La cultura non è un ring o un’arena. La vera bellezza chiede dialogo e rispetto

Basta violenza e offese in nome dei libri o dell’arte. La cultura non è un’arena e la vera critica ha bisogno di un confronto basato sul rispetto.

La cultura non è un ring o un'arena. La vera bellezza chiede dialogo e rispetto

Siamo rimasti intrappolati in un copione che stride con l’idea di libero pensiero che è l’anima stessa della cultura. Festival letterari, premi e rassegne artistiche, fiere culturali sembrano diventati come i salotti televisivi: l’unico modo d’interagire è non far parlare l’altro e accendere l’arena dei social. Questo in nome di una verità assoluta, che giustifica il potersi scagliare senza freni contro chiunque abbia un pensiero diverso.

Bisogna avere il coraggio e aggiungiamo la maturità di dire basta a questo bruttissimo modo di agire in nome del proprio credo culturale. Bisogna avere coscienza che non si può in nessun modo giustificare la violenza verbale, e alcune volte anche fisica, anche se lo si fa in nome del giusto o della verità. Questa dinamica sta distruggendo la bellezza della cultura, riducendola a pura spettacolarizzazione dell’urlo.

Le offese, la censura, la sopraffazione non possono essere ritenute espressione della bellezza che invece la cultura porta con sé. Ciò non significa che bisogna annullare la critica o accettare che, in nome dei libri o dell’arte, si vada contro i principi fondanti della civiltà e si diventi ambasciatori della barbarie. Significa semplicemente moderare i toni e possibilmente far valere il proprio punto di vista con le buone maniere, con la buona educazione e con la grandezza che ci si apetta di chi è veromportatore di conoscenza o di talento.

Il rischio tangibile è che anche la critica o l’agire in nome del giusto e del virtuoso, nel momento in cui diventa “odio”, offesa, urlo, violenza, finisce per fare il gioco proprio di ciò che si vuole criticare. Non dimentichiamo ancora che esiste una parola magica che si chiama rispetto, in nome del quale si fonda il principio assoluto della convivenza sociale.

Dalla “Sfera Pubblica” al ring dei contenuti

Per capire quanto sia profonda questa ferita, dobbiamo fare un passo indietro e ricordarci a cosa serviva, all’origine, un dibattito. Il sociologo Jürgen Habermas raccontava nella sua opera fondamentale, Storia e critica dell’opinione pubblica, che la democrazia moderna è nata proprio nei caffè e nei salotti letterari del Settecento. Lì prese forma la “sfera pubblica”: uno spazio in cui i cittadini si incontravano per discutere in modo razionale. L’obiettivo era il confronto, il tentativo di capire l’altro partendo anche da posizioni radicalmente opposte.

Oggi, quella sfera pubblica è fragile, costantemente minacciata dalla logica della spettacolarizzazione. Habermas ha spiegato chiaramente come lo spazio pubblico, che un tempo esigeva dai cittadini un’argomentazione razionale, rischi di essere declassato a un palcoscenico, a una corte in cui si mette in scena uno spettacolo ad uso e consumo dello spettatore-consumatore.

Sia chiaro, questo non significa che ogni festival sia un’arena o che ogni scrittore sia un cinico polemista. Al contrario, l’Italia è piena di rassegne coraggiose, di editori indipendenti, di intellettuali e organizzatori che lottano ogni giorno per difendere la profondità del pensiero e l’ascolto reciproco. Il problema reale è la pressione invisibile dell’ecosistema.

La pressione strutturale del sistema mediatico

In questa prospettiva, l’evoluzione del dibattito contemporaneo non va letta come una colpa intenzionale dei singoli attori, siano essi scrittori, artisti o curatori editoriali, quanto piuttosto come l’effetto di una pressione strutturale esercitata dall’ecosistema dei media.

L’evento culturale, per ottenere e garantire la necessaria visibilità sui canali di informazione, si trova inserito all’interno di logiche di piattaforma che premiano la produzione di contenuti altamente polarizzanti. I formati mutuati dalla televisione commerciale e i criteri di indicizzazione degli algoritmi social tendono a valorizzare il conflitto anziché la complessità delle argomentazioni.

I filosofi Theodor Adorno e Max Horkheimer parlavano a questo proposito di “Industria culturale” come di un sistema che standardizza le idee per trasformarle in intrattenimento, mentre Jean Baudrillard definiva “simulacri” questi conflitti artificiali, messi in scena più per rispondere alle metriche dell’attenzione che per un reale contenuto intellettuale.

In un simile contesto, si genera una forma di condizionamento sistemico. Per sfuggire al rischio della marginalizzazione o dell’invisibilità pubblica, anche le figure intellettuali tradizionalmente più distanti da queste dinamiche possono subire la necessità di adeguarsi a standard comunicativi basati sulla semplificazione, sulla netta contrapposizione e sull’enfasi dei toni.

Non si tratta, dunque, di una scelta etica individuale o di una deliberata volontà di scontro, ma dell’impatto di un modello di comunicazione integrata che tende a uniformare i diversi linguaggi della cultura alle regole dello spettacolo di massa.

Il diritto di abitare il disaccordo

Questa trappola ha radici storiche profonde che la stessa biografia di Habermas aiuta a decifrare. Nel ricostruire il percorso del filosofo, lo storico Hauke Brunkhorst ricorda come la Germania del secondo dopoguerra abbia oscillato tra due estremi.

Prima l’«omissione comunicativa», cioè un silenzio istituzionale teso a evitare i conflitti sul passato, e in seguito le derive di uno «scimmiottamento pseudo-rivoluzionario» basato su strategie di «violenza sperimentale», in cui la provocazione verbale veniva esasperata al solo scopo di costringere il pubblico a polarizzarsi e a individuare un nemico a tutti i costi.

Il modello mediatico attuale sembra aver ereditato il peggio di questa dinamica storica. La rissa spettacolarizzata non è “troppo critica”: è, al contrario, una finta forma di dissenso che personalizza lo scontro e non disturba alcun sistema, agendo come una merce perfetta per l’algoritmo. Quando l’antidoto adotta lo stesso identico linguaggio della patologia che vorrebbe curare, smette di essere emancipazione e si trasforma in conformismo.

La vera scommessa culturale, di conseguenza, non risiede nell’evitare il conflitto o nell’imporre una moderazione artificiale, ma nel sottrarre il dissenso dalle regole commerciali dello spettacolo. Restituire alla cultura la dignità di un confronto duro, radicale, ma fondato sul principio dell’ascolto dell’interlocutore, rimane l’unico percorso praticabile per salvaguardare la funzione civile del pensiero critico.

Oltre il ring: le pratiche della resistenza culturale

Uscire da questo ingranaggio non è un’utopia teorica, ma una scelta pragmatica che richiede il coinvolgimento attivo di tutte le componenti della filiera culturale. Se il condizionamento è sistemico, la risposta deve essere collettiva.

In primo luogo, è necessaria un’inversione di rotta da parte di chi cura e progetta gli eventi. Gli organizzatori e i direttori artistici sono chiamati a scardinare i formati ereditati dalla cattiva TV o dai mali dei social, rinunciando alla ricerca deliberata del “personaggio o del contenuto polarizzante”, utilizzati al solo scopo di generare quella voglia di accendere lo scontro mediatico.

Scommettere su dibattiti in cui il vero dialogo e le grandi idee possono convivere con un linguaggio e con modi di agire, di esprimersi più distesi, significa sottrarre il palcoscenico alla logica del “commento social” e restituirlo al privilegio di donare al pubblico la bellezza del conoscere e dello scoprire.

In secondo luogo, spetta agli intellettuali, agli scrittori e agli artisti esercitare una forma di “obiezione comunicativa”. Dialogare portando avanti le proprie idee, e criticare ciò che merita, è un diritto sacrosanto e il senso stesso del libero pensiero. Ma offendere, generare violenza verbale o fisica, prestarsi al ruolo di gladiatori dell’audience non ha niente a che vedere con ciò che di magico ha il libero pensiero e/o qualsiasi espressione artistica.

La rilevanza di un’opinione non si misura sulla base della notiziabilità o della viralità, ma sulla sua capacità di lasciare una traccia duratura nella coscienza di chi ascolta.

Infine, l’ultimo anello della catena, e forse il più decisivo, è il pubblico. Finché i lettori e gli spettatori continueranno a premiare la rissa con l’interazione, la condivisione sdegnata e il clic compulsivo, l’industria culturale continuerà a produrre questo tipo di “merce”. Disinvestire la propria attenzione dal circuito dell’”oltraggio spettacolare”, per orientarla verso spazi di confronto virtuosi, densi e autenticamente critici, è l’unico vero modo per disinnescare l’algoritmo.

Solo attraverso questa triplice assunzione di responsabilità la cultura potrà smettere di essere un pretesto per lo spettacolo e tornare ad essere ciò che è sempre stata: un laboratorio di emancipazione, un esercizio collettivo di libertà e, soprattutto, l’espressione più pura della nostra grande bellezza.