Se avess’io di Alda Merini è una poesia che mette a nudo la fragilità e, contemporaneamente, l’immensa potenza dell’esperienza amorosa. La poesia si configura come un vero e proprio canto di salvezza, dove l’amore non è un semplice sentimento romantico, ma l’unica forza vitale capace di strappare l’anima al peso del dolore e all’arsura dell’esistenza.
Per la poetessa dei Navigli anche l’anima più spezzata, arida e tormentata può trovare nell’amore la forza primordiale per resistere alle profonde insidie che purtroppo la vita pone ogni giorno.
Se avess’io fa parte della raccolta di poesie Tu sei Pietro di Alda Merini, curata da Maria Corti e pubblicata dall’editore Scheiwiller nel 1961.
Leggiamo questa splendida poesia di Alda Merini per scoprirne il significato.
Se avess'io di Alda Merini
Se avess'io levità di una fanciulla
invece di codesto, torturato,
pesantissimo cuore e conoscessi
la purezza delle acque come fossi
entro raccolta in miti-sacrifici,
spoglierei questa insipida memoria
per immergermi in te, fatto mio uomo.
Io ti debbo i racconti piu fruttuosi
della mia terra che non dà mai spiga.
E ti debbo parole come l'ape
deve miele al suo fiore. Perchè t'amo
caro, da sempre, prima dell'inferno
prima del paradiso, prima ancora
che io fossi buttata nell'argilla
del mio pavido corpo. Amore mio
quanto pesante è adducerti il mio carro
che io guido nel giorno dell'arsura
alle tue mille bocche di ristoro!
Quando l’amore apre le porte dell’anima per trovare il dovuto ristoro
Se avess’io è una poesia di Alda Merini che offre un’altissima testimonianza di antropologia poetica, in cui il messaggio centrale risiede nella concezione dell’amore come unica e radicale via di salvezza. Alda Merini non descrive un sentimento idilliaco o un rifugio consolatorio, ma individua nell’esperienza amorosa una forza primordiale, capace di operare una vera e propria rigenerazione dell’essere.
Il messaggio profondo del testo risiede nella certezza che l’amore, nella sua dimensione più viscerale e al contempo metafisica, sia l’unico risarcimento possibile al dolore del mondo, l’unico elemento in grado di purificare l’anima dalle scorie del passato e di concedere un senso all’aridità dell’esistenza.
Attraverso l’atto d’amore, l’essere umano defraudato della propria serenità riacquista la facoltà di produrre senso, trasformando il deserto della sofferenza personale in una terra nuovamente feconda e capace di generare poesia.
I nodi tematici che attraversano i versi si stringono attorno alla dialettica costante tra la pesantezza della materia e la leggerezza dello spirito. Il tema del corpo vissuto come prigione e fardello emerge fin dall’incipit, dove il cuore torturato e la memoria insipida incarnano il trauma e il dolore accumulati nel tempo.
A questa gravità terrena si contrappone la purezza archetipica dell’acqua e l’aspirazione a una nudità spirituale che permetta la fusione totale con l’alterità. Un altro tema cardine è l’eternità del legame, che la poetessa sottrae alle contingenze del tempo storico per proiettarlo in una dimensione pre-umana e pre-cosmica.
L’amore celebrato precede la creazione stessa, precede le categorie morali dell’inferno e del paradiso e l’atto divino di plasmare l’uomo dall’argilla. Infine, il motivo del viaggio faticoso, simboleggiato dal carro trascinato nell’arsura, introduce il tema della quotidianità come percorso desertico e asfissiante, in cui la figura amata assume i tratti di un’oasi salvifica, un ristoro polimorfo e vitale indispensabile per la pura sopravvivenza biologica e spirituale.
Per comprendere appieno la densità di questi temi è necessario collocare la lirica nel delicatissimo contesto biografico ed editoriale del 1961, anno di pubblicazione della raccolta Tu sei Pietro per i tipi di Scheiwiller. Questa silloge, nata sotto il suggerimento della letterata Violetta Besesti, rappresenta un nevralgico crinale nella produzione meriniana, ponendosi come un anello di congiunzione drammatico prima di un ventennio di silenzio editoriale dovuto ai lunghi internamenti manicomiali.
L’opera è mossa da un amore doloroso e non corrisposto per il medico Pietro De Pasquale, figura reale che tuttavia subisce una trasfigurazione letteraria e mistica. Come acutamente rilevato da Maria Corti, il titolo stesso della raccolta sovrappone la metafora evangelica della roccia su cui edificare la Chiesa alla figura terrena del medico, inteso come fermezza e ancora di salvezza.
La struttura della raccolta riflette questa parabola, muovendo dai richiami biblici della prima sezione fino al senso tragico del fato che domina le parti successive.
Se avess’io risente profondamente di questa tensione, ovvero la fusione tra sacro e profano si manifesta nell’uso di termini legati al sacrificio, alla punizione e alla genesi, preannunciando quella sovrapposizione tra l’esperienza del dolore manicomiale e la simbologia biblica.
Analisi e significato di Se avess’io di Alda Merini
La poesia di Alda Merini si apre con una densa ipotesi irreale che occupa la prima strofa, un rimpianto espresso attraverso il desiderio frustrato di ritrovare la purezza perduta del tempo giovanile.
La contrapposizione radicale tra la levità di una fanciulla e l’espressione “codesto, torturato, / pesantissimo cuore” definisce immediatamente la condizione esistenziale della Merini. Il peso di cui scrive non è un’astrazione estetica, ma è la densità fisica della sofferenza, della memoria traumatica che si è stratificata nell’anima.
L’immagine successiva, legata alla conoscenza della purezza delle acque e all’atto di essere raccolta in miti-sacrifici, introduce una dimensione rituale e quasi sacrale, un lavacro spirituale necessario per mondarsi da una “insipida memoria”. Questa memoria insipida rappresenta il passato privo di sapore e di gioia, segnato dall’ombra dell’isolamento e del dolore domestico.
Solo attraverso questo annullamento del vissuto e questa purificazione totale diventa possibile l’unione profonda con l’amato, definita dal gesto di spogliarsi per immergersi nell’altro, che culmina nella formula di possesso e riconoscimento del verso “fatto mio uomo”, dove la figura maschile viene finalmente rivendicata nella sua interezza carnale e salvifica.
Nella seconda strofa del componimento, la dinamica si sposta dal piano del desiderio a quello della gratitudine intellettuale e poetica. Alda Merini dichiara il proprio debito creativo nei confronti dell’amato attraverso l’affermazione “Io ti debbo i racconti piu fruttuosi / della mia terra che non dà mai spiga”.
Questa terra che non dà mai spiga rappresenta la mente ferita della poetessa, un’interiorità percepita come sterile e incapace di produrre autonomamente a causa del trauma. Eppure, la presenza dell’altro opera un ribaltamento miracoloso, rendendo fertile il deserto e trasformando la sofferenza in parola artistica.
Questa fecondità verbale viene descritta come un processo naturale, biologico e inevitabile, paragonato al legame simbiotico racchiuso nei versi successivi, dove si legge che la poetessa deve parole all’amato come l’ape deve miele al suo fiore, ristabilendo un ordine cosmico basato sulla necessità del nutrimento reciproco.
Subito dopo, la poesia tocca il suo culmine metafisico e teologico, sottraendo l’amore alla dimensione del tempo storico e contingente per proiettarlo in una zona ancestrale.
L’affondo lirico che dichiara l’amore eterno, vissuto “prima dell’inferno / prima del paradiso”, colloca il sentimento in un’epoca mitica antecedente alle categorie morali e alle divisioni religiose del bene e del male. Il richiamo successivo alla creazione, espresso nei versi “prima ancora / che io fossi buttata nell’argilla / del mio pavido corpo”, evoca direttamente il mito della Genesi e la plasmazione dell’uomo dal fango.
La poetessa definisce il corpo umano come un involucro timoroso e fragile, un’argilla pesante entro cui l’anima è stata bruscamente scaraventata, mentre il legame amoroso preesitava già a questa caduta nella materia, configurandosi come un’entità spirituale pura e incorruttibile.
La conclusione del componimento si affida a un’immagine allegorica di straordinario impatto visivo e drammatico, concentrata negli ultimi tre versi.
La vita quotidiana e il peso del destino si trasformano nella conduzione di un carro pesante, un’immagine mitologica ed evangelica al tempo stesso, che la poetessa dichiara di guidare nel “giorno dell’arsura”.
L’arsura sintetizza la sete dell’anima, la desolazione e il deserto emotivo del mondo che anticipa l’esperienza dell’istituzione totale. In questa marcia estenuante sotto il sole del dolore, la figura del medico e dell’amato perde i connotati dell’uomo reale per farsi oasi polimorfa e divina.
Le sue “mille bocche di ristoro” diventano l’unica fonte in grado di placare la spossatezza della scrittrice, offrendo un sollievo immediato, vitale e totale che giustifica lo sforzo del viaggio e riscatta la tragicità dell’esistenza.
L’amore che aiuta a sconfiggere il trauma
Il valore di questa lirica supera i confini della confessione privata per iscriversi a pieno titolo nelle più alte dinamiche della cultura e dell’antropologia occidentale, ridefinendo il modo in cui l’essere umano elabora il trauma attraverso la spinta dell’eros.
Alda Merini opera una vera e propria decostruzione del dolore: il corpo ferito, quell’argilla pavida in cui l’anima si riscopre prigioniera, cessa di essere un vicolo cieco esistenziale e si trasforma nel perno di una rivoluzione interiore.
Nella storia culturale della poesia, il corpo tormentato è stato spesso cantato come limite invalicabile o come punizione. La poetessa dei Navigli ne ribalta invece la semantica, facendone il luogo del riscatto e l’altare su cui si consuma il passaggio dalla frammentazione psicotica alla ricomposizione del sé.
L’atto di scrivere e di amare si fondono in un’unica necessità biologica, dimostrando come la parola letteraria non sia un mero esercizio di stile, ma un presidio terapeutico e antropologico fondamentale, capace di sottrarre l’individuo al silenzio della follia e alla massificazione dell’istituzione totale.
Questa lirica si inserisce in una lunghissima tradizione culturale che vede nel legame tra amore e rigenerazione il nucleo mitico fondante della nostra civiltà. Nel momento in cui Merini evoca un sentimento che preesiste all’inferno, al paradiso e alla stessa creazione plastica dell’uomo, ella si ricongiunge idealmente con la concezione platonica dell’eros inteso come forza cosmica mediatrice tra l’umano e il divino.
Non solo, c’è un collegamento con la tradizione mistica della poesia religiosa, da Jacopone da Todi a San Giovanni della Croce. Tuttavia, l’originalità meriniana risiede nella capacità di non sublimare il dolore in una ascesi puramente spirituale, bensì di radicarlo nella terra, nella carne dell’uomo amato e nei racconti fruttuosi che nascono da una mente inizialmente sterile.
L’amato, trasfigurato in una divinità dai mille volti e dalle mille bocche di ristoro, risponde al bisogno ancestrale dell’uomo di trovare un punto fermo, una roccia evangelica nel bel mezzo del deserto della storia, configurando l’amore non come una fuga dalla realtà, ma come l’unico e definitivo ancoraggio alla vita.
In ultima analisi, la parabola di questa poesia lascia alla cultura contemporanea un testamento spirituale di straordinaria attualità sul potere della vulnerabilità. Alda Merini ci insegna che l’arsura dell’esistenza, la fatica di trascinare il carro del proprio destino giorno dopo giorno, non si combatte nascondendo le proprie crepe, ma offrendole interamente all’altro come dono di parole e di miele.
Il significato universale dell’opera risiede nella scommessa radicale che la poesia fa sulla sopravvivenza: la certezza che l’essere umano, anche quando è privato della propria serenità e ridotto a terra che non dà mai spiga, conserva intatta la capacità di produrre senso e bellezza attraverso l’esperienza dell’alterità.
L’eredità culturale di questi versi si compendia dunque in un inno alla dignità della sofferenza che si fa canto, dove l’incontro profondo tra due anime diventa lo strumento supremo per sconfiggere il caos, restituendo all’uomo la sua dimensione originaria di creatura eterna e libera.
