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Maturità 2026: solo 1 studente su 3 è soddisfatto della preparazione

Nonostante la riforma Valditara abbia ridotto a 4 le materie d’esame, il 44% dei maturandi è in alto mare con lo studio, spesso bloccato dalle interrogazioni dell’ultimo minuto.

Maturità 2026 solo 1 studente su 3 è soddisfatto della preparazione

La Maturità è il rito di passaggio per eccellenza, la linea d’ombra che separa l’adolescenza dall’età adulta, celebrata in canzoni, libri e pellicole indimenticabili. Eppure, a ridosso dell’Esame di Stato 2026, l’atmosfera che si respira tra gli studenti italiani sembra avere ben poco di romantico e moltissimo di ansiogeno.

L’inizio delle prove bussa ormai alla porta, ma la vera sfida per gli studenti non sembra essere lo studio del programma ministeriale, bensì l’assoluta mancanza di tempo materiale e di serenità mentale per poterlo affrontare.

Il paradosso emerge con prepotenza da un recente sondaggio realizzato dal portale Skuola.net su un campione di 1.000 studenti maturandi, i cui risultati delineano un quadro scolastico al limite del cortocircuito.

Il paradosso dell’esame di Maturità “alleggerito”

Nonostante la cosiddetta “riforma Valditara” abbia ridotto a quattro le materie oggetto della prova d’esame, quasi la metà dei maturandi si trova in una situazione di profonda crisi. Nello specifico, il 44% degli studenti intervistati ammette senza giri di parole che la propria preparazione sta andando “male male”, trovandosi letteralmente in alto mare. A dichiararsi sereni e in pari con la propria tabella di marcia è solamente poco più di un terzo del campione (il 36%). Entrando nel dettaglio di questa minoranza virtuosa o semplicemente fortunata, il 18% afferma che il ripasso procede “ottimamente”, mentre un altro 18% definisce “buona” la propria situazione.

Esiste poi una fascia intermedia, composta dal 20% dei ragazzi, che dichiara di essere messa “discretamente”, vivendo però uno stato di palese incertezza. In sintesi: solo 1 studente su 3 è attualmente soddisfatto della propria preparazione.

La vera selezione? L’ammissione, non l’esame

Ma come si spiega questo ritardo cronico in un esame che, sulla carta, dovrebbe risultare più snello? La risposta non risiede in una presunta pigrizia generazionale, ma nelle complesse e spesso spietate dinamiche del “rush finale” dell’anno scolastico italiano. I dati statistici parlano chiaro: la vera selezione non avviene durante i colloqui o gli scritti della Maturità, ma in fase di scrutinio. Per ogni candidato che viene respinto durante l’esame vero e proprio, ce ne sono ben dieci che vengono bloccati preventivamente in fase di ammissione.

Questo meccanismo genera un terrore tangibile, motivato dal fatto che il 40% del voto finale del diploma dipende dalla media dei voti ottenuti nelle pagelle dell’ultimo triennio. Basta anche una singola insufficienza per rischiare di non essere ammessi alla prova di Stato; per questo motivo, molti professori premono l’acceleratore proprio su questo aspetto.

Il cortocircuito della chiusura dei registri

È qui che si innesca il dramma quotidiano di migliaia di diciottenni: tra i mesi di maggio e l’inizio di giugno si consuma il rito paralizzante della “chiusura dei registri”. A sole tre settimane dall’inizio degli esami, gli studenti sono letteralmente crivellati di compiti in classe e interrogazioni. I docenti – compresi quelli che insegnano discipline che non saranno oggetto della Maturità – si ritrovano con l’urgenza di piazzare le ultime verifiche scritte e orali per poter formulare i voti da presentare agli scrutini.

Il risultato è che i ragazzi si vedono costretti a sacrificare il fondamentale ripasso generale in vista dell’esame pur di sopravvivere alla trincea delle verifiche quotidiane ed evitare insufficienze sul traguardo. Si studia per la sopravvivenza immediata, non per consolidare il proprio bagaglio culturale.

Il tempo come “lusso”: il dibattito sui social

Questa corsa a ostacoli, in cui a vincere è soprattutto l’affanno, trova il suo sfogo naturale sui social network. La pagina Instagram di Skuola.net ha recentemente rilanciato il video di un maturando che mostrava con orgoglio il suo metodico “diario di bordo”: un’organizzazione invidiabile che prevede circa 4 ore di studio quotidiane, per un totale di 26,5 ore settimanali dedicate esclusivamente alla Maturità. Paradossalmente, questo esempio di virtù ha scatenato reazioni di profonda frustrazione. Tra i commenti, più che l’ammirazione, è emersa una diffusa invidia: trovare quattro ore “pulite” in un pomeriggio di fine maggio da dedicare solo al ripasso è considerato da moltissimi una vera utopia.

Le testimonianze sono eloquenti: “Beato lui che ha il tempo, io oggi ho passato il pomeriggio a studiare per l’interrogazione di storia dell’arte di domani”. “Magari potessi fare una tabella di marcia per l’esame. Io sto letteralmente sopravvivendo alle verifiche per non prendere debiti”.

Questi commenti, che hanno raccolto centinaia di consensi, mettono in luce una riflessione amara sul nostro sistema educativo. La scuola, nel suo momento conclusivo, rischia di trasformarsi in una fabbrica di stress e burocrazia numerica, perdendo di vista il suo obiettivo principale: accompagnare i giovani verso l’età adulta fornendo loro non solo nozioni, ma il tempo e la serenità necessari per elaborarle e farle proprie.