Quante volte ci è capitato di esclamare «che sfiga!» davanti all’ennesimo imprevisto della giornata? Per molti di noi, non si tratta di un episodio isolato, ma di una sensazione strisciante che dura 365 giorni l’anno. Prepararsi per un incontro galante o un appuntamento a cui teniamo tantissimo, e trovarsi con la macchina in panne o il vestito rovinato un secondo prima di uscire. Quel viaggio a lungo sognato rovinato da un volo cancellato o da un bagaglio smarrito. La prenotazione di una cena speciale che scompare dai sistemi, o quel progetto su cui avevamo investito mesi che sfuma per un dettaglio imprevedibile.
In momenti come questi, la sequenza degli eventi sembra quasi orchestrata da un’entità invisibile e malevola. La nostra reazione automatica è sempre la stessa: sospirare, alzare gli occhi al cielo e prendercela con il destino.
Ci convinciamo che l’universo abbia un’agenda personale contro di noi. Trasformiamo la sfortuna in uno scudo emotivo confortevole: se la colpa è del destino, noi siamo esonerati da ogni responsabilità. Ci accomodiamo nel ruolo delle vittime, giustificando la nostra frustrazione e paralizzando qualsiasi possibilità di reazione.
Ma è davvero così? L’universo ce l’ha davvero con noi?
A smontare questo alibi non sono le solite rassicurazioni del “pensare positivo”, ma un gigante del pensiero vissuto quasi 2400 anni fa: Aristotele. Nel secondo libro della Fisica, il filosofo greco affronta di petto il concetto di sorte e ci dimostra una verità liberatoria: ciò che chiamiamo “sfortuna” non è una maledizione personalizzata, ma l’incrocio accidentale di eventi a cui la nostra mente attribuisce un’intenzione. Come spiega con disarmante modernità:
La fortuna, poi, si dice buona, quando ce ne viene qualcosa di buono; cattiva, quando qualcosa di cattivo; e si parla di prosperità o di sfortuna quando il buono o il cattivo hanno una certa importanza; perciò anche il ricever ‘quasi quasi’ un gran bene o un gran male è come prosperare o essere sfortunato, perché il pensiero vi si sofferma come su di una cosa reale. Infatti, ciò che è ‘quasi quasi’ accaduto, pare realmente accaduto.
– Aristotele, Fisica, Libro II, 5 (197 a 25-30)
Il meccanismo è svelato: la “sfortuna” non esiste nella natura delle cose, ma nasce nel momento in cui il nostro pensiero si sofferma su quel “quasi quasi” sfiorato, trasformando la coincidenza in una realtà drammatica.
Perché diciamo sempre “che sfiga!”, anche se la sfortuna non esiste
Immaginiamo la scena tipica del fine settimana: abbiamo lavorato sodo tutta la settimana, ci siamo lasciati alle spalle le scadenze e abbiamo organizzato nei minimi dettagli quella serata speciale o quell’incontro a cui teniamo tantissimo. Siamo pronti, l’umore è alle stelle e la soglia delle nostre aspettative è al massimo.
Facciamo per varcare la soglia di casa e… l’imprevisto più banale decide di mettersi di traverso. Una chiave che si spezza nella serratura, l’auto che non parte, o un acquazzone improvviso a tre minuti dall’uscita.
La reazione spontanea è immediata, viscerale: «Ecco, lo sapevo! La solita sfortuna, capitano tutte a me!».
In quel preciso istante, la nostra mente compie un vero e proprio cortocircuito emotivo e cognitivo. Per autodifesa, preferiamo credere a un “destino cinico e baro”, a potenze oscure aggregate contro di noi, piuttosto che accettare che la realtà sia semplicemente complessa e imprevedibile. Proiettiamo la colpa all’esterno: se l’universo sconfigge i nostri piani, noi non abbiamo alcuna responsabilità e possiamo arrenderci al malumore.
Aristotele, nel Libro II della Fisica, affronta questa reazione umana con una lucidità disarmante. Il filosofo nota anzitutto come la mente umana tenda a confondere le categorie della realtà. Nel mondo, osserva, la maggior parte delle cose segue due binari ben precisi: ciò che avviene sempre per necessità naturale (come il sorgere del sole) e ciò che avviene per lo più, ossia la regolarità quotidiana (se curiamo le cose, di norma vanno a buon fine).
La sfortuna non appartiene a nessuna delle due categorie.
Di nessuno di questi due gruppi di cose, ossia né di ciò che avviene per necessità e sempre, né di ciò che avviene per lo più, si può affermare che siano causa la fortuna o il fortuito.
Aristotele, Fisica, II, 5 (196 b 10-13)
Qui c’è la prima grande diagnosi aristotelica al nostro comportamento. Quando gridiamo «capitano tutte a me», stiamo compiendo un tragico errore logico. Stiamo prendendo un evento del tutto eccezionale e lo stiamo spostando artificialmente nel binario del “sempre”. Trasformiamo una svista o una coincidenza in una legge cosmica personale.
Aristotele non nega che l’imprevisto esista, ma ne ridimensiona subito la portata:
Ma poiché, oltre a queste cose, se ne verificano altre, e tutti dicono che esse avvengono per fortuna o per caso, è ovvio che la fortuna e il caso sono pur qualche cosa […]. È evidente, dunque, che la fortuna è una causa accidentale.
– Aristotele, Fisica, II, 5 (196 b 14-25)
Il caso esiste, è “pur qualche cosa”, ma è solo un’eccezione accidentale. Siamo noi che, spaventati dal caos, gli diamo la forma di un complotto ordito ai nostri danni.
A peggiorare questa nevrosi quotidiana c’è poi un secondo inganno psicologico: la trappola del «ci sono andato quasi quasi». Ciò che ci ferisce a morte non è quasi mai il danno in sé, ma l’illusione della vicinanza al successo. Aristotele cattura questo sottile tormento umano con straordinaria precisione:
Il ricever ‘quasi quasi’ un gran bene o un gran male è come prosperare o essere sfortunato, perché il pensiero vi si sofferma come su di una cosa reale.
– Aristotele, Fisica, II, 5 (197 a 25-27)
Ecco l’evidenza del nostro comportamento: la nostra mente “vi si sofferma”. Quando l’evento desiderato era a un passo da noi, la psiche lo lavora e lo vive come se fosse già avvenuto.
Infatti, ciò che è ‘quasi quasi’ accaduto, pare realmente accaduto.
– Aristotele, Fisica, II, 5 (197 a 29-30)
L’imprevisto viene vissuto come un furto sfacciato da parte del destino. Rimaniamo ipnotizzati e paralizzati dal fantasma di ciò che sarebbe potuto essere, continuando a rimuginare sull’inettitudine del mondo invece di fare un passo avanti.
La cura di Aristotele per non sentirsi “sfigati” e vivere felici
Se la diagnosi della Fisica ci mostra che la “sfortuna” non è un destino cinico ma l’intersezione accidentale di eventi, qual è il momento in cui riprendiamo il controllo?
La risposta di Aristotele si può trovare nell’Etica Nicomachea , un capolavoro di pragmatismo. Per il filosofo greco la soluzione sta nel confine preciso tra ciò che subiamo e ciò che scegliamo. Il filosofo dedica pagine fondamentali a distinguere ciò che è involontario — la sorte, la pioggia, il colpo del destino — da ciò che rientra nella nostra sfera d’azione (eph’ hemîn).
È qui che si colloca la scelta deliberata (proaíresis): non possiamo deliberare sul passato, né sul caso, ma solo su ciò che è in nostro potere fare qui e ora. La virtù non è una dote nativa, ma l’abitudine ad agire bene di fronte alle circostanze che la vita ci consegna.
È in questo quadro che si inserisce la famosa lezione di Aristotele sulle avversità:
Le grandi e frequenti sventure da un lato opprimono e rovinano la beatitudine, in quanto recano dolori e impediscono molte attività… tuttavia, anche in queste vicende la nobiltà d’animo brilla con chiarezza, quando si sopportano con leggerezza molte e grandi sventure, non già per insensibilità al dolore, ma perché si è generosi e magnanimi.
– Aristotele, Etica Nicomachea, I, 10 (1100 b 28-33)
La sfortuna può toglierci i mezzi, ma non può toglierci la capacità di scegliere l’atteggiamento. È il principio del buon calzolaio: con il cuoio che ha a disposizione, anche se difettoso, egli non si lamenta del materiale, ma si concentra sul fabbricare la migliore calzatura possibile.
La differenza fondamentale risiede nella nostra stabilità d’animo (héxis). L’uomo che ha costruito un carattere solido non è immune al dolore, ma è immune all’abbrutimento. Non diventerà mai del tutto miserabile (áthlios), ovvero privo di valore morale, perché la sua dignità non dipende interamente da come gira la ruota della fortuna.
È proprio in questa distinzione che risiede la chiave per comprendere cosa significhi davvero “vivere felici“. Per Aristotele la felicità (eudaimonía) non è una condizione passiva regalata dalla sorte, ma un’attività concreta dell’animo. Come sintetizza brillantemente nel primo libro dell’Etica:
L’uomo felice sarà tale per tutta la vita: egli infatti farà e contemplerà sempre ciò che è conforme alla virtù, e sopporterà le vicende della sorte nel modo migliore e con totale decoro.
– Aristotele, Etica Nicomachea, I, 10 (1100 b 18-22)
Per spiegare come debba agire concretamente l’uomo saggio davanti al collasso dei propri piani, il filosofo abbandona le astrazioni teoriche e ci offre una duplice immagine artigiana e strategica di memorabile concretezza:
L’uomo veramente buono e saggio sopporta tutte le vicende della sorte con decoro e, tra le azioni possibili, compie sempre le migliori; proprio come anche un buon calzolaio fa il miglior calzabile con il cuoio che gli viene dato, e un generale fa il miglior uso strategico dell’esercito che ha a disposizione, e così pure tutti gli altri artefici.
– Aristotele, Etica Nicomachea, I, 10 (1100 b 35 – 1101 a 6)
La soluzione al dilemma della sfortuna sta tutta in questo passaggio: il passaggio radicale dal ruolo di giudici del destino a quello di artefici della realtà.
Analizzando da vicino la prima metafora, quella del calzolaio, capiamo subito quanto sia vicina al nostro quotidiano. Il calzolaio non sceglie il cuoio che gli viene consegnato dal fornitore. Ci saranno giorni in cui riceverà una pelle morbida, flessibile e priva di difetti, e ci saranno giorni in cui gli verrà consegnata una cotenna dura, segnata, piena di nodi e difficile da tagliare.
Il cattivo artigiano, così come l’uomo che si sente costantemente perseguitato dalla sorte, perde il suo tempo a maledire il fornitore, incrocia le braccia e si lamenta che con quel materiale è impossibile lavorare, rimanendo paralizzato dall’ideale della scarpa perfetta che aveva in mente.
Il buon calzolaio, al contrario, dimostra la sua maestria proprio nel momento della difficoltà: non rifiuta la materia imperfetta, ne studia le pieghe, adatta il taglio, affila gli attrezzi e applica tutta la sua perizia per ricavarne comunque la calzatura più resistente e ben fatta possibile.
Affiancando al calzolaio la figura del generale (stratēgós), Aristotele alza ulteriormente la posta. Il comandante di un esercito non sceglie quasi mai il momento esatto dello scontro, la nebbia che si alza all’improvviso o la superiorità numerica del nemico. Il cattivo generale si dispera per le condizioni sfavorevoli, mentre il vero stratega valuta il terreno reale, riorganizza le truppe rimaste e trae il massimo vantaggio tattico anche da una posizione di partenza svantaggiosa.
C’è infine un ultimo dettaglio cruciale che spesso sfugge. Il calzolaio non s’inventa maestro il giorno in cui gli arriva il cuoio difettoso. Riesce a modellarlo perché ha passato anni ad allenare le mani, a conoscere gli strumenti e a correggere i propri errori.
Allo stesso modo, la capacità di non farsi travolgere dalle giornate storte non è un’illuminazione improvvisa, ma una disposizione dell’animo che si coltiva ogni giorno.
Ed è proprio qui che si nasconde la vera chiave per “vivere felici“, non nel pretendere dal mondo una regolarità che non possiede, ma nel riprendere il controllo del nostro atteggiamento.
Quando smettiamo di considerare le avversità come un complotto personale e iniziamo a vederle come cuoio duro su cui testare la nostra maestria, smettiamo di essere vittime e torniamo ad essere veri artefici della nostra vita.
Per stare bene bisogna avere il coraggio di dire la sfortuna non esiste
C’è una costante che attraversa la storia delle culture umane, ovvero la tendenza a costruire narrazioni per addomesticare il caos, tutto ciò che è fuori dal controllo umano. Quando un evento imprevisto scompagina i nostri piani, la reazione più immediata non è l’analisi della realtà, ma la ricerca di un responsabile. È qui che nasce la figura concettuale della “sfortuna”. Non un dato di fatto, ma una proiezione con cui trasformiamo il caso in una forza ostile e personalizzata. È un alibi rassicurante, perché spostando la colpa al di fuori di noi ci assolve da ogni responsabilità, ma al prezzo di consegnarci a una passività completa.
Accettare che la sfortuna non esiste è un atto al tempo stesso tragico e profondamente liberatorio. Significa riconoscere una distinzione fondamentale. Da un lato ci sono i fatti, le circostanze e l’incalcolabile incidenza del caso. Dall’altro c’è il significato che attribuiamo a questi eventi e il modo in cui scegliamo di stare di fronte ad essi. La “sfortuna” come entità persecutoria è solo il nome che diamo alla nostra sensazione di impotenza quando rifiutiamo la complessità del reale.
È proprio in questa frattura che l’insegnamento di Aristotele rivela tutta la sua modernità. Il filosofo non propone un’ingenua illusione di controllo né chiede un’impossibile insensibilità al dolore. Il filosofo greco sa bene che certi colpi della sorte possono piegare anche l’uomo migliore e che le condizioni materiali contano. Ma traccia un confine nettissimo, in cui il caso può determinare ciò che ci accade, ma non determina mai chi siamo. L’evento si consuma all’esterno, ma la risposta che diamo costruisce la nostra identità.
Il paragone aristotelico del calzolaio risponde proprio a questo dilemma: di fronte a una pelle difettosa o piena di nodi, il vero artigiano non spreca il suo tempo a maledire la materia prima, né smette di lavorare. Affila gli strumenti, studia le venature del cuoio e ricava la calzatura migliore possibile con i mezzi di cui dispone. La maestria non si misura nella qualità del materiale ricevuto, ma nella capacità di lavorarlo.
La virtù, nell’ottica aristotelica, non è un amuleto che protegge dalle tempeste della vita, né una garanzia di successo. È la postura del carattere (héxis), la struttura interna che ci impedisce di imputridire nel risentimento e nel vittimismo.
Smettere di credere alla sfortuna non significa negare la sofferenza o illudersi che il mondo sia giusto. Significa compiere il gesto più umano e responsabile possibile: smettere di pretendere dalla realtà una regolarità che non possiede e iniziare a guardare alle avversità come un calzolaio guarda a una pelle difettosa o un generale a un campo di battaglia sfavorevole.
È questa la vera strada per “vivere felici” nell’ottica aristotelica, ovvero capire che la sorte fornisce solo la materia prima, ma siamo noi, attraverso la postura del nostro carattere, a rimanere in ogni circostanza i soli ed autentici custodi della nostra dignità.

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