Scopriamo il bestiario: l’Anfisbena

Tra le creature più enigmatiche e affascinanti che popolano i bestiari antichi e medievali, l’Anfisbena occupa certamente un posto speciale. Questo straordinario rettile leggendario, descritto come un serpente dotato di due teste poste alle estremità del corpo, ha attraversato i secoli alimentando l’immaginazione di scrittori, naturalisti, poeti e studiosi. La sua figura si colloca a…

Scopriamo il bestiario l'Anfisbena

Tra le creature più enigmatiche e affascinanti che popolano i bestiari antichi e medievali, l’Anfisbena occupa certamente un posto speciale. Questo straordinario rettile leggendario, descritto come un serpente dotato di due teste poste alle estremità del corpo, ha attraversato i secoli alimentando l’immaginazione di scrittori, naturalisti, poeti e studiosi. La sua figura si colloca a metà strada tra il mito e la zoologia, tra il mondo delle credenze popolari e quello delle antiche descrizioni naturalistiche.

Dal Bestiario medievale: l’Anfisbena

Il nome deriva dal greco amphisbaina, composto da amphi («da entrambe le parti») e bainein («andare», «camminare»). Il significato letterale è quindi «colei che va in entrambe le direzioni», un riferimento diretto alla caratteristica più famosa della creatura: la presenza di una testa anche all’estremità della coda, che le consentirebbe di avanzare indifferentemente in un senso o nell’altro.

L’Anfisbena compare già nella letteratura classica. Uno dei primi autori a descriverla è il geografo e compilatore latino Solino, che nel suo Polyhistor racconta di un serpente dotato di due teste, una collocata nella posizione naturale e l’altra al posto della coda. Solino sottolinea come questa conformazione renda l’animale straordinario e contrario alle normali leggi della natura. L’immagine di un essere che sfida l’ordine naturale contribuisce a spiegare il fascino esercitato dall’Anfisbena nel corso dei secoli.

Anche Claudio Eliano, scrittore romano di lingua greca vissuto tra il II e il III secolo d.C., dedica attenzione a questa creatura nella sua opera Caratteristiche degli animali. Eliano descrive l’Anfisbena come un serpente capace di utilizzare alternativamente le due teste a seconda della direzione in cui desidera muoversi. Se vuole procedere in avanti, una testa svolge la funzione di capo e l’altra quella di coda; se decide di tornare indietro, i ruoli si invertono. Questa peculiarità la rende simbolo di mobilità, ambiguità e duplicità.

Anche il grande naturalista romano Plinio il Vecchio cita l’Anfisbena nella sua celebre Naturalis Historia. Plinio afferma che essa possiede una testa gemella e osserva con stupore come un solo corpo possa avere due bocche velenose. Nella mentalità antica, la creatura rappresentava un prodigio della natura, una manifestazione di quelle anomalie che suscitavano insieme curiosità e timore.

La leggenda più famosa sull’origine dell’Anfisbena proviene dalla mitologia greca e la collega a una delle figure più celebri dell’immaginario classico: Medusa. Secondo il racconto mitologico, l’Anfisbena nacque dal sangue che sgorgava dalla testa della Gorgone dopo che Perseo l’aveva decapitata. Mentre l’eroe sorvolava il deserto della Libia portando con sé la testa del mostro, alcune gocce di sangue caddero sulla sabbia e diedero vita a numerosi serpenti velenosi, tra cui l’Anfisbena.

Questa origine conferisce alla creatura un’aura sinistra e soprannaturale. Essendo nata dal sangue di Medusa, essa eredita simbolicamente qualcosa del potere terrificante della Gorgone. Non sorprende quindi che le tradizioni successive la descrivano come un essere pericoloso, associato alla morte, ai deserti e ai luoghi inospitali.

La fama dell’Anfisbena si diffuse ulteriormente grazie al poeta latino Marco Anneo Lucano. Nella Pharsalia, Lucano racconta che l’esercito di Catone, attraversando il deserto africano, si imbatté in una moltitudine di serpenti mostruosi, tra cui l’Anfisbena. L’episodio contribuì a consolidare l’associazione della creatura con le regioni aride e misteriose dell’Africa settentrionale.

Durante il Medioevo, l’Anfisbena entrò a far parte dei bestiari, opere che mescolavano osservazioni naturalistiche, tradizioni classiche e interpretazioni simboliche. In questi testi gli animali non erano soltanto creature da descrivere, ma diventavano simboli morali o religiosi. Il serpente a due teste poteva rappresentare la doppiezza, l’indecisione, la contraddizione oppure la capacità di vedere contemporaneamente direzioni diverse.

La sua figura compare anche nella letteratura italiana. Uno degli esempi più celebri si trova nell’Inferno di Dante Alighieri. Nel canto XXIV, dedicato ai ladri, il poeta evoca un mondo popolato da serpenti e creature terrificanti. Tra questi rettili compare anche l’Anfisbena, che contribuisce a creare un’atmosfera di paura e deformazione. Dante attinge qui a una lunga tradizione classica e medievale, dimostrando quanto fosse radicata la conoscenza di questo mostro nel patrimonio culturale europeo.

Nei secoli successivi l’Anfisbena continuò a esercitare il proprio fascino sugli scrittori. Venne ricordata da poeti come John Milton, Alexander Pope, Percy Bysshe Shelley e altri autori che trovarono in questa creatura una potente immagine simbolica. La sua natura ambigua e contraddittoria la rendeva particolarmente adatta a rappresentare conflitti interiori, tensioni morali o realtà complesse.

Con l’avvento della scienza moderna, la credenza nell’esistenza reale dell’Anfisbena iniziò naturalmente a diminuire. Tuttavia il suo nome non scomparve. I naturalisti lo utilizzarono infatti per indicare un gruppo di rettili realmente esistenti: le anfisbene. Questi animali appartengono all’ordine degli squamati e presentano un corpo allungato e vermiforme, adatto alla vita sotterranea.

Le anfisbene reali non possiedono due teste, ma la forma della loro coda può ricordare quella della testa, creando una certa somiglianza con la creatura leggendaria. Alcune specie hanno occhi molto piccoli e una struttura corporea che rende difficile distinguere immediatamente il capo dalla parte posteriore. È probabile che osservazioni superficiali di questi animali abbiano contribuito alla nascita della leggenda.

Lo scrittore inglese T. H. White, autore di The Book of Beasts, suggerì proprio questa spiegazione. Secondo lui il mito potrebbe essere nato da incontri con lucertole verme e altri rettili sotterranei diffusi nelle regioni mediterranee. L’immaginazione popolare avrebbe poi trasformato queste osservazioni in racconti sempre più straordinari.

Al di là della sua possibile origine zoologica, l’Anfisbena continua a vivere soprattutto come simbolo. Le sue due teste evocano immagini di dualità, opposizione e simultaneità. Essa sembra appartenere contemporaneamente a due direzioni, a due mondi, a due prospettive differenti. Per questo motivo è stata spesso interpretata come metafora dell’ambiguità umana, della difficoltà di scegliere una strada o della capacità di osservare la realtà da punti di vista diversi.

L’Anfisbena rappresenta uno degli esempi più affascinanti di come mito, letteratura e osservazione naturale possano intrecciarsi. Nata, secondo la leggenda, dal sangue di Medusa e descritta dagli autori antichi come un serpente dalle due teste, essa ha attraversato millenni di storia culturale trasformandosi da mostro mitologico a simbolo letterario e infine a nome scientifico di un gruppo di rettili reali. Ancora oggi la sua immagine continua a esercitare fascino perché incarna una delle caratteristiche più profonde dell’immaginazione umana: la capacità di creare creature che sfidano le leggi della natura per dare forma ai misteri, alle paure e alle domande che accompagnano da sempre l’esistenza.