Ah se almeno potessi di Alda Merini è una poesia che si muove su un doppio binario emotivo: è una struggente richiesta d’aiuto e, al tempo stesso, un’appassionata rivendicazione della forza dei sentimenti.
La poetessa esprime il desiderio profondo e quasi impossibile di trasformare l’amore da un sentimento tormentato e precario a una certezza assoluta, un rifugio sicuro contro la solitudine dell’esistenza.
C’è un contrasto immenso e bellissimo in questa lirica. Da una parte c’è la fragilità di una donna che cerca disperatamente un “porto sicuro” per il proprio destino; dall’altra, c’è la ferma convinzione che l’amore puro, anche quando trema, sia l’unica chiave capace di superare ogni ostacolo e spalancare persino i paradisi più chiusi.
Ah se almeno potessi è la trentottesima poesia della raccolta La Terra Santa di Alda Merini, pubblicata grazie alla cura di Maria Corti realizzata attingendo a raccolte nel Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei dell’Università di Pavia. Un’opera che ha rischiato seriamente di non vedere mai la luce. I testi della raccolta furono salvati dall’oblio grazie alla filologa Maria Corti, che scelse le poesie studiando i manoscritti e i dattiloscritti conservati nel Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia.
La Corti ha più volte testimoniato «la generale ottusa indifferenza» delle case editrici italiane dell’epoca, che rifiutarono ripetutamente il manoscritto, rendendo la strada per il ritorno della Merini nel panorama letterario un vero e proprio calvario. Fu solo grazie all’ostinazione di amici scrupolosi e grandi editori come Giacinto Spagnoletti, Nicola Crocetti, Vanni Scheiwiller (che pubblicò la raccolta nel 1984 e la ristampò nel 1996) che oggi possiamo leggere questo capolavoro.
Molti di questi testi nacquero da vere e proprie necessità terapeutiche della poetessa, curati e protetti da chi, in quel momento, seppe vedere la luce di una poetessa che possiamo ritenere unica e tra le più grandi interpreti di questa forma d’arte.
Leggiamo la poesia di Alda Merini per scoprire il profondo significato.
Ah se almeno potessi di Alda Merini
Ah se almeno potessi,
suscitare l’amore
come pendio sicuro al mio destino!
E adagiare il respiro
fitto dentro le foglie
e ritogliere il senso alla natura!
O se solo potessi
toccar con dita tremule la luce
quella gagliarda che ci sboccia in seno,
corpo astrale del nostro viver solo
pur rimanendo pietra, inizio, sponda
tangibile agli dèi...
e violare i più chiusi paradisi
solo con la sostanza dell’affetto.
Come Alda Merini ha trasformato il dolore in uno scudo contro il mondo
Ah se almeno potessi è una poesia di Alda Merini il cui messaggio centrale è di una disarmante purezza, una verità che ribalta completamente il nostro modo comune di intendere la vulnerabilità e la fragilità. L’amore non è affatto una debolezza o un pericolo da cui difendersi, ma si configura come l’unico vero scudo protettivo capace di riscattare l’essere umano dalla sua intrinseca fragilità e dalla condanna all’isolamento esistenziale.
All’interno della lirica si sviluppa un fitto e indissolubile dialogo tra grandi macro-temi che non si escludono a vicenda, ma si alimentano l’un l’altro in un vero e proprio cortocircuito emotivo: il dolore e l’amore.
Tutto parte dalla sofferenza intesa come condizione inevitabile dell’uomo. Alda Merini mette a nudo la dolorosa consapevolezza di essere “pietra”, un’immagine che evoca una creatura pesante, immobile e profondamente segnata dal trauma, in cui risuona l’eco inevitabile e straziante degli anni passati nell’inferno del manicomio.
Eppure, nel mondo della poetessa, il dolore non rimane mai fine a se stesso. È proprio da questa condizione di immobilità forzata e di ferita interiore che scatta un potentissimo desiderio di osmosi con l’infinito.
L’autrice esprime il bisogno quasi fisico di evadere dai confini stretti del proprio corpo tormentato, cercando una via di fuga spirituale per fondersi direttamente con il respiro della natura e con la dimensione del divino.
Questa tensione verticale si risolve e trova il suo compimento ideale nella forza salvifica dell’affetto. Qui risiede la vera rivoluzione culturale della Merini: l’amore e il dolore non sono due elementi separati, ma due facce della stessa medaglia. L’amore è potente proprio perché conosce il peso della sofferenza, e il dolore diventa sopportabile solo quando viene investito dalla “sostanza dell’affetto”.
La poetessa ci ricorda che i sentimenti puri non sono ingenui o fragili, ma possiedono una forza d’urto spirituale e psicologica superiore a qualsiasi barriera terrena, sociale o ultraterrena. L’amore non cancella magicamente il passato o le cicatrici, ma diventa l’unica medicina possibile per abitarle con dignità, trasformando la ferita in un punto di contatto con l’altro e sanando, finalmente, le crepe dell’anima attraverso la condivisione.
Analisi e significato di Ah se almeno potessi di Alda Merini
Per comprendere appieno la dinamica interna di questo capolavoro, è necessario analizzare il testo da vicino, evidenziando come la struttura metrica e la scelta delle parole riflettano perfettamente il tormento e la speranza della poetessa. La lirica si apre con un’invocazione condizionale che funge da baricentro per l’intera prima parte:
Ah se almeno potessi,
suscitare l’amore
como pendio sicuro al mio destino!
In questi primi tre versi, Merini mette in chiaro che l’amore non è un sentimento leggero, ma una forza primordiale da “suscitare”, quasi fosse un incantesimo o un miracolo.
L’espressione “pendio sicuro” è una delle più straordinarie della sua produzione. Contrariamente all’idea romantica dell’amore come passione travolgente e pericolosa, qui viene invocato come una discesa dolce, un terreno solido e stabile che possa accogliere e proteggere il corso della sua vita. C’è la necessità terapeutica di trovare un baricentro che la sottragga al caos del mondo.
Il testo prosegue allargando lo sguardo verso la natura circostante, in un tentativo di fuga mistica:
E adagiare il respiro
fitto dentro le foglie
e ritogliere il senso alla natura!
Con questi versi la Merini esprime il bisogno di perdersi, di nascondere il proprio affanno individuale all’interno di un respiro collettivo e cosmico.
“Adagiare il respiro fitto dentro le foglie” evoca un desiderio di pace e di mimetismo biologico, mentre il potente verso “ritogliere il senso alla natura” rappresenta l’essenza stessa della sua scrittura. La poesia ha il potere di azzerare le leggi razionali della realtà per dare spazio unicamente alle ragioni profonde dello spirito.
La seconda parte del componimento si apre con una formula speculare alla prima, introducendo la contrapposizione tra la fragilità della carne e la potenza della luce:
O se solo potessi
toccar con dita tremule la luce
quella gagliarda che ci sboccia in seno,
La forza di questa immagine risiede tutta nell’accostamento tra le “dita tremule”, emblema della debolezza umana, della paura e dell’esitazione, e la “luce gagliarda” che, invece, abita l’interiorità dell’uomo.
Merini ci dice che la salvezza non arriva dall’esterno, ma è una forza vitale e vigorosa che ci portiamo dentro, pronta a sbocciare nel petto se solo troviamo il coraggio di sfiorarla, nonostante i nostri tremori.
La chiusa della poesia mette a nudo la duplice natura dell’essere umano e svela il significato ultimo dell’opera:
corpo astrale del nostro viver solo
pur rimanendo pietra, inizio, sponda
tangibile agli dèi…
e violare i più chiusi paradisi
solo con la sostanza dell’affetto.
Siamo creature celesti, un “corpo astrale”, eppure siamo costretti a scontare la condanna della materia e del manicomio, rimanendo “pietra” nel nostro isolamento. Ma è proprio in questo stato di vulnerabilità che diventiamo una sponda accessibile al divino. L’atto finale, quel “violare i più chiusi paradisi”, non richiede sforzi titanici o calcoli intellettuali.
Alda Merini abbatte le porte dell’inaccessibile e cura ogni ferita usando l’unica arma a sua disposizione: la “sostanza dell’affetto”. L’affetto non è un concetto astratto o etereo, ha una sua “sostanza” solida e tangibile, capace di scardinare il dolore, superare le barriere della solitudine e proteggere, per sempre, le fragilità umane.
La verità di chi soffre e la scelta di amare per sopravvivere al dolore
La verità profonda che traspare da questa trentottesima lirica de La Terra Santa non è una lezione astratta, ma un’esperienza viva che tocca la carne e la mente di tantissime persone che oggi, esattamente come Alda Merini, combattono ogni giorno con il peso di una sofferenza mentale, emotiva o esistenziale.
Chi conosce da vicino il buio dell’isolamento, il senso di alienazione o la fatica anche solo di stare al mondo, sa perfettamente cosa significhi sentirsi “pietra”: quel peso sul petto che blocca i movimenti, quel senso di rigidità e di esclusione che fa sentire distanti dal resto dell’umanità.
Alda Merini non parla a chi guarda la vita da una posizione comoda; parla a chi trema, a chi porta addosso i segni di un trauma e si sente costantemente precario, esposto alla possibilità di essere ferito di nuovo.
La sua grandezza sta nel non aver mai romanticizzato questo dolore. Non c’è alcun fascino nella sofferenza, c’è solo fatica. Eppure, la scelta della poetessa è di una potenza disarmante: non chiudersi nel risentimento o nel silenzio, ma continuare a invocare, quasi a pretendere, la “sostanza dell’affetto”.
È questo il nucleo che risuona dentro chi soffre, la consapevolezza che ammettere di avere bisogno di un “pendio sicuro”, di una mano che sostenga il cammino quando le gambe cedono, non è una colpa né un segno di sottomissione. È, al contrario, l’ultimo baluardo di umanità che ci rimane.
Cercare un rifugio nell’altro, pretendere parole scelte con cura e vicinanze reali, significa curarsi attraverso l’amore. Significa capire che le nostre crepe non sono un errore da nascondere per essere accettati, ma lo spazio esatto in cui il dolore può finalmente incontrare la sua medicina, trasformando l’isolamento in una sponda condivisa.
