e vitalità.
Il desiderio, dunque, non appare soltanto come un problema dal quale difendersi. È anche ciò che mette in movimento, ciò che ci spinge verso qualcuno o qualcosa e ci costringe a uscire da una condizione di sicurezza. Ed è proprio questa apertura a renderci vulnerabili: ciò che può regalarci un “arcobaleno” è spesso anche ciò che può procurarci delle “lacrime”.
Alla luce del resto della canzone, il paradosso comincia allora a sciogliersi. Battiato e Sgalambro non stanno dicendo che bisogna soffrire per meritarsi la felicità, né che il dolore abbia in sé qualcosa di desiderabile. Suggeriscono qualcosa di più sottile: quando ci esponiamo a ciò che desideriamo davvero, non possiamo conoscere in anticipo ciò che quell’esperienza porterà nella nostra vita. Potranno esserci le lacrime, potranno esserci gli arcobaleni e, talvolta, potranno esserci entrambi.
È proprio la rinuncia raccontata nel brano a rendere ancora più potente questa immagine. Sottrarsi a un’esperienza può evitarci una possibile ferita, ma non garantisce necessariamente la serenità: può lasciare dietro di sé il rimpianto per ciò che non sapremo mai come sarebbe stato.
La frase di Franco Battiato una lezione universale
C’è una tentazione molto umana che accompagna le nostre scelte: voler conoscere in anticipo ciò che ci farà soffrire per poterlo evitare. Vorremmo sapere se una relazione finirà, se una persona ci deluderà, se una decisione si rivelerà sbagliata. E quando percepiamo il rischio di una ferita, può sembrare più saggio fermarsi prima, rinunciare, non esporsi.
Il problema è che la vita non ci permette di separare con tanta precisione ciò che ci farà felici da ciò che potrebbe farci soffrire. Spesso la possibilità dell’una nasce nello stesso luogo della possibilità dell’altra. Possiamo soffrire per amore proprio perché abbiamo amato; possiamo sentire la mancanza di qualcuno perché quella persona è stata importante; possiamo essere delusi da qualcosa perché avevamo avuto il coraggio di desiderarla.
Questo non significa che ogni sofferenza debba essere accettata o che sia necessario restare dentro situazioni che ci fanno male. Significa qualcosa di diverso: non possiamo fare dell’assenza di dolore il criterio con cui decidiamo se vale la pena vivere un’esperienza. Perché una vita costruita soltanto per evitare le ferite può diventare, senza che ce ne accorgiamo, una vita nella quale evitiamo anche il coinvolgimento, il desiderio, l’amore, il cambiamento.
Ed è qui che le “lacrime ed arcobaleni” di Franco Battiato e Manlio Sgalambro possono parlare a ciascuno di noi. Crescendo impariamo spesso a essere più prudenti. Le esperienze ci insegnano quali conseguenze possono avere le nostre scelte e quella consapevolezza può proteggerci. Ma esiste un confine sottile oltre il quale la prudenza smette di essere saggezza e diventa paura di vivere.
Il coraggio, allora, non consiste nel cercare la sofferenza. Consiste nell’accettare che non possiamo eliminare completamente la possibilità di soffrire senza rinunciare anche a una parte dell’imprevedibilità dalla quale può nascere la felicità.
Forse è questo uno degli insegnamenti più preziosi che possiamo ricavare da Tra sesso e castità: non tutto ciò che ci protegge ci rende felici e non tutto ciò che ci rende vulnerabili dovrebbe essere evitato.
Ci sono scelte delle quali conosceremo le conseguenze soltanto dopo averle compiute. Amare qualcuno, cambiare strada, confessare ciò che proviamo, inseguire qualcosa che desideriamo significa accettare di non sapere come andrà a finire. Possiamo incontrare un arcobaleno oppure ritrovarci con le lacrime. A volte incontreremo entrambi.
Ma esiste anche un altro dolore, quello sul quale la canzone ci invita indirettamente a riflettere: guardarsi indietro e chiedersi perché abbiamo “abdicato” a qualcosa che desideravamo davvero.
Per questo saper soffrire non significa rassegnarsi al dolore. Significa non permettere alla paura di una possibile ferita di decidere in anticipo quale vita siamo disposti a vivere. Perché forse la felicità più autentica non appartiene a chi è riuscito a evitare tutte le tempeste, ma a chi non ha rinunciato agli arcobaleni soltanto perché sapeva che avrebbe potuto incontrare anche la pioggia.

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