I registri di classe delle nostre scuole si stanno trasformando, con una frequenza sempre più inquietante, in bollettini di guerra. Non passa settimana senza che la cronaca non registri un nuovo, violentissimo cortocircuito tra le mura scolastiche. La cronaca, purtroppo, segnala sempre più aggressioni fisiche e verbali nei confronti degli insegnanti, risse brutali tra gli stessi studenti, e persino spedizioni punitive di genitori che assaltano i docenti fuori dai cancelli. L’aula, che per definizione dovrebbe essere il luogo dell’incontro e della crescita, sembra diventata una trincea in cui la rabbia è l’unico linguaggio rimasto per comunicare.
Un fenomeno quello del bullismo scolastico (e non solo) che merita una risposta urgente, in quanto ad essere a rischio è la sicurezza di alunni e insegnanti. Umberto Galimberti, nel suo stile provocatorio, aveva già inquadrato il problema e propone una soluzione radicale che merita di essere presa in dovuta considerazione.
Davanti a questa deriva, la risposta scontata delle istituzioni e dei diversi opinionisti è automatica, quasi riflessa: si invocano punizioni esemplari, voti in condotta azzerati e sospensioni a catena. L’obiettivo, puramente burocratico, è isolare il “bullo”, ma questa soluzione, tanto acclamata dai più, finisce per rivelarsi il solito lavarsi la coscienza e ripristinare una finta facciata di ordine. Ma allontanare i ragazzi violenti dalla scuola serve davvero a curare la loro rabbia, o è solo l’ennesima ammissione di resa da parte del mondo degli adulti?
Per squarciare il velo di ipocrisia che avvolge questo dibattito, la risposta più lucida arriva dalle pagine del saggio La condizione giovanile nell’età del nichilismo del filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, che mette a nudo il collasso del sistema con una sentenza spietata:
purtroppo sono arrivato alla conclusione che la scuola italiana istruisce, ma non educa. Mi prendo il lusso retorico di esagerare un po’, di portare le cose al limite onde farvele capire meglio: poi magari le cose andrebbero più attenuate, ma evito di farlo per far capire bene in che direzione ci muoviamo. L’educazione non è l’istruzione. L’istruzione è un passaggio di contenuti mentali da chi li possiede a chi li deve acquisire. Però sappiamo tutti che la mente si apre se prima abbiamo aperto il cuore.
Un libro sulla condizione dei ragazzi di oggi
Per comprendere a fondo la radice dei cortocircuiti che stanno devastando le nostre aule, è necessario calarsi nel contesto de La condizione giovanile nell’età del nichilismo di Umberto Galimberti, pubblicato da Orthotes Editrice nel 2022, un’opera inesorabile che condensa l’eredità del suo pensiero sul nichilismo riaggiornata alla luce dei traumi comunicativi della pandemia.
Il filosofo traccia una diagnosi netta che sposta il problema dal piano psicologico a quello puramente culturale: i giovani oggi non soffrono per i classici drammi esistenziali delle vecchie generazioni, ma perché sono immersi in quella desolazione che Nietzsche definiva “il più inquietante fra tutti gli ospiti”, un nichilismo che si traduce nella totale svalutazione dei valori e nell’assenza di risposte alla domanda sul perché si debba stare al mondo.
In questo scenario, che evoca la definizione del filosofo argentino Miguel Benasayag di un’era caratterizzata dalle “passioni tristi”, il futuro ha smesso di essere una promessa di autorealizzazione ed è diventato una minaccia enigmatica, privando i ragazzi della molla fondamentale per impegnarsi nella vita e schiacciandoli in un presente assoluto da vivere a un’intensità esasperata per anestetizzare l’angoscia del vuoto.
Questo collasso esistenziale si consuma anzitutto nella micro-società familiare, dove i genitori, schiacciati dai ritmi lavorativi, scambiano i regali materiali con l’ascolto reale, generando una forma di disattenzione comunicativa in cui il bambino smette di sentirsi interessante e sperimenta un precoce indebolimento del proprio Io, dal momento che l’identità non è un dato biologico ma un dono sociale che nasce proprio dal riconoscimento all’interno delle mura di casa.
Il fallimento strutturale si sposta poi a scuola, un’istituzione colonizzata dalla mentalità utilitaristica della tecnica che ha sostituito il dialogo umano con la profilazione digitale e gli algoritmi, un luogo freddo dove si valorizza esclusivamente l’intelligenza logico-matematica infantilizzando o patologizzando chi non rientra nei canoni, e dove soprattutto si confonde l’istruzione burocratica con la vera educazione, rinunciando a guidare i ragazzi nel delicato passaggio dalla pulsione animale al sentimento umano e condannandoli a un profondo analfabetismo emotivo.
Perché la sospensione è una resa e i bulli meritano più scuola
È esattamente in questo vuoto affettivo e comunicativo che si inserisce il problema della violenza e del bullismo che oggi spaventa l’opinione pubblica. Di fronte al ragazzo che aggredisce un docente o che partecipa a una rissa, la scuola burocratica applica l’unico protocollo che conosce, ovvero la sanzione repressiva e l’allontanamento dall’istituto.
La sospensione viene sbandierata come un atto di fermezza, ma per Galimberti rappresenta la massima ammissione di resa da parte del sistema educativo. Se il bullo è un individuo rimasto bloccato a uno stadio puramente pulsionale, incapace di decodificare le proprie emozioni, lasciarlo a casa da solo significa abbandonarlo a quel deserto digitale che ha generato la sua rabbia, privandolo di qualsiasi possibilità di riscatto.
La soluzione proposta dal filosofo è un rovesciamento radicale delle pratiche correnti, una provocazione d’impatto che ridefinisce il concetto stesso di sanzione scolastica:
«Il bullo è uno che è rimasto a quel livello lì. E cosa fa la scuola con i bulli? Li sospende… e no! Dovrebbe tenerli a scuola il doppio!… e li dovrebbe accompagnerà in un percorso per passare dalla pulsione all’emozione, il secondo stadio.»
Tenere il bullo in classe il doppio del tempo non significa applicare una punizione repressiva a base di compiti extra, ma l’esatto contrario: significa imporre l’immersione forzata in un percorso di alfabetizzazione sentimentale. La scuola deve smettere di essere un esamificio e deve riscoprire la cultura umanistica, in particolare la letteratura, come lo strumento d’elezione per insegnare ai ragazzi il nome e il significato del dolore, dell’amore e della sofferenza.
Solo dove mancano le parole per esprimere il disagio interiore finisce per esplodere la violenza cieca del corpo, ed è per questo che ai ragazzi non servono più note sul registro, ma una dose massiccia di cultura.
I tre stadi dello sviluppo e il paradosso della punizione
È esattamente in questo vuoto formativo che si inserisce l’emergenza della violenza in classe, un problema che secondo Galimberti non può essere risolto se non si comprende il livello emotivo attraverso l’evoluzione di tre precisi stadi biologici e culturali. Tutto inizia dalla nostra natura animale, dove il controllo di sé è ancora un miraggio.
Per natura noi tutti abbiamo tre stadi: il primo è lo stadio pulsionale – le pulsioni ce le abbiamo per natura, non c’è bisogno di spiegarlo. E chi si ferma a questo stadio pulsionale è quello che noi chiamiamo un bullo, colui che a livello pulsionale si esprime con i gesti, anche perché di linguaggio ne possiede poco. Il bullo è uno che è rimasto a quel livello lì.
Il bullo, dunque, non è semplicemente un ragazzo “cattivo”, ma un individuo che ha subito un arresto nello sviluppo cognitivo e verbale: non avendo parole per esprimere il proprio disagio, usa il corpo e i gesti violenti come unico codice comunicativo. Davanti a questo analfabetismo, la risposta istituzionale della scuola è paradossale e fallimentare, poiché si limita a espellere il problema anziché curarlo.
E cosa fa la scuola con i bulli? Li sospende… e no! Dovrebbe tenerli a scuola il doppio!… e li dovrebbe accompagnare in un percorso per passare dalla pulsione all’emozione, il secondo stadio.
La provocazione di Galimberti scardina i decreti sicurezza e la retorica della fermezza: la sospensione è una resa comoda per l’istituto ma devastante per il ragazzo. L’unica sanzione sensata è trattenere il giovane violento il doppio del tempo, per costringerlo a compiere quel salto evolutivo verso il secondo stadio, quello dell’emozione, che è l’argine naturale contro la brutalità.
Cos’è l’emozione? L’emozione in parte è naturale, perché io sono sorpreso da un evento che mi emoziona, ma è anche culturale, perché ciò per cui mi emoziono dipende da quello che mi offre la mia cultura, che può essere diverso da ciò che offre un’altra cultura. L’emozione è a meta strada. E quando parlo di emozione parlo di una facoltà in grado di suscitare una risonanza emotiva delle mie azioni.
L’emozione è la chiave di volta: non è solo un fatto istintivo, ma viene modellata dall’ambiente e dagli strumenti culturali che la società offre. Senza cultura, l’emozione si disidrata e si trasforma in indifferenza. È da questo innesto tra natura e sapere che nasce la risonanza emotiva, ovvero l’organo psichico che permette all’essere umano di percepire l’effetto delle proprie azioni sugli altri.
Risonanza emotiva vuol dire che io prima di pensare sono in grado di distinguere il bene dal male, ciò che è grave da ciò che grave non è: sono in grado di distinguere perché lo sento.
I ragazzi che oggi aggrediscono i professori o si picchiano nei corridoi sono affetti da un’apatia psichica: la loro mente non registra il danno che stanno infliggendo, non sentono la sofferenza altrui perché nessuno ha educato il loro cuore. Trattenerli a scuola il doppio significa allora sottoporli a una terapia intensiva di cultura umanistica.
La scuola deve smettere di essere un esamificio burocratico e deve riscoprire la letteratura come lo strumento fondamentale per dare un nome al dolore, all’amore e alla paura. Solo fornendo ai giovani le parole per abitare il proprio mondo interiore si può superare lo stadio pulsionale, perché dove la cultura riempie il vuoto dei sentimenti, la violenza dei corpi smette finalmente di esplodere.
La cultura dei sentimenti contro la scuola-clinica
Il percorso di alfabetizzazione non si ferma però al livello dell’emozione. Nelle pagine successive del saggio, Galimberti introduce il traguardo finale dello sviluppo umano, il terzo stadio: quello dei sentimenti. Se l’emozione è ancora un evento improvviso e biologico, il sentimento è una condotta conscia che non si possiede per natura.
E siamo arrivati al terzo stadio: i sentimenti. I sentimenti non ce li abbiamo per natura. I sentimenti ce li abbiamo per cultura. Chiariamo un attimo la differenza tra le emozioni e i sentimenti. L’emozione è una cosa che provi […] Il sentimento invece è una condotta, una condotta che mi consente di distinguere cosa è bene e cosa è male ma, attenzione, non perché lo sento, ma perché conosco tutte le modalità con cui l’amore, la gioia, il dolore, la disperazione, si possono presentare.
Il sentimento è quindi un vero e proprio “lavoro di testa”, un codice che si apprende solo se la società e la scuola forniscono gli strumenti culturali adatti. Eppure, davanti al crollo di questa grammatica del cuore, la scuola contemporanea preferisce abdicare, sostituendo l’educazione con la burocrazia medica. Galimberti lancia un atto d’accusa violentissimo contro la tendenza a patologizzare ogni singolo disagio degli studenti pur di non affrontarlo sul piano umano.
Ora, le emozioni vanno curate. E il passaggio dalla pulsione all’emozione deve essere curato. E per questo non sono necessari gli psicologi, anzi, a dirla tutta io non sono neanche tanto d’accordo che ci siano gli psicologi nelle scuole. Primo, perché adesso c’è una tendenza a patologizzare tutti gli studenti, una tendenza che è una cosa impressionante… adesso son tutti dislessici, acalculici, disgrafici, e chissà cos’altro.
Questa deriva clinica infantilizza i ragazzi, trasformando la scuola in un dispensario di etichette burocratiche (DSA, BES, disturbi dello spettro) che deresponsabilizzano gli educatori. La vera cura per i giovani che si fermano allo stadio pulsionale della violenza non è medica e non è poliziesca, ma umanistica.
Noi oggi non possiamo più ricorrere alla mitologia, però abbiamo quella riserva enorme di apprendimento del mondo emotivo-sentimentale che si chiama Letteratura. La letteratura insegna che cos’è il dolore in tutte le sue declinazioni, insegna che cos’è l’amore in tutte le forme che ha assunto nell’arco della sua storia […] queste cose si imparano lì! E invece noi riempiamo le scuole di computer. Ebbene no, bisogna riempirle di letteratura…
La soluzione è quindi squisitamente culturale e politica. Per Galimberti occorre investire sui docenti, che devono essere capaci di “affascinare e comunicare” come su un palcoscenico teatrale, e occorre una riforma strutturale radicale: ridurre le classi a un massimo di 15 persone, perché in aule polveriere da 30 studenti “è impossibile educare”.
Solo se si rimettono i sentimenti e la cultura umanistica al centro, i giovani potranno riappropriarsi del proprio futuro, evitando di scivolare verso il baratro e impedendo che i grandi apparati della tecnica e degli algoritmi decidano al loro posto come stare al mondo.
La responsabilità del mondo adulto
Il testo di Galimberti ci costringe a guardare le ferite delle nostre classi con occhi completamente diversi rispetto alla retorica sterile e giustizialista dei talk-show. I video dei professori insultati, le risse nei corridoi e le esplosioni di violenza fuori dai cancelli non sono affatto le anomalie di qualche “mela marcia” da liquidare con l’esilio della sospensione o con il voto in condotta punitivo.
Sono, al contrario, i sintomi visibili e drammatici di un intero sistema sociale che ha privato una generazione delle parole necessarie per dire “sto male”, “ho paura”, “mi sento invisibile”. Quando gli adulti arretrano e smettono di fare gli educatori, trasformandosi in sindacalisti dei propri figli in famiglia o in burocrati del registro elettronico a scuola, i giovani si ritrovano completamente orfani di una guida e privi di un limite emotivo.
Finché la risposta dello Stato e delle istituzioni davanti alla devianza giovanile sarà puramente repressiva, poliziesca o medicalizzata, non faremo altro che cronicizzare il problema. Isolare il ragazzo violento significa alimentare la sua spinta pulsionale, lasciandolo intrappolato in un corpo che non sa gestire e in una rabbia che non sa decodificare.
La provocazione di Umberto Galimberti è un appello disperato ma lucidissimo alla responsabilità del mondo adulto: i ragazzi che sbagliano non vanno cacciati, vanno trattenuti. Hanno un disperato bisogno di più scuola, non di meno scuola. Hanno bisogno di guardare negli occhi insegnanti che non siano semplici trasmettitori di formule, ma figure carismatiche capaci di affascinare, di comunicare e di abitare la classe come un palcoscenico emotivo.
I ragazzi devono rimanere a scuola il doppio del tempo non per subire un castigo, ma per essere costretti a incontrare lo specchio dell’altro e imparare a sentirne il dolore. Solo quando la cultura e la letteratura torneranno a essere l’organo principale dell’educazione sentimentale, le nostre aule smetteranno di essere trincee di scontro e torneranno a essere il luogo sacro in cui si impara, finalmente, a diventare umani.
